Sandro Campagna

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Lo sport avrà anche la memoria corta ma io, che di sport ci vivo da sempre o poco meno, la mia memoria la alleno spesso.

 

Lo faccio perchè è da ciò che ci ho seminato dentro che raccolgo quello che mi può servire per il futuro. Per fare il mio lavoro con attenzione e per provare a superare i problemi che è fisiologico incontrare serve avere la memoria da elefante.

Ci sono molti tipi diversi di problema che si possono presentare sul bordovasca nel corso di una stagione, durante una partita o, più semplicemente, tra un'azione e l'altra.

Ci sono quelli fisici, quelli tecnici e quelli logistici e, ad ognuno di questi, si prova a porre rimedio più o meno come farebbe un sarto, oppure un chirurgo: cercando la falla e applicandoci la toppa più adatta al vestito, o all'osso.

Che in fondo ortopedia e sartoria non sono poi così diverse.

Poi ci sono quelli tattici, di problemi, quelli attitudinali e quelli personali dei giocatori, ognuno diverso, ognuno a suo modo amplificabile o estinguibile anche solo scegliendo la parola giusta al momento giusto.

E non è un'esagerazione, nient'affatto: nel mio mestiere una parola detta o una parola non detta può determinare moltissimo delle fortune di un allenatore. Come in politica, tutto va pesato, bilanciato con il bilancino del farmacista di una volta.

Sandro Campagna

Una parola, che può esser giusta, sincera, forte, provocatoria oppure accusatrice, sbilenca, artificiosa, se piazzata al momento corretto determina il superamento di un problema. E ogni singolo problema, con la sua soluzione o con il contrario di essa, va a creare il grande mosaico finale del successo o dell'insuccesso.

Dieci soluzioni diverse per ognuno dei dieci possibili problemi che incontri sulla tua strada: le risposte sono sempre notevolmente più numerose delle domande poste dai problemi stessi. E sono la fantasia e la sensibilità di chi li affronta a trasformare qualcosa che non va in qualcosa che invece funziona.

Se un osso si rompe ma si sa come aggiustarlo quello che si forma dove prima c'era una crepa è un callo osseo, che dell'osso è più duro, più forte. 

Forse meno elegante ma dannatamente più efficiente.

Per questo ricostruire è più difficile che costruire, per questo fare pace con un vecchio nemico è più complicato che stringere amicizie nuove sotto all'ombrellone, d'estate al mare. Però sul figliol prodigo e l'amico ritrovato c'hanno scritto i libri e le parabole.

C'è però un tipo di problema che è più difficile degli altri da affrontare, perchè è invisibile e sudbolo. Assomiglia ad una nebbia fitta che si materializza a poco a poco, riempiendo gli spazi tra le persone che lavorano insieme e che finisce, senza che nessuno se ne sia reso conto per tempo, con il creare un filtro impenetrabile tra ogni componente della squadra.

E quando la nebbia è scesa tutta ormai è tardi, tra la gente non ci si parla più e quando qualcuno prova a farlo le linee disturbate trasformano tutto nel gioco del telefono senza fili dove il primo chiede al secondo "apri la finestra" e l'ultimo grida "è pronta la minestra?".

È il virus della paura.

Come un'epidemia, una febbre senza sintomi esteriori ma che, alle prime vere difficoltà, fa scoppiare i termometri di tutti quanti contemporaneamente.


A me è successo per la prima volta tanti anni fa ed affrontarlo mi ha messo a dura prova ma mi ha anche permesso di crescere moltissimo.

Era il 2003 ed io ero un giovane allenatore emergente; stavo guidando il Settebello dopo aver raccolto una delle eredità più pesanti tra tutte le panchine azzurre di ogni sport: quella di Rudic.

Il mio contratto era in scadenza e ricevetti l'offerta della Grecia per guidare la nazionale verso le Olimpiadi di Atene 2004.

Non so bene descrivere cosa mi prese ma quell'offerta mi dava un solletico nuovo, un formicolio eccitato: era il riconoscimento di uno status internazionale, era il prospetto di un'avventura unica come l'Olimpiade fatta ai piedi dell'Olimpo. E accettai.

Accettai anche se quella squadra faticava ad entrare nelle migliori otto, sia agli Europei che ai Mondiali.

Accettai anche se quella squadra si era praticamente ammutinata contro il precedente allenatore, questo non mi spaventava, anzi. Lo consideravo come l'occasione per muovere un primo passo deciso nella nuova squadra: li ho messi tutti con le spalle al muro.

"Se io sono qui è perchè chi mi ha preceduto non c'è più e se voi vi siete esposti perchè questo cambiamento accadesse, ora  è il momento di iniziare a giustificarlo anche con i fatti."

Le crisi sono sempre il momento perfetto per investire, soprattutto su se stessi.

La squadra inizialmente reagì bene, mi seguivano alla lettera, la federazione riusciva sempre ad esaudire le mie richieste logistiche, tecniche e di qualsiasi altra natura. Lavoravamo insieme da poco, ma lo facevamo con l'attitudine di chi rispetta i ruoli reciproci come se fossero incisi su pietra.

Sandro Campagna

Eppure...

Eppure qualcosa non tornava, la squadra alle prime difficoltà incontrate in vasca si scioglieva cadendo in uno stato diffuso di confusione, di paura e di difficoltà.

Era come se stessi allenando un pugile di buona prospettiva: bene il destro, grande sinistro, piedi rapidi, gli sparring partner in allenamento sempre buttati al tappeto ma, una volta salito sul ring, al primo cazzotto preso ecco arrivare la paralisi.

La pressione su quella squadra era enorme, come quella di una pentola che poi ad un certo punto, se non apri la valvola esplode. Le Olimpiadi in casa, il cambio tecnico, le difficoltà ad entrare stabilmente nell'elitè della pallanuoto mondiale, quella Grecia sembrava un'opera incompiuta.

Estate del 2003, il calendario prevedere gli Europei e poi il Campionato del Mondo in rapida successione, è l'anno preolimpico e queste due manifestazioni sono le sole grandi prove generali prima delle Olimpiadi.

Convivendo con i nostri mostri claudichiamo fino ai quarti dell'Europeo e usciamo contro una Russia che, all'epoca, battevamo una volta su venti. Ad esser positivi.

Qualche settimana dopo ci ritroviamo tutti a Barcellona, dove ha luogo il campionato del Mondo, e la mia squadra, sulla quale la nebbia della pressione era calata ormai del tutto, in acqua si dimostrava contratta, inespressa.

Lo schema era sempre lo stesso: un buon inizio e, alle prime difficoltà, il crollo. 

Perdiamo con l'Italia, poi con la Germania. 

Arriviamo agli ottavi per il rotto della cuffia e ci si prospetta il remake contro la Russia.

Piena estate ma clima rigido tra i ragazzi.

Di quei giorni ricordo le notti senza sonno, lo stress vissuto sotto la pelle e trasformato in pensieri pesanti, i risvegli con il respiro affannoso. Quel tipo di risveglio che chiunque abbia senso del dovere sa riconoscere in un istante.

Passavo tutte le mie ore libere a passeggiare per la Rambla, arrovellandomi il cervello alla ricerca di una soluzione, di una chiave che sbloccasse quella serratura. 

Non avevo mai affrontato prima un problema tanto evidente eppure tanto poco visibile allo stesso tempo.

Convocai i tre giocatori più importanti, solo loro: 

"Che succede ragazzi?"

A far traboccare il vaso erano stati alcuni articoli di giornale, ovviamente sulla stampa greca che io non leggevo, nei quali mezza squadra veniva attaccata con toni duri da parte dei vertici della Federazione stessa.

Alle Olimpiadi, di questo passo, non vi convochiamo! 

Questo era il messaggio e, nonostante non fossero dei veri e propri virgolettati, il mandante era chiaro.

E così mi sono ritrovato, poche ore dopo, solo, faccia a faccia con il presidente della Federazione, chiusi nella sala riunioni Fina della piscina di Barcellona.

Testa contro testa, idee contro idee. 

Ma lo stesso simbolo ricamato sulla polo.

Il presidente era focoso, molto focoso. 

Focoso e competente come lo sono spesso i greci quando si parla di sport.

"L'unico responsabile della situazione sei tu!"

Non ero il destinatario, ma il mittente. 

Avevo ricacciato nello stomaco i miei dubbi e espresso il mio parere senza se e senza ma.

Era talmente stupito della mia uscita che si mise a gridare, con gli occhi di fuori: "Malaka! Malaka!" che in greco vuol dire stronzata.

"Tu sei il padre della pallanuoto greca, senza di te non saremmo qui. 

Ma se mi hai chiamato è perchè c'era un problema. 

Ed io cercherò di risolverlo. 

Sono qui da 30 giorni e tu devi dare stabilità alla squadra".

Gli chiesi di venire a parlare alla squadra, di fare il possibile per tranquillizzare tutti.

Lui flirtò per un istante con l'idea di licenziarmi per direttissima ma alla fine acconsentì ed il giorno dopo, la mattina dell'ottavo di finale, riunì tutti quanti in un bar del centro.

Dopo il suo discorso battemmo la Russia, in una partita che fu un saliscendi di emozioni e che, anche solo pochi giorni prima, avrebbe fatto saltare le coronarie a tutti i ragazzi in acqua.

Fu l'inizio della svolta, sfiorammo la medaglia ed iniziammo un percorso che avrebbe  portato la Grecia a vincere la prima storica medaglia ai Mondiali del 2005.


Tra vincere e perdere c'è in mezzo il mare, come tra il dire ed il fare.

Ma su quel mare, ve lo diranno tutti, si naviga come sopra ad una zattera e remando con le mani. 

Dei problemi che s'incontrano è bene preoccuparsi ma è ancora meglio non farsene inghiottire ed a volte, per uscire vivo dalla corrida il toro va preso con due mani, forte, sulle corna nella speranza che si stanchi prima di te.

L'allenatore è (anche) un ombrello, sotto il quale devono starci tutti durante le burrasche, e magari solo uno dei ragazzi quando fuori c'è una pioggerellina leggera.

 

È il primo responsabile e l'ultimo a salire sul podio nelle premiazioni.

Sandro Campagna / Contributor

Sandro Campagna

La fatica non è soltanto uomo, la fatica è anche donna. Ma prima di essere uomo oppure donna la fatica è sorriso. Ho scelto uno sport di grandissima fatica come lo sci di fondo ed il rapporto con essa è stato tanto intimo da essere diventato il mio metro di giudizio di qualunque cosa nella vita: per essere meritevole qualcosa deve costare fatica. La fatica è un paradigma del fare, per potere così poi ottenere.

La libertà è ovviamente la condizione di poter scegliere, ma è anche una costruzione.

Si può parlare di pura libertà solo quando fare ciò che vuoi, seguendo quindi l’istinto di ciò che è dentro di te, ti corrisponde appieno.
Per questo, per essere liberi bisogna possedere una conoscenza istintiva della propria identità.

Conoscersi, comprendersi, accettarsi, amarsi, e poi poter scegliere autonomamente: questo significa essere liberi.

La consapevolezza di essere donna deve essere guadagnata.

Esistono aspetti positivi e negativi dell’essere donna nell’immaginario collettivo.
Donna è femminilità, maternità, bellezza. Ma donna è anche lottare per fare ciò che più aggrada contro gli stereotipi della società contemporanea.

La fermezza di volersi esprimere liberamente. L’orgoglio di essere donna. La consapevolezza di essere prima di tutto una persona.
Questo rende vere donne.

Quando facevamo competizioni internazionali molto spesso ci confrontavamo con atlete che arrivavano dai paesi provenienti dall’ex blocco sovietico.

Esprimevano con i loro gesti la sofferenza che provavano: l’obbligo ad uniformarsi una con l’altra, il divieto di mostrare sé stesse pienamente e di esprimere la propria personalità.
Per me la sofferenza nasce dalla discriminazione.

Lo sport ha il compito di veicolare precisi valori di uguaglianza e rispetto che devono essere parte della retorica non solo di chi lo pratica ma anche di chi lo osserva, lo commenta e lo ama.

Le violenze verbali, le violenze nascoste, le discriminazioni latenti sono sofferenze enormi, non sempre visibili a occhio nudo ma così profonde da forgiare il carattere.

Soprattutto nei più piccoli.
Mai discriminare: né per genere, né per abilità, né per simpatia, mai.

Il cuore è il motore di tutto. Tutto si origina dal cuore, rappresenta la tua più profonda intimità. La sola mente, il solo corpo non bastano, qualunque sia il risultato da voler ottenere: nello sport, nella società, sul lavoro, nella genitorialità. Il gesto fatto con il cuore ha in sé una potenza immensa, capace di restituire equilibrio nell’universo, perché produce effetti lunghi e duraturi.

L’amore è un sentimento propositivo.
Se non ami nello sport non vai da nessuna parte.
L’amore è ciò che trasforma la sofferenza in sorriso.
Si tratta di un sentimento molto difficile da gestire ma incredibilmente potente.

Crea un piccolo motorino interno, una propulsione aggiuntiva che ti permette di sentirti più forte perché guardiano di un fuoco inviolabile.

Nell’amore tutte le cellule del tuo corpo si liberano, respirano, e puoi esprimere il massimo delle tue potenzialità.

Il mio biglietto da visita, il marchio di fabbrica.
Esternazione di ciò che hai dentro, se ce l’hai, e coinvolge non solo le labbra, si sorride soprattutto con gli occhi.

Si comunica una sensazione di benessere che diventa contagiosa e propaga energia intorno a sé.

Genera un processo benefico di guarigione, andando a aiutarci nel quotidiano, a prescindere dal successo finale.

Scalato nel 2003 è stato il mio sogno, un regalo di Dio.
La salita è stato un privilegiato percorso di purificazione.

L’aria rarefatta, le visioni e lo smarrimento.

Ma anche la bellezza della natura e la maestosità delle montagne. Ci si sente perduti.

Allo stesso tempo minuscole particelle insignificanti ed ingranaggio vitale di un magnifico progetto divino chiamato vita.

Sentire questo è una grande lezione di umiltà, anche se, come dico sempre, il vero Everest è tornare a casa e mantenere questo umile stupore anche quando si è immersi nelle problematiche di tutti i giorni.

Ognuno deve cercare il proprio Everest, la propria sfida che cambi la visione del mondo.

L’impegno è un dovere.
L’impegno è ciò che ognuno di noi deve restituire in cambio di ciò che nella sua vita ha ricevuto.

È una forma profonda di rispetto verso l’universo.

Nel mio caso: impegno nella politica, nella fede, verso le donne.
Vivere il mondo in questo modo non sempre è una passeggiata, anzi: impegnarsi significa anche sfidarsi e non accontentarsi delle cose semplici.

Il manuale della vita non esiste e non è importante fare tutto in un tempo determinato dalla società: io mi sono laureata quest’estate!

Ma è importante ridare sempre al mondo un’impegno degno dei doni che abbiamo ricevuto.

Non importa quali siano state le esperienze che ci hanno formato, bisogna sempre e comunque usarle per offrire agli altri la propria conoscenza.

Tra le mura domestiche, in classe, nello spogliatoio, condividere il proprio bagaglio umano e sportivo è fondamentale.

Arricchisce gli altri perché regala loro una prospettiva nuova e li sprona a fare altrettanto con te.

Il mondo dello sport forgia il carattere molto profondamente e diventa paradigma per tutto il mondo del lavoro.

Ho iniziato tanti anni fa a raccontare la mia esperienza nelle conferenze aziendali, affiancata dal team di Luciano Sabadin, nell’intima convinzione di avere molto da raccontare. Soprattutto ai più giovani.

Una collaborazione nata per poter dare alle donne una voce in cui riconoscersi appieno, oggi è diventata parte integrante del mio impegno per gli altri.

Non importa chi vi stia ascoltando, e con quanta attenzione lo faccia; se credete fermamente nei valori che volete trasmettere fatelo, sempre!

Tra amici, in famiglia, sul posto di lavoro.
Condivisione è empatia.

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