Carlo Molfetta

Carlo Molfetta

13 MIN

M onsters are real and ghost are real too.
They live inside us, and sometimes they win.

 

Stephen King mi perdonerà questa volta.

Il maestro della paura, la mente malefica che ha partorito IT, ha preso un granchio, grosso pure.

 

Io avevo paura di un mostro.

Un grande, grosso, maledetto mostro nero.

Il problema era che il mio incubo non viveva sotto il mio letto ma se ne andava tranquillo in giro per strada, altro che.

 

Daba Modibo Keita è un bronzo di Riace, solo più grosso; e più duro.

È l’uomo nero, the boogie man.

Due metri e zero sei per 112 chilogrammi, una montagna in movimento, flessibile e veloce, con leve infinite. Pugni e calci di marmo montati alla fine di braccia e gambe lunghissime.

È capace di sdraiarti con un calcio in faccia restandoti ad una distanza tale che non riesci neppure a vedere di che colore sono i suoi stramaledetti occhi.

A me quel Gorilla originario del Mali mi faceva raggelare il sangue nelle vene e avrei fatto tutto il necessario per non incrociarlo mai sul tatami.

Nel taekwondo non puoi avere timore di niente, chiaro.

Oppure hai già perso, e a me faccia tosta e convinzione non sono mai mancate.

Ma quella statua di ebano che sembrava il mio fratello maggiore a cui avevano appena rubato la fidanzata era qualcosa di diverso nella mia testa.

Rappresentava il male, lo scoglio definitivo, il mostro finale dell’ultimo livello di street fighter: na bestia.

 

Na bestia con i santi in paradiso perché lui, a Londra 2012, non ci sarebbe dovuto neppure essere.

Marco Molfetta

Ma partiamo dal principio, o quasi.

A 12 anni firmavo autografi ai compagni di classe.

Non che me li avessero chiesti eh?!

Prendevo il loro diario e ci scrivevo: con amicizia Carlo Molfetta campione olimpico. Seguito da uno scarabocchio come firma.

Potremmo discutere per ore e non trovare una maniera soddisfacente di definire in una sola parola il bambino che ero, in quel gesto c’era un po’ di tutto: strafottenza, sicurezza, consapevolezza, sbruffoneria.

Tutto mescolato e compattato a creare quella palla di energia e muscoli che sono sempre stato.

Sembravano cose buttate lì ma nella mia testa suonavano logiche, sensate, programmabili.

Non fate l’errore di pensare che quel ragazzino pieno di fiducia si sia mai tirato indietro in un singolo giorno della sua vita.

Sapevo dove sarei arrivato e conoscevo ancora meglio la fatica che questo richiedeva e me la sono gustata tutta.

Oh si la fatica si gusta, si assapora.

Niente è più soddisfacente di crollare dopo un allenamento, stravolto dal lavoro, sudato, dopo aver riscritto i propri limiti.

 

Ma devi essere testato dalla vita prima di poter arrivare dove vuoi.

Non intendo dire testato nel senso di preso letteralmente a testate, ma quasi, negli sport di lotta le legnate diventano lividi, ripartiti equamente tra esteriori ed interiori.


Atene 2004 competo nella categoria meno 68 chili, sono un metro e 83 quindi si capisce che ero un’atleta longineo ai tempi, veloce; con le mie braccia e gambe lunghe ti tenevo a distanza e ti colpivo, rapido, duro.

Ero il favorito.

Ho preso una batosta.

Paracadutato sul pianeta Terra.

Fine dei voli pindarici, delusione pazzesca.

Ma ciò che è peggio, molto peggio per uno che ha fatto della disciplina interiore un mantra, è che non riesco subito a rimettermi in careggiata, non ce la faccio. Mi aggiravo in stato comatoso come l’ombra di me stesso, nella mente e nel corpo. Accuso il colpo ed il mio fisico, la mia armatura da sempre, somatizza di brutto.

Risultato 5 operazioni in tre anni, ruggine sulle ossa e sull’anima.

Ma io per vincere ero disposto a fare di tutto, ma non in senso figurato, di tutto proprio.

Marco Molfetta

Nel 2008 a Pechino un altro italiano, Sarmiento vince l’argento nella mia categoria quella degli 80 chili.

Bene, Bravo, Bis.

Ma per me un mezzo disastro, voleva dire strada sbarrata per il 2012 nella mia categoria, perché nel mio sport si ragiona a quattro anni alla volta, la sola cosa che conta davvero sono i 5 cerchi colorati incastrati su sfondo bianco.

Mi serviva una soluzione.

Mi serviva subito.

