Fabio Basile

Fabio Basile

10 MIN

Prima delle Olimpiadi di Rio nessuno mi portava in giro a fare le gare per qualificarmi.

Nessuno.

Perché nessuno credeva che avrei potuto fare qualcosa di buono.

Tranne me.

E forse pochi altri.

Mi criticavano, non ero all’altezza dicevano.

Mi sono qualificato per quei giochi in meno di 4 mesi, bruciando tutte le tappe.

Ho vinto l’oro Olimpico chiudendo la finale dopo 84 secondi con un ippon, che è l’equivalente di un ko nella boxe.

84 secondi.

Fabio Basile

Dopo quella vittoria la mia vita è cambiata.

A partire dalla colazione e fino alla cena, in ogni istante del giorno la mia vita era diversa. La gente mi fermava per strada, mi voleva conoscere personalmente, chiedere qualcosa.

Solo una cosa non era cambiata: le critiche.

C’era chi diceva che avevo vinto per caso, o perché ero un outsider e gli altri mi avevano sottovalutato.

Credevano che la fortuna centrasse qualcosa.

La fortuna nel judo?

Ma siete seri?

Le chiacchiere della gente che non mi conosce sono state da sempre la colonna sonora della mia vita.

Ma io ascolto sempre tutto, leggo sempre tutto.

Ricordo sempre tutto.

Ho sempre pensato che se la gente parla male di te vuol dire solo che stai facendo bene il tuo lavoro e che quindi va bene così.

Tanto sono più forte delle cattiverie.

Fabio Basile

Dopo l’Olimpiade ho deciso di partecipare a Ballando con le stelle.

Apriti cielo.

Valanga di pareri negativi, inconsistenti stronzate di chi non conosce la mia storia, la mia dedizione ed il mio amore per il judo.

Solo benzina sul mio fuoco.

Non ho mai messo niente sopra il mio sport. Arrivare in alto per me vale più di tutto.

Di tutto.

Io voglio prendermi l’universo.

Comunque a 22 anni avevo voglia di divertirmi un po’, di provare qualcosa di nuovo e ho accettato di far parte per qualche tempo del mondo scintillante della tv, anche se sapevo che voleva dire allenarsi tutti i giorni incastrando le ore in palestra in mezzo alle riprese.

Non voglio dirvi cazzate.

Quello della tv è un ambiente che attrae, che luccica.

Denaro, visibilità, impegni vari.

Cose a cui non sei abituato.

La mia popolarità era volata alle stelle, se prima mi riconoscevano tante persone, adesso mi fermavano proprio tutti.

Dal bambino al vecchietto, chiunque passasse il sabato sera in casa sintonizzato sul canale giusto sapeva chi ero e cosa facevo nella vita.


Ma a prescindere da tutto questo io non ho mai perso il mio equilibrio.

Mai!

Liberi di crederci o no, ma è la pura e semplice verità.

Si avvicinavano i Mondiali ed era arrivato il momento di ricambiare alcune cosette nella mia vita.


Volevo riconnettermi
al mio io più profondo, al judoka, il combattente che entra nel dojo con la schiena scheggiata ma dritta, che nessuno riesce a spezzare.

Lo staff della nazionale mi proponeva di raggiungere il Giappone con tutte le abituali comodità che vengono offerte agli atleti.

Ma io volevo qualcosa di diverso e me lo sono andato a prendere.

Ho prenotato il mio volo e ho preso una stanza all’interno della Nittaidai University, la seconda miglior scuola di judo del Paese, a Tokyo.

In tutta la Capitale giapponese una stanza costa in media 250 euro a notte, è tutto carissimo laggiù, mentre io ne spendevo 18 a notte.

Così per darvi un metro di paragone.

Fabio Basile

La stanza era due metri per due e c’era solo un piccolo armadio, non c’era il letto col materasso, ma dormivo sul legno. Il bagno era ovviamente in comune.

Dalle stelle alle stalle.

Volontariamente.

Perché l’ho fatto?

Perché dovevo togliermi di dosso quella puzza di tranquillità che sentivo di avere addosso, senza il dolore non si ottiene niente nello sport in generale, figurati nel mio.

Negli allenamenti devi soffrire se vuoi vincere.

Pur senza aver mai perso il controllo avevo fatto un po’ troppa bella vita, ed era giunto il momento di tornare a sentire il profumo del sangue.

L’abito di un judoka si chiama judogi ed è sacro.

Quanto di più sacro tu possa mai possedere.

Sulla schiena del judogi si appende sempre una pettorina blu che indica il tuo nome e la tua nazionalità.

Fabio Basile

Se sei il campione del Mondo per un anno quella pettorina è rossa ma se sei il campione olimpico per quattro lunghi anni ne indosserai una dorata.

In pratica è come se ti avessero disegnato un mirino sulla schiena.

Perché tutti vorranno sfidarti, tutti ti verranno a cercare e tu non potrai scappare, li dovrai affrontare uno ad uno.

Questione di onore.

 

Io ho scelto di starmene solo, in un luogo straniero e inospitale, privo completamente di comfort perché volevo dimostrare a tutti, me stesso in primis, quanto il chiacchiericcio sentito in Italia fosse solo un ammasso di stronzate.

Sono stati due mesi infernali.

Una discesa all’inferno completa ed il suo ritorno.

Quello giapponese è un popolo abbastanza chiuso e le persone danno pochissima confidenza allo straniero.

Ogni giorno si faceva più difficile per un milione di motivi diversi: iniziavo a sentire la mancanza di contatto umano che mi scaldasse il cuore, sfidavo decine di avversari per cercare di prepararmi al meglio e iniziavo a sentirmi sfinito.
Ero in una delle migliori scuole di judo del Giappone, circondato da atleti fenomenali che non desideravano altro che dare una lezione allo straniero con la pettorina d’oro, che li affrontava a casa loro, nella loro scuola, senza mai spezzarsi.

Incrociavo spesso anche Hifumi Abe, che poi avrebbe vinto i Mondiali.

 

Incrociavamo sguardi e anime, ci si odia con rispetto nel judo.

 

Quando la mattina mi alzavo non sapevo mai se avrei avuto la fortuna di tornare nel mio buco la sera o se non ce l’avrei fatta e sarei finito in qualche pronto soccorso a leccarmi le ferite.

Molte volte mi ritrovavo alle 3 di notte a fissare il soffitto, non riuscivo a far smettere di tremare le gambe, perché ero andato in sovraccarico e non le sentivo più.

Ogni mattino mi fasciavo le dita con calma e precisione, un rituale antico per coprire dolori di oggi.

 

Non sono arretrato di un centimetro. 2 mesi senza un singolo giorno di riposo, neppure quando in un incontro mi sono lesionato il menisco.

Non mi interessava nulla che non fosse combattere, vincere, prepararmi.

Ho esplorato i miei limiti, forse li ho spinti un po’ più in là, forse li ho solo scoperti.

Non guardavo la tv, non andavo sui social e non ascoltavo la musica, la mia colonna sonora era il mormorio delle critiche passate e presenti che mi ronzavano in testa senza sosta.


Ma le prove da superare non erano finite.

Durante quei due mesi di ricerca spirituale è venuto a mancare mio nonno.

Era un secondo padre per me e mi ha sempre dato tantissimo.

Quando sono partito era ricoverato in ospedale per una semplice polmonite, niente per una roccia come lui.

Mi ricordo che non ero riuscito ad esserci alla festa per i suoi 80 anni e per questo mi ero sentito morire dentro. Perciò non riesco nemmeno a descrivere come ho reagito alla notizia più dura.

Era scomparso, e non sarei neppure riuscito a salutarlo un’ultima volta.

Ancora adesso quando ci penso mi manca il fiato e non ho più saliva in bocca.

Mi mancherà sempre.

Per tre giorni consecutivi non sono rientrato nella mia stanza nell’università. Vagavo da solo come uno spettro per Tokyo, non so dire con certezza dove ho dormito o mangiato.

Combattevo fino allo stremo e poi uscivo con il cappuccio sulla testa e lo sguardo perso, camminando solo tra le luci della città.

 

Ho vacillato seriamente.

Quant’era lontana casa?

Non solo fisicamente, anche nel mio cuore, quanto era distante?

Cosa stavo facendo là?

 

Poi ho sentito una voce, verso il finire del terzo giorno. Era la voce del nonno che mi diceva: non mollare ragazzo mio, se superi questo ostacolo tutto quanto nella tua vita sarà più facile.

 

E aveva ragione. Tutto quel dolore era un investimento.

Fin da bambino è sempre stato il dolore la mia molla, la mia spinta verso la forza.

Quando sono tornato tante cose sono cambiate per me, mi sono reso conto di quanto certi dettagli della vita contemporanea non contino davvero un cazzo.

Fabio Basile

Ho riscoperto la gioia di una mattina di riposo.

 

Il piacere di parlare con qualcuno che ti vuole bene mentre mangi una pizza.

 

Sono arrivato al Mondiale in una condizione perfetta.

Non ero mai stato così in forma, così duro e preparato.

La mia mente era lucida e affilata, non ricordavo più il significato di sconfitta.

 

Ed infatti non ho perso.

Io non ho perso.

 

Magari non ho vinto, ma l’incontro decisivo io non l’ho perso.

Cercatelo ed andatelo a vedere se non credete a me.

Forse prima o poi ve lo racconterò io, quando sarò pronto.

 

Ma quello che più ha contato per me è stato il percorso.

Non il percorso facile, non una scorciatoia, ma una maledetta scalata che mi sono scelto personalmente.

 

L’ho scelta per ritrovare il combattente che vive dentro di me, per zittire l’eco delle voci che da anni assediano il mio castello, per farmi cadere giù.

 

Ho deciso di alzarmi dolorante ogni mattina.

 

Ho deciso di dimenticarmi delle comodità.

 

Ho deciso di riscrivere i limiti del mio cuore.

 

E soprattutto ho deciso di seguire l’ultimo consiglio di quel pezzo d’uomo che era mio nonno.

Fabio Basile / Contributor

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