Filippo Lanza

14 MIN

Difficile girarci intorno, forse non avrebbe neppure molto senso farlo.
In fondo non è che esista un manuale di istruzioni che ti prepari a partite del genere.
È uno di quei momenti in cui solo l'esperienza può darti gli strumenti per ancorarti a qualcosa, a qualcosa che esiste già nella tua memoria.
Ma chi può dire di aver già avuto "esperienza" di una cosa così?

 

Rio de Janeiro.
Istanti prima della finale olimpica: Brasile contro Italia.
Noi contro di loro.
A casa loro.
E da loro circondati.

 

Quando sono entrato in spogliatoio, pur essendo ovviamente molto carico, ho immediatamente percepito che qualcosa nell'aria era leggermente diverso dal solito.
Le quattro mura dove una squadra si cambia prima di una partita sono un luogo familiare, che appartiene a noi. Diventa nostro anche se in quella stanza ci si prepara una volta sola, soltanto per una partita e poi basta.
Perché ognuno porta con sé il proprio rituale, le proprie piccole scaramanzie.
Te li metti in valigia questi dettagli, non è che li lasci nello spogliatoio di casa tua, un gesto meccanico, semplice.
Per questo il pre partita di una squadra è sempre uguale a sé stesso: uno con le cuffiette, uno che si specchia, uno che ripassa il report, uno che chiacchiera.
C'è quello che non va disturbato e quello che ha bisogno di alleggerirsi con una battuta.
Tutti questi piccoli gesti creano un respiro collettivo, una danza di cui riconosci ogni passo, anche quelli non tuoi, prevedi ogni cambio di ritmo e la sinfonia, ascoltata nel suo complesso, appare sempre armoniosa.

 

Ma quel giorno non era così.
C'era troppo silenzio oppure c'erano troppe chiacchiere.
Nessuno riusciva a trovare ristoro nei suoi gesti, che poi, incollati insieme, erano i nostri gesti.
Non mancanza di concentrazione, non disunione, tutt'altro.
Solo une tensione diversa, mai sentita prima.
Cercavo negli occhi degli altri un qualcosa che riconoscessi, un grammo di quella lucidità che ci aveva portato fin lì, ma non la trovavo.

Filippo Lanza

Il nostro arrivo a Rio era avvenuto in un generale scetticismo. Nostro, oltre che degli addetti ai lavori.
Avevamo appena concluso una World League molto al di sotto delle nostre potenzialità e lo sapevamo; serviva una grande forza mentale per credere che fosse possibile togliersi quella sensazione così fastidiosa.
Il nostro sbarco era avvenuto qualche giorno prima della cerimonia d'apertura e questo ci aveva permesso di prendere possesso del villaggio olimpico.

 

Il viaggio era già stato di per sé una forma di terapia riabilitativa: vedere così tanti atleti, delle persone anzi prima che degli atleti, con delle storie così diverse, con vite distanti anni luce una dall'altra, vestiti tutti uguali, compatti come un battaglione ci ha aiutato a centrare il nostro core.
A visualizzare cosa volevamo essere e fare.
Si respirava un'impazienza leggera eppure molto densa sul volo: la voglia di tornare con qualcosa.
Non importa vinto da chi, non importa a che costo.
Ma qualcosa.
Vinto da qualcuno, chiunque, per tutti gli altri.

 

All'interno del villaggio abbiamo immediatamente preso un ritmo, inteso proprio come ritmo di gruppo, incredibilmente serrato.
Le distanze di Rio, che è enorme, il suo traffico indescrivibile, le corsie preferenziali per i convogli olimpici ancora chiuse, tutto questo ci obbligava a passare giornate intere in autobus.
Soli.
Negli spostamenti, persi nelle strade più caotiche del Mondo noi ci siamo ritrovati.
Compattati da una routine quasi militaresca, improntata solo sulla cura del dettaglio, sullo studio della prestazione, siamo stati capaci di isolarci da tutto e da tutti mettendo in agenda solo e soltanto il prossimo allenamento.
Poi il prossimo.
E così via.
Fino alla cerimonia, fino all'inizio.

Filippo Lanza

L'Ungheria?! Ce l'hai l'Ungheria?!

Eravamo in fila.
Chiudevamo il plotone degli atleti italiani alla cerimonia d'apertura.
Alle nostre spalle c'era la delegazione Jamaicana. Mi sono stupito nel vedere la portabandiera, Shelly-Ann Fraser, mantenere un sorriso caldo e coinvolto per tutto il lentissimo scorrere della serata.
Abituata e non consumata dagli anni passati sotto i riflettori.

 

Ogni delegazione aveva preparato delle spillete commemorative e molti atleti approfittarono di quella lunga attesa vissuta in fila per iniziare la raccolta di quelle straniere.
Un vero e proprio mercato nero.
Ad essere onesto pensavo di vivere sensazioni più forti in quel momento, un qualcosa che mi facesse esplodere il cuore. Ma per gustare quella sensazione ho dovuto attendere l'ingresso sulla pista ed il boato del pubblico.
Quello che non ti mostrano nelle riprese televisive infatti è il lungo lavoro organizzativo, il dietro le quinte, che per gli atleti si traduce in ore di diligente attesa nella pancia dello stadio.

 

All'interno della struttura c'erano più fotoreporter tra gli atleti di quanti ce ne fossero sugli spalti: eravamo tutti con i cellulari puntati verso la folla, oppure verso i compagni, verso il centro del palco o con la telecamera interna attivata.
La voglia di riprendere tutto, la percezione dell'unicità del momento.

 

Il giorno dopo ho visto più di 400 persone in fila con me, all'interno del villaggio, in paziente attesa: questa volta per cambiare il vetro al telefono però.
Se ne sono frantumati a centinaia, letteralmente schiacciati dall'euforia di quella folla che sfilava sul tartan.

Filippo Lanza

La vita all'interno del villaggio dopo la cerimonia era mutata, tutti gli atleti erano arrivati e la struttura respirava a pieni polmoni.
Pur continuando a prepararci col il nostro incredibile ritmo, quello che ci eravamo imposti fin dal primo giorno, riuscivamo a gustarci alcuni dettagli unici di quella che in pratica era una miniatura del Mondo intero.

 

Nella palestra, che era aperta 24 ore al giorno per permettere ad ogni atleta di non infrangere la propria routine, era possibile vedere giganteschi pesisti sollevare quintali di ghisa con una coordinazione fuori dal comune.
Coordinazione necessaria a non spezzarsi.
La stessa coordinazione che serviva però pure alle leggere campionesse della ginnastica ritmica, piazzate poco più in là, per fare stretching.
Anche qui coordinazione necessaria per non spezzarsi.

 

Credo che non dimenticherò mai i volti stravolti dalla fatica dei canottieri americani che ogni mattina al mio risveglio erano già sui rematori, attrezzi da palestra che simulano alla perfezione la loro competizione, e che rimanevano lì per ore, ogni giorno, a curare i minimi particolari di un gesto che ripetono da sempre.
Devozione al proprio mestiere.

 

Devozione indescrivibile.

 

L'inizio delle partite è stato una vera e propria terapia d'urto: avevamo un girone di ferro, e avremmo incontrato tutte le migliori da subito, a partire dalla Francia che alla World League aveva fatto un figurone, vincendola.
È stato come mettere un bambino in acqua perché impari a nuotare.
Semplice, diretto.
E funzionale.
Sì funzionale, perché tutto ha iniziato a girare, a prendere immediatamente la forma che volevamo.
Ci imponevamo di mantenere lo stesso ritmo sia di testa che di fisico, focalizzandoci soltanto sul prossimo piccolo step: partita o allenamento che fosse.
Questo è stato possibile in parte per l'organizzazione stessa delle nostre giornate: le partite in rapida sequenza, la cura maniacale del dettaglio, le ore spese insieme negli spostamenti che non diminuirono nemmeno con l'aperture delle corsie preferenziali.

 

I risultati arrivavano in un crescendo esaltante.
Un crescendo esaltante dal quale il nostro gruppo veniva metodicamente protetto.
Non c'era spazio per i castelli mentali, per le proiezioni future.
Ma solo il focus sul passettino successivo.

 

In questo senso ci ha aiutato molto anche la distanza dall'Italia credo.
Di tutto quello che si scriveva qui a noi arrivava poco.
Complice il fuso orario, determinante la nostra voglia di sentirci costantemente insoddisfatti.

Filippo Lanza

Cercavo di impormi di guardare solo alla prossima partita dimenticandomi del tabellone.
Potrà sembrare una frase fatta, ma i luoghi comuni dicono cose semplici, non cose banali.
La verità non è complessa, magari è meno poetica del castello di carte, ma è facile.
E questa frase fatta in quel contesto assumeva contorni nitidi, precisi.
Era la verità.
Nuda e cruda.

 

Nel villaggio, con il passare dei giorni si iniziavano a notare alcune differenze tra gli atleti ed il loro approccio alla vita là dentro.
Tutti i presenti sembravano dividersi sostanzialmente in due categorie.
Chi era lì per partecipare faceva comunella con quante più persone potesse, era facile vedere gruppi di atleti molto diversi tra loro fare gruppo nelle aree comuni oppure passeggiare senza meta tra i palazzi, scattando quante più foto mentali possibile.

 

E poi c'erano quelli che invece puntavano alla medaglia.
Si identificavano subito, al primo sguardo.
Cercavano per quanto possibile di isolarsi dal resto dei presenti, per mantenere la concentrazione.
Li riconoscevi, anzi ci riconoscevi perché anche noi eravamo così, per l'economia degli spostamenti: da un punto A ad un punto B sempre per la via più breve.

 

Ed è con questo approccio che siamo arrivati alla semifinale, ad un passo dalla medaglia.

 

Lì però qualcosa è cambiato, qualcosa al di fuori del nostro controllo: siamo stati improvvisamente travolti da un interesse mediatico spaventoso, uno tsunami quasi ingestibile.
Fino a quel giorno non ci eravamo mai seduti per dirci l'un l'altro:

ehi, aspetta, ma cosa stiamo facendo?

Mai.
E all'improvviso comparivano telecamere e taccuini ovunque, centinaia di microfoni pronti a farci proprio quella precisa domanda.

 

Qualunque cosa io possa dire, scrivere, potrebbe suonare come una scusa, lo so.
Me lo dico da solo.
Ma so anche con certezza che tutto questo ha del vero.
Quest'ondata ci ha colpiti con forza spostando il nostro baricentro e cambiando la nostra prospettiva del torneo intero.

 

Abbiamo iniziato a gonfiare il petto, era impossibile anche dormire la notte.

Potete battere il Brasile e vincere l'olimpiade!

Questo ci dicevano.
E questo era vero.
Ma dirlo a voce alta lo rendeva più pesante che pensarlo e basta.

 

Con l'avvicinarsi della finale, la pressione mediatica si era poi ulteriormente moltiplicata, era persino difficile allenarsi, vista la massiccia presenza dei giornalisti al campo.
È stata un'escalation che ci ha portato fino allo spogliatoio.
Lo spogliatoio prima dell'ultima partita

Non so se posso dire di aver vinto l'argento.
Ma sono certo di aver perso.
Di aver perso l'oro.
L'ho perso sul campo, contro una squadra che avevamo battuto nel girone, giocando tra l'altro una pallavolo normale, non stratosferica.

 

La finale è finita tre a zero, con ogni set terminato ai vantaggi e nulla riesce a farmi togliere dalla testa la convinzione che se ne avessimo portato a casa anche solo uno, pure fortunosamente, oggi saremmo i campioni olimpici.

 

Perché era la tensione a bloccarci.
Non l'avversario e non il pubblico.
Ma la tensione.
La nostra tensione.

 

L'ho vissuta male questa sconfitta.
Malissimo.

Filippo Lanza

© Raffaele Merler

Ad oggi ho provato tre volte a mettere il dvd nel lettore.
Ma mi sono sempre fermato al fischio dell'arbitro perché il dispiacere si impadronisce di me.
Il mondo intero mi dice che questa sensazione cambierà, ma io devo fare i conti con me stesso.
E me stesso soltanto.

 

È stato il rientro a casa a mostrarmi la vera portata di ciò che abbiamo fatto.
Quando sono atterrato a Verona, ad attendermi c'era una marea di gente.
Tutti lì per ringraziarmi.

 

Pensavo: perché lo fanno? Non ho mica salvato delle vite o inventato la lampadina.

 

Ma, stringendo mani su mani, abbracciando persone, sentendo i loro ringraziamenti ho percepito la passione degli altri, che mi ha poco alla volta chiarito tutto.
La passione a volte non la capisco, faccio fatica a definirla.
Ma tutte quelle persone si erano emozionate per la nostra cavalcata.
Emozione che unisce, attraverso lo sport.
La cosa più bella.

 

Sorridevo, certo, ma chi mi conosceva, i miei cari non facevano che chiedermi: cosa c'è?
Lo percepivano che non ero pronto a lasciarmi andare alla gioia pura.

 

Non lo ero perché io mi sentivo in colpa.
Sapevo che avevamo fatto tanto, tantissimo.
Ma tantissimo non è tutto e questa differenza mi pesava sul cuore.

 

Avrei voluto prendere un megafono e dire a tutti che mi dispiaceva, che avrei tanto voluto regalar loro la soddisfazione massima.

 

Ho dovuto prendere quel dispiacere e tenermelo da parte.
Lavorarci poco alla volta.
Cosa che sto ancora facendo.

 

L'argento ha comunque spostato le montagne, con effetti dirompenti su di noi e sul movimento.
Nei mesi successivi è stato emozionante sentire le acclamazioni della gente nei palazzetti di tutta Italia.
I componenti di quella spedizione venivano premiati dalle società prima delle partite.
Dalle società ospitanti, non solo dalla propria.
Un lungo anno in cui ogni domenica su qualche campo si è riservata una standing ovation ad un avversario, per ringraziarlo.
Un senso di appartenenza non solo ad una nazione ma anche ad un movimento.
Il movimento di uno sport magnifico, che merita le copertine dei giornali e l'attenzione della gente a prescindere dai grandi Giochi che si disputano ogni 4 anni.

 

Tutto questo ha dato una legittimazione profonda ad un gruppo di persone, di professionisti.
Di uomini.

 

In tutta onestà fatico a togliermi dalla testa il dispiacere per il colore della medaglia che ho portato a casa.
Magari mi ci vorranno anni per metabolizzarlo.
O forse non succederà mai.

 

Forse con il passare del tempo il dispiacere svanirà e riemergeranno piccoli dettagli che ora non ricordo perché coperti dal dispiacere.
O magari quel dvd resterà incastrato nel lettore per sempre ed io non avrò mai la voglia di premere play.

Filippo Lanza / Contributor

Filippo Lanza

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