Decido, insieme alla Federazione, di seguire la strada più visionaria, la più folle e più matta della mia carriera. Salto a piè pari una categoria e pur di darmi una chance divento un peso massimo.

Da Atene a Londra, da meno di 68 chili a 92 tondi tondi, dopo due anni di lavoro al limite dell’umano. Ho tirato la corda del mio fisico così a lungo da temere di spezzarla, ma non l’ho fatto. Non l’ho fatto.

Marco Molfetta

Stagione olimpica. Anno di grazia 2012.

Sono 1 e 83 per 92 chili circa e sono un novellino nella categoria dei più grandi (e grossi) combattenti del Mondo, come se a scuola un bimbo di terza si fosse perso per i corridoi e fosse finito in classe di quelli di quinta.

Peccato che io non mi fossi perso per nulla.

I rappresentanti più accreditati della nuova categoria erano dei veri e propri giganti di ferro e anche considerando quelli meno dotati tecnicamente, la media era comunque di 15 centimetri e 15 chili più di me.

Ma non me ne fregava niente.

Oh ma proprio niente.

Io volevo l’oro olimpico. Punto.

Unica eccezione il mostro del Mali, l’unico essere umano capace di farmi venire i brividi lungo la schiena. Quando lo guardavi combattere sembrava avere la grazia di Roberto Bolle ma la protezione di una corazza, quella dei cavalieri medievali.

Io non lo volevo incrociare.

Non sul tatami.

Non a Londra.

Non in un vicolo buio.

Neppure al bagno dell’autogrill.

Lui di là, io di qua.

Si capisce che ci siamo sfidati a Londra eh? Troppo facile?

Però lui a quelle Olimpiadi ci arrivato perché baciato dalla buona sorte.

Marco Molfetta

 

Una settimana dopo che io avevo strappato il mio pass per Londra lui aveva clamorosamente fallito la qualificazione dal tabellone africano: miglior giorno della mia vita.

Poco dopo il CIO mi ha dato un bello schiaffone morale consegnandogli una scintillante wild card.

Il destino mi stava dicendo che dovevo passare sopra quell’armadio per andare a prendermi l’oro ma io lo ignoravo, il destino, sperando fino all’ultimo di finire dall’altro lato del tabellone.

Marco Molfetta

Yoon Soon Cheul, il mio maestro koreano, mi guarda con un sorriso stampato in volto, un sorriso smagliante.

Tiro un sospiro di sollievo interiore: è andata bene.

Ma quando mi gira la busta con il sorteggio c’è scritto che in semifinale avrei incrociato l’Incubo!

Distolgo lo sguardo dal foglio, lo punto sul maestro e mi esce proprio spontaneo un:

Ma che ti ridi? Sei matto?

E lui, con il suo italiano sbilenco:

Carlo, non c’è preoccupato, tu combattimento-style Mali perpetto!

Primo pensiero: Vaffanculo (trattenuto)

Secondo pensiero: Se lo dice il maestro deve esser vero.

Terzo pensiero: se già mi preoccupo della semifinale come se fossi già qualificato vuol dire che sono cattivo il giusto! Ed è un bene.

 

Le notti che precedono il gran giorno sono infernali, dormo con l’uomo nero sotto il letto e tenere i nervi saldi è dura.

Arriva il d-day, il giorno della verità.

Vinco il primo incontro in scioltezza, passo tutto il secondo, contro un bisonte cinese, a litigare con me stesso visto che il mio cervello è già proiettato sulla semifinale, ma la spunto al golden point.

Mi siedo un attimo e mi gusto il quarto di finale del Mostro: Mali vs Canada. Dopo 10 secondi il canadese gli piazza un calcio alla mascella, entrandogli da sotto e la Bestia va al tappeto.

Al tappeto!

Al tappeto!

Niente, si rialza più incazzato di prima e lo gonfia di mazzate.

Ma quel calcio ben piazzato del malcapitato canadese mi aveva ispirato.

Semifinale.

 

Marco Molfetta

Il maestro riparte alla carica:

Carlo, ti ho detto che non c’è…

Non c’è cosa? Non c’è? E allora vacci tu. Vai Sali tu!

Salgo sul quadrato e lui è gigantesco, sembra un gorilla con la corazza di Batman.

Ma quando faccio il primo passo sul tatami avviene la magia.

Forse Stephen King ha ragione.

Forse davvero i mostri ed i fantasmi esistono solo dentro di noi.

Perché io mi scrollo mesi di pensieri inutili in un singolo istante, lo guardo e mi dico, semplicemente:

MO TI MENO!

Sono esploso nel momento più giusto, come se fossi stufo di riempire il cuore di paura, non ce ne stava dentro più e adesso lo volessi svuotare a calci e cazzotti.

L’ho distrutto fisicamente e tatticamente.

Al mio primo calcio vola a terra, altro che 1 punto, ne valeva 1000 di punti per me.

Mi attacca, chiudo di pugno: 2 a 0

Altro calcio girato: di nuovo a terra e 3 a 0

Lui sbianca, per quanto possibile, non si capacitava di vedere il lupo, The Wolf così mi conoscono nell’ambiente, il piccolo e veloce lupo distruggerlo così.

Ritrova un secondo le distanze che la sua stazza pazzesca gli consentivano e con un calcio al volto pareggia: 3 a 3.

Ma non c’era storia.

Non c’era paragone quel giorno.

 

Come nel film Inception mi ero infilato fisicamente dentro un incubo e ne ero uscito smembrandolo pezzo per pezzo.

Mi risveglio.

6 a 4.

Finale.

 

Impazzisco e grido di gioia come un matto, salto come un bambino. Caccio un ululato da pelle d’oca. Mi sono sentito invincibile.

Sconfitto tutto: passato, Incubo, cambio di categoria, gli infortuni.

Marco Molfetta

La finale

La botta adrenalinica mi ha scosso la colonna vertebrale e quando sono risalito sul tatami per la finale avevo il sistema nervoso centrale ancora in tilt.

Parto di merda: 0 a 6

Mi specchio con un po’ di arroganza nella vittoria di prima e mi dico che: sticazzi, mal che vada sarà argento.

Lui mi attacca ma lo spingo ed esce dal tatami: 1 a 6.

 

Di solito non guardo mai gli occhi dell’avversario ma le spalle perché è da lì che partono i calci. Da come si muovono le spalle puoi capire come cercherà di colpirti. Ma in quel momento, sotto 1 a 6 lo guardo in faccia.

Era incredulo.

Aveva in tasta l’oro olimpico ed era incredulo.

 

La paura di vincere è la sola cosa più forte della paura di perdere.


Torno sotto 5 a 6.

Mi da un calcio in faccia, che vale 3 punti.

Si porta sul 5 a 9.
Mi si chiude la vena. Si chiude.

Non ti dovevi permettere!

Inizia l’ultimo minuto sul 6 a 9.

La logica consigliava di attaccarlo a bomba, di provare a fare punti ma io aspettavo, aspettavo.

Fanculo la logica.

60 secondi di attesa, a pianificare.

A decidere il modo in cui ridargli il calcio al volto di poco prima!

Un computer incazzato.

Calcio in faccia.

9 a 9.

Vittoria al golden point: oro olimpico.

Marco Molfetta

Non tutte le storie hanno una morale.

Ma questa sì.

Questa ce l’ha.

Le paure vanno affrontate, vanno prese a calci e pugni e trattate per quello che sono: illusioni, semplici illusioni.

Perché nella vita come nello sport puoi essere preso a calci da qualcuno che ti guarda con timore, come mi è successo in finale, oppure sgretolare in un secondo tutte le paure che ti hanno incatenato ad una sedia per mesi, immobilizzandoti.

 

Che poi, con il sennò di poi, c’aveva ragione quel koreano sorridente dall’italiano maccheronico:

Carlo, non c’è preoccupato, tu combattimento-style, Mali perpetto!

Carlo Molfetta / Contributor

Molfetta

La fatica non è soltanto uomo, la fatica è anche donna. Ma prima di essere uomo oppure donna la fatica è sorriso. Ho scelto uno sport di grandissima fatica come lo sci di fondo ed il rapporto con essa è stato tanto intimo da essere diventato il mio metro di giudizio di qualunque cosa nella vita: per essere meritevole qualcosa deve costare fatica. La fatica è un paradigma del fare, per potere così poi ottenere.

La libertà è ovviamente la condizione di poter scegliere, ma è anche una costruzione. Si può parlare di pura libertà solo quando fare ciò che vuoi, seguendo quindi l’istinto di ciò che è dentro di te, ti corrisponde appieno. Per questo, per essere liberi bisogna possedere una conoscenza istintiva della propria identità. Conoscersi, comprendersi, accettarsi, amarsi, e poi poter scegliere autonomamente: questo significa essere liberi.

La consapevolezza di essere donna deve essere guadagnata. Esistono aspetti positivi e negativi dell’essere donna nell’immaginario collettivo. Donna è femminilità, maternità, bellezza. Ma donna è anche lottare per fare ciò che più aggrada contro gli stereotipi della società contemporanea. La fermezza di volersi esprimere liberamente. L’orgoglio di essere donna. La consapevolezza di essere prima di tutto una persona. Questo rende vere donne.

