Alessia Trost

Alessia Trost

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La mia disciplina richiede disciplina, molta disciplina.

Non avrei mai potuto fare uno sport di fatica, quel tipo di logorante ripetitività non mi appartiene.

Sento piuttosto il bisogno di sfidarmi continuamente, di percepire, anzi no, di calibrare a mio piacimento il livello qualitativo da richiedermi. Giorno su giorno.

 

Quando lo sento invadermi il palato, l'agrodolce sapore della fatica mi aiuta a sfiatare la mia pentola a pressione; a regolare i livelli di liquido che schizzano instabili nei miei vasi comunicanti interiori.

Tubi di vetro temperato nei quali i miei umori vanno su e giù come il mercurio nel termometro.

 

Promesse e premesse, mantenute oppure no le prime; intuite e poi spiegate le seconde.

Il vestito dell'atleta è scomodo, mi va stretto, comprime il mio torace e mi fa inciampare, a volte.

Inciampiamo tutti, in alcuni casi anche se stiamo semplicemente camminando.

Guarda dove metti i piedi!

Alessia  Trost

Studio, e ripasso, ed analizzo ogni giorno dove vanno messi i piedi, quale angolo creare tra la coscia ed il ginocchio, a quale punto della rincorsa accellerare o curvare.

In pedana però il mio sentire, il mio vedere si sdoppia, come se osservassi qualcosa di distante dentro ad un binocolo, chiudendo alternativamente l'occhio destro e l'occhio sinistro.

Osservo la stessa cosa ma ne vedo due differenti.

Da un lato vedo la mia sensazione, vedo gli applausi ritmati dei tifosi, i profumi della pista, le urla della gente e le note della musica che gracchia negli altoparlanti.

Ma se tutto l'insieme si ricopre di una foschia grigia, se il rumore supera il tifo, se i graffi sovrastano la melodia, allora chiudo l'occhio, e apro l'altro.

L'altro occhio è quello del chirurgo, è quello del geometra: cerca la simmetria.

Non la simmetria delle due parti in cui si può dividere un insieme perfetto, ma quella che lega insieme in un riflesso il passato ed il presente.

Quell'occhio ricerca gli automatismi provati ieri, e l'altro ieri, ed il giorno prima ancora.

Si appella, si aggancia, si lega con metodo e diligenza a ciò che sa di saper fare.

Quando la sensazione mi tradisce l'esperienza mi sorregge.


Vivono in me, sotto allo stesso tetto, l'atleta e la persona.

Si guardano negli occhi avanzando mentre cercano di rimanere in equilibrio sulle due passerelle di metallo che formano un binario del treno abbandonato.

I piedi appoggiati in modo da lasciarsi dietro un'ordinata fila indiana di orme, le braccia larghe ed ondeggianti per aiutarsi nell'incedere, l'atleta e la persona condividono una storia d'amore.

A volte quando una è stanca si fa trascinare dall'altra.

In alcune, particolari, giornate invece camminano toccandosi quasi le mani e sembra ad entrambe che l'orizzonte sia un punto nitido e che loro stiano andando proprio là.

In certe occasioni le ho sentite proseguire a passo spedito senza degnarsi di uno sguardo, incattivite, oppure palleggiandosi una bomba ad orologeria da un lato all'altro.

Lanciandola e poi portandosi le mani alle orecchie in attesa del botto.

L'atleta che vive in me, non ha paura di fallire mai.

Sa di poterlo fare, sa che è ciclico e naturale che succeda ed ha la forza o la non curanza di sorriderne.

Perchè l'errore regala nuova luce alla quotidianità, aiuta a costruirsi, cementandole, competenze che prima erano aliene.

L'errore è un vaccino.

La persona invece ha equilibri più sottili, fragilità che la definiscono.

Si esplora con maggiore discrezione, perchè ha molte più cose da perdere.

Cose, tra l'altro, molto più importanti.

Alessia  Trost

L'integrità, ad esempio, quanto cambia la sfumatura della parola integra se la accodiamo alla parola atleta piuttosto che alla parola persona?

Atleta integra.

Persona integra.

L'atleta è un'isola, deve esserlo.

Perfezionista, egoista, ossessionato, in missione per conto di qualcuno.

La persona è un continente.

Perfettibile, altruista, conciliante, in missione per conto di sè stessa.

Questo non è un semplice dualismo, sarebbe inesatto, parzialmente perbenista.

Questa convivenza ricorda di più un innesto, come si fa con le piante.

Perchè la radice più profonda, quella che affonda dentro la terra, sotto ai piedi, è ovviamente la natura di individuo, che respira e si nutre di affetti, di aria e di cibo.

Mentre l'atleta invece, che mangia allenamenti e produce risultati, è un'edera rampicante che cresce avvinghiando la corteccia, comparendo inizialmente un po' per caso ed un po' per gioco.

Questo abbraccio può essere un armonico sviluppo che abbellisce il tronco con la verde eleganza che l'edera sa dipingere anche sui muri di certe case nei centri storici.

Ma può pure essere soffocante ed invadente.

Può succedere che le due cose finiscano con l'identificarsi, con il mescolarsi e chi ti guarda da fuori non è più in grado di dire se dentro, in mezzo, ci sia una quercia oppure un ciliegio.


Quando arriva l'inverno e, si sa che l'inverno sta arrivando, il mantello del rampicante mi protegge, mi connota.

E nel bosco mi puoi riconoscere, anche se sotto sono spoglia.

 

Ma in primavera, quando le piante iniziano a fiorire, io continuerò a vedermi e farmi vedere semplicemente di un monotono colore verde, che sembra il verde dei fiori finti.

 

Quando mi sento completamente dentro la vita dell'atleta, quando sento che per un istante mi riesco a preoccupare solo di ciò che concerne quel mondo, io mi sento in colpa.

Mi sento in colpa verso l'altra parte del mio insieme, quella più antica, le cui radici più che trarre giovamento dai minerali le sento affogare lentamente con la testa sottoterra.

 

Ma credo anche che sia questo a permettermi di restare, alla fine della giornata, fedele alla mia natura più intima, a chi sono veramente: il latente e necessario senso di colpa.

L'insoddisfazione lontana e leggera di non poter essere solo una o l'altra cosa spingendo un bottone.

Perchè non si può, proprio non si può.

Alessia  Trost

Per tanto tempo ho pensato che la strada giusta da seguire fosse imbavagliare la persona in alcuni momenti, anche perchè è evidente che l'atleta abbia mediamente vita più intensa e breve.
 
L'ho imbavagliata quando sono mancata ad una laurea, ad una cena di classe, ad una serata tra amici.
 

Ho imparato, potremmo dire, a far implodere le cose che non sono perfettamente assimilabili da entrambe le parti.

Immagino il mio orizzonte come la piantina di una città.

Una mappa che comprende tutte le cose, tutte le persone, gli impegni, ogni singolo appuntamento che ho calendarizzato.

In questa giungla urbana di grattacieli e casette, di palazzi enormi e ville d'epoca, di viali alberati e corsie pedonali, a volte succede di dover abbattere qualcosa.

Di doverlo fare in pieno centro.

È per questo che ho appresso come piazzare le cariche, come recintare il perimetro, mettere in sicurezza i passanti e farlo implodere.

Senza conseguenze per me che premo il bottone e per i palazzi vicini.

Ma ad oggi, come ieri e come domani, la mia città non è un alternarsi di buchi ed edifici, perchè ogni giorno esigenze nuove crescono sulle macerie di quelle vecchie.


La volta che ho saltato più in alto in tutta la mia vita è stato appena uscita dalle superiori.

Ho toccato i 2 metri.

In quei giorni non sentivo ancora di essere un atleta o una persona a giorni alterni.

In realtà non lo penso neppure ora, mi sento più come Clark Kent, al quale basta inspiegabilmente togliere gli occhiali per far credere a tutti di esser qualcun'altro nonostante sia sostanzialmente identico a prima.

Da quel giorno quella prestazione, che io ho vissuto però con sorprendente naturalezza, mi ha perseguitata.

La riguardo spesso, cerco di fare sempre il possibile per ritornare a quella quota.

Tutto quello che inseguo come atleta è finalizzato a questo scopo.

Ma io lo so che quello non è stato il mio salto perfetto, so che quