Alessandro Fabian

Alessandro Fabian

7 MIN

Aereoporto affollato, come sempre.

Vedo gente che viene, gente che va. Le persone partono e ritornano esibendo rari sorrisi e sprofondando sempre più spesso la faccia nei cellulari, nei tablet o nei computer.

Non tutti ovviamente.

Nel Mondo moderno per la maggiorparte di noi tutto sembra avere il disperato bisogno di produrre.

Produrre risultati, produrre successo, produrre numeri.

E lo studente in fila finisce con lo studiare anche davanti all’imbarco, o il rappresentante prova telefonicamente a chiudere un contratto pochi istanti prima di volare.

Una variegata fetta di umanità in attesa di qualcosa con un biglietto elettronico saldo in mano. Tutti più o meno attenti, tutti più o meno distratti.

Quando mi trovo in fila ad un check-in finisco sempre col perdermi tra i miei pensieri.

Guardo tutte le mete possibili scritte sui tabelloni luminosi e sento un formicolio d’eccitazione, riaffiora prepotente in me il desiderio di viaggiare, di scoprire il Mondo per conoscermi e per conoscere.

Poi il mio volo viene chiamato per l’imbarco e tutte quelle ipotetiche destinazioni scritte con caratteri scintillanti spariscono e me ne resta in mano solo una, la mia. Lasciando anche forse un poco di tristezza.

Alessandro Fabian

© Gines Diaz

Viaggiare è una grande, profonda metafora della competizione sportiva secondo me, soprattutto se si viaggia volando. Esiste sempre, anche se latente e silenziosa ormai, una paura, distante magari, di stare su per aria dentro una scatolona di latta.

Ed il pensiero che qualcosa lassù possa andare storto rimane invischiato nel flusso di coscienza del viaggiatore anche se le statistiche affermano che è uno dei mezzi di trasporto più sicuri al Mondo.

E lo sport ci assomiglia: perché prima di una qualunque competizione tu sai dove stai andando e dove ti porterà, ma ciò che ti resta da esplorare a fondo è la bellezza del viaggio e i rischi che viverlo comporta.

Ed il viaggio, nel mio mondo come in quello degli altri, è sempre un’occasione di ricerca e di conseguente crescita spirituale e personale.

Alessandro Fabian

© Gines Diaz

Uno dei doni più grandi che lo sport mi abbia fatto è una vita che gode di un ritmo proprio, unico, un battito cardiaco diverso, scandito ritmicamente dalla mia personale percezione del tempo.

Non parlo delle gare, che invece sono il risultato al millesimo di valutazioni cronometriche e centimetriche, parlo del resto, del contorno.

Quando prepari una grande competizione brilla nei tuoi occhi il luccichio dello scopo finale: le luci della ribalta, la grandiosità della location, l’importanza dell’evento. E questo è naturale.

Ma con gli anni impari anche a godere del resto, del percorso che ti porta alle porte di quel grande evento. Anche se sei un centometrista, che brucia la pista sotto i suoi piedi in meno di dieci secondi tra due ali di folla che osserva, la preparazione alla tua gara sarà comunque una sfiancante maratona, corsa sotto lo sguardo dolce soltanto di chi ti vuole bene.

Alessandro Fabian

© Gines Diaz

Io non sono quello che faccio.

Oh no che non lo sono!

A volte penso che viviamo tutti in una società terribilmente masochista.

La tensione dello sforzo.

Lo sforzo inteso solo come fatica per raggiungere un qualcosa, un obiettivo, finisce con l’offuscarti i sensi e la mente. Questo genera un’identificazione limitante.

Brutto risultato uguale brutta persona e viceversa.

Se non arriviamo ad ottenere un risultato così come lo abbiamo prefissato iniziamo a punirci, lasciando che sia il nostro pilota-automatico ad inserirsi ed a farci sentire inadeguati.

Succede a tutti, nella vita e nello sport.

A me per esempio era successo dopo l’Olimpiade di Rio, dove sono arrivato 14° peggiorando di quattro posizioni il risultato di Londra.

Ma è sbagliato giudicarsi per questo.

È sbagliato proprio perché io non sono quello che faccio.

Non solo almeno.

Alessandro Fabian

© Gines Diaz

Perché bello è certamente l’arrivo, il traguardo, la finish line da attraversare per primo, ma altrettanto bello, se non addirittura di più, è il percorso che ti permette di arrivare alla partenza.

La strada che ti porta verso una meta può essere tutto e può essere niente.

Dipende da te.

Lungo il percorso che devi percorrere per raggiungere un grande obiettivo passi come un viandante in mezzo ad una marea di cose ed è la tua mente a decidere quanto goderne. Sarai un pendolare o un pellegrino?

Perché puoi passarci in mezzo come quando sei a bordo di un eurostar e la velocità di punta è tale per cui non riesci a distinguere i campi e le città che il treno attraversa, nella loro bellezza. Guardi solo il monitor davanti a te che conteggia i chilometri mancanti e non vedi altro.

Un pendolare.

Oppure puoi fare del tuo viaggio una seconda meta, che continui a raggiungere e riprogrammare ad ogni passo. Come Mosè che attraversa il Mar Rosso dopo averlo aperto e, nelle due mura di acqua che proteggono la passerella, si ritrova ad ammirare gli animali degli abissi, che non potrebbe mai vedere se lo attraversasse a bordo di una barca.

Un pellegrino.

Ci sono momenti nel tuo percorso in cui tutto gira perfettamente, in cui ti senti un mago e le endorfine sono in circolo. Sei invincibile.

Ce ne sono altri nei quali non funziona niente, ma proprio niente.

Ma non puoi fingere mai.

Perché la persona che sei, il carattere che hai, emergono, presto o tardi, durante ogni viaggio.

Nel viaggio dello sportivo ancora di più, perché lo sport è istinto che si fa azione.

E lo sforzo è l’interruttore che spegne le tue costruzioni mentali e ti mostra nella tua più intima natura.

Alessandro Fabian

Io, per lavoro e per diletto, viaggio sempre molto e non smetterò mai di farlo, cosciente che viaggiare non è attraversare una linea retta che unisce un punto A ad un punto B, ma è piuttosto camminare, muovendosi in tondo, sopra un cerchio dove tutto si ripete, ma che allo stesso tempo non finisce mai di offrirti verde terra sotto i piedi da esplorare.

Alessandro Fabian / Contributor

Alessandro Fabian

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