Quando facevamo competizioni internazionali molto spesso ci confrontavamo con atlete che arrivavano dai paesi provenienti dall’ex blocco sovietico. Esprimevano con i loro gesti la sofferenza che provavano: l’obbligo ad uniformarsi una con l’altra, il divieto di mostrare sé stesse pienamente e di esprimere la propria personalità. Per me la sofferenza nasce dalla discriminazione. Lo sport ha il compito di veicolare precisi valori di uguaglianza e rispetto che devono essere parte della retorica non solo di chi lo pratica ma anche di chi lo osserva, lo commenta e lo ama. Le violenze verbali, le violenze nascoste, le discriminazioni latenti sono sofferenze enormi, non sempre visibili a occhio nudo ma così profonde da forgiare il carattere. Soprattutto nei più piccoli. Mai discriminare: né per genere, né per abilità, né per simpatia, mai.

Il cuore è il motore di tutto. Tutto si origina dal cuore, rappresenta la tua più profonda intimità. La sola mente, il solo corpo non bastano, qualunque sia il risultato da voler ottenere: nello sport, nella società, sul lavoro, nella genitorialità. Il gesto fatto con il cuore ha in sé una potenza immensa, capace di restituire equilibrio nell’universo, perché produce effetti lunghi e duraturi.

L’amore è un sentimento propositivo. Se non ami nello sport non vai da nessuna parte. L’amore è ciò che trasforma la sofferenza in sorriso. Si tratta di un sentimento molto difficile da gestire ma incredibilmente potente. Crea un piccolo motorino interno, una propulsione aggiuntiva che ti permette di sentirti più forte perché guardiano di un fuoco inviolabile. Nell’amore tutte le cellule del tuo corpo si liberano, respirano, e puoi esprimere il massimo delle tue potenzialità.

Il mio biglietto da visita, il marchio di fabbrica. Esternazione di ciò che hai dentro, se ce l’hai, e coinvolge non solo le labbra, si sorride soprattutto con gli occhi. Si comunica una sensazione di benessere che diventa contagiosa e propaga energia intorno a sé. Genera un processo benefico di guarigione, andando a aiutarci nel quotidiano, a prescindere dal successo finale.

Scalato nel 2003 è stato il mio sogno, un regalo di Dio. La salita è stato un privilegiato percorso di purificazione. L’aria rarefatta, le visioni e lo smarrimento. Ma anche la bellezza della natura e la maestosità delle montagne. Ci si sente perduti. Allo stesso tempo minuscole particelle insignificanti ed ingranaggio vitale di un magnifico progetto divino chiamato vita. Sentire questo è una grande lezione di umiltà, anche se, come dico sempre, il vero Everest è tornare a casa e mantenere questo umile stupore anche quando si è immersi nelle problematiche di tutti i giorni. Ognuno deve cercare il proprio Everest, la propria sfida che cambi la visione del mondo.

L’impegno è un dovere. L’impegno è ciò che ognuno di noi deve restituire in cambio di ciò che nella sua vita ha ricevuto. È una forma profonda di rispetto verso l’universo. Nel mio caso: impegno nella politica, nella fede, verso le donne. Vivere il mondo in questo modo non sempre è una passeggiata, anzi: impegnarsi significa anche sfidarsi e non accontentarsi delle cose semplici. Il manuale della vita non esiste e non è importante fare tutto in un tempo determinato dalla società: io mi sono laureata quest’estate! Ma è importante ridare sempre al mondo un’impegno degno dei doni che abbiamo ricevuto.

Non importa quali siano state le esperienze che ci hanno formato, bisogna sempre e comunque usarle per offrire agli altri la propria conoscenza. Tra le mura domestiche, in classe, nello spogliatoio, condividere il proprio bagaglio umano e sportivo è fondamentale. Arricchisce gli altri perché regala loro una prospettiva nuova e li sprona a fare altrettanto con te. Il mondo dello sport forgia il carattere molto profondamente e diventa paradigma per tutto il mondo del lavoro. Ho iniziato tanti anni fa a raccontare la mia esperienza nelle conferenze aziendali, affiancata dal team di Luciano Sabadin, nell’intima convinzione di avere molto da raccontare. Soprattutto ai più giovani. Una collaborazione nata per poter dare alle donne una voce in cui riconoscersi appieno, oggi è diventata parte integrante del mio impegno per gli altri. Non importa chi vi stia ascoltando, e con quanta attenzione lo faccia; se credete fermamente nei valori che volete trasmettere fatelo, sempre! Tra amici, in famiglia, sul posto di lavoro. Condivisione è empatia.

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