Salvatore Rossini

Salvatore Rossini

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Per diluire il peso emotivo di una singola sconfitta occorrono in media 2,2 vittorie.

Non lo dico io, sono dati: perdere ha un impatto più che doppio sull'equilibrio dello sportivo piuttosto che vincere.

Per questo il sapore di una grande prestazione, di una convincente affermazione si accompagna sempre ad un retrogusto di sollievo, piuttosto che a uno di gioia pura.

La sconfitta invece si trascina, ti resta addosso come la terra sotto le unghie e non basta strofinarle una volta sola per farla andare via tutta quanta.

 

Io vivo ogni cosa in questa maniera, non solo lo sport.

Se va male allora è un disastro.

 

È un approccio profondo, radicato nel mio modo di pensare, di agire; sarebbe impossibile ormai combatterlo, sarebbe forse stato impossibile provare a combatterlo anche prima di "ormai".

Magari sono semplicemente fatto così: se non posso saltare un muro provo ad abbatterlo e se non riesco ad abbatterlo allora passerò la notte a chiedermi:

sono davvero queste le testate più forti che posso dare?

Dormo sempre poco e mi chiedo ogni volta:

so che ho dato tutto, ma ho davvero dato tutto?

Salvatore Rossini

E, come accade per ogni domanda formulata a sè stessi quando le luci sono spente, finisce col trasformarsi in un dubbio, poi in uno stimolo ed infine in un desiderio; che mi scorta fino al mattino come una guardia del corpo.

 

Per fare il libero devi possedere una forza mentale che rasenti l'incoscienza; una tenuta nervosa che confini, o piuttosto che sconfini, a volte nella meditazione.

Se giochi bene allora nessuno si accorgerà della tua presenza in campo.

Nessuno. Applausi e boati per gli schiacciatori, meraviglia per l'alzatore, di te nessuno ricorderà nulla o quasi.

 

Ma se la squadra va male e subisce allora sei il primo indiziato, o meglio: sei il principale indiziato.

É facile trovarti in mezzo al campo, in fondo persino la tua maglietta è diversa da quella di tutti gli altri; il tuo compito è raccogliere tutte le palle prima che tocchino per terra e se non ce la fai se ne accorgono tutti quanti nel palazzo.

Fare il libero è una costante lotta di nervi contro il proprio sistema nervoso centrale, moderni Don Chisciotte in pantaloncini assorti ad infilzare i propri mulini a vento.

I tuoi compagni lo sanno che cosa sei in campo a fare, il tuo ruolo è preciso, definito come quello di un marine, come quello di uno specialista.

Ma nessuno, nemmeno loro, sa quanto è complicato restare dentro lo spartito se c'è scritta sopra una nota sola.

 

Il libero non sfoga mai la tensione nel gesto tecnico: se sbaglia una ricezione il suo successivo tocco sarà un'altra ricezione e se sbaglia anche quella lo attende una nuova ricezione ancora.

È un codice binario, che come ogni codice binario è intuitivo, lineare.

E difficilissimo.

Il libero non ha nulla di diverso tecnicamente a cui ancorarsi dopo un errore e vive una sfida infinita tra le proprie insicurezze e le proprie convinzioni, lunga dai tre ai cinque set.

A volte dà la percezione di essere un ruolo passivo e questo lo può rendere pericoloso forse ma è anche ciò che gli da un fascino unico, come quello degli equilibristi che camminano sulla fune.

Sempre uguali a loro stessi, maniacali, precisi, silenziosi.

Non può esistere la sufficienza: o efficienza o fallimento.

Nessuno meglio di quanto posso fare io potrà mai spiegarvi come tutto questo vada oltre il livello a cui si sta giocando, quanto tutto questo sia più importante della velocità a cui i palloni vengono scagliati al di qua della rete dagli avversari. È una questione mentale ben prima che tecnica.

Salvatore Rossini

Io le categorie le ho fatte tutte.

Semplicemente: tutte.

Dalla prima divisione fino alla serie A.

Dagli allenamenti fatti in 4 la sera tardi, incrociando le dita nella speranza che i dopo-lavoristi della squadra arrivassero in numero sufficiente per giocare un po', fino al clamore e il professionismo dei raduni azzurri.

 

Quando avevo già passato i 20 anni e la serie A la osservavo soltato da lontano facevo la vita da pendolare, come la fanno in tanti che si sacrificano per le proprie famiglie, partendo prima di presto e tornando dopo di tardi.

Uscivo di casa alle sei, zaino in spalla, vestiario che non esiterei a definire gyspy e trasandato, ed andavo in università. Poi da lì altro treno verso l'allenamento, che quasi sempre era uno di quelli che dicevo iniziare sperando nel buon cuore dei dopo-lavoristi.

Una volta la professoressa di Analisi 1, che chiunque abbia sostenuto sa quanto sia una materia piacevolmente pesante, incuriosita dal mio borsone e stupita della mia conseguente spiegazione, mi disse:

Giovanotto, qui siamo a ingegneria,

non può mica pensare di fare entrambe le cose!

Mi sono sempre sentito come quelle boccette da condimento in cui metti sia l'olio che l'aceto insieme ma i due liquidi restano separati e per quanto tu possa giocare a ribaltare il contenitore in tutte le maniere possibili loro non si mescoleranno mai.

Ho sempre percepito d'esser fatto in quella maniera e di contenere in egual misura curiosità e cattiveria in me.

Curioso davanti al Mondo, cattivo quando mi dicono che non posso.

Salvatore Rossini

Tu valutami per quello che devi valutarmi e se non basterà lo rifarò; lo rifarò un numero di volte tale per cui l'ultima mi valuterai idoneo per forza.

 

Anche nello sport è andata così.

Quando giocavo in una categoria, qualunque essa fosse, dopo pochi mesi puntualmente mi ritrovavo in qualche palazzetto sperduto, dove ero entrato pagando il biglietto, per assistere ad una partita della categoria superiore.

Una categoria sopra, solo una.

Una ogni volta però.

 

Guardavo le partite, cercavo di immaginarmi in quel livello e finivo sempre col dire a me stesso che sì, cavolo sì, io avrei potuto giocare anche lì.

Cattiveria e curiosità m'hanno tenuto sportivamente in piedi anche quando logica e cuore consigliavano di tornarmene a casa, in riva al mare, vicino agli amici di sempre, chiudendo nel cassetto i sogni del professionismo.

E quando cuore e logica si alleano per un obiettivo, resistergli è davvero un atto di coraggiosa follia.

Salvatore Rossini

© Elena Zanutto - FIPAV

Curiosità e cattiveria mi sono rimaste sotto alle ginocchiere, una per lato, a proteggermi le giunture, per tutto il viaggio, dal pendolarismo fino all'esordio in serie A.

La mia prima palla in assoluto: Trento – Monza.

Quella Trento faceva più ace che errori, era una squdra incredibile ed io osservavo Osmany in battuta, giù in fondo al campo, avevo paura che il suo primo bolide di giornata avesse il potere di frantumarmi i polsi e non riuscivo a smettere di chiedermi, come ho sempre fatto:

so che ho dato tutto, ma ho davvero dato tutto?

so che posso starci, ma davvero posso starci?

La prima cannonata ha colpito il nastro, si è adagiata morbidamente tra le mie braccia, e la sola cosa che ha rotto è stato ghiaccio e l'ha rotto per me, e me soltanto,  che ero in viaggio da una vita, che avevo vinto e perso, guadagnato e fatto l'atleta-studente dentro alla stessa carriera.

In quell'istante tutte le promesse non mantenute, tutte le difficoltà si sono richiuse come una pianta carnivora quando ci si posa dentro un insetto: tutto il passato ha preso corpo e si è realizzato in un attimo.

Combatto ancora ogni giorno con me stesso, con lo stress del mio ruolo, con il dubbio d'aver fatto tutto come andava fatto.

E sapere di aver effettivamente fatto tutto come andava fatto tutto mica mi aiuta a smettere di chiedermelo, questo sono io.

Siamo alle porte di un Mondiale, se chiudo gli occhi e provo ad immaginare il Foro Italico pieno mi viene da riaprirli immediatamente o m'assalgono le vertigini e poi non riesco più a ricevere.

Cosa vorrei lo so ma non dico, ciò che vorremmo lo sappiamo ma non lo dico, non tutto nello sport si può rifare fino a che non andrà bene, ma, ad essere sincero, io Analisi 1 l'ho passato subito.

Salvatore Rossini / Contributor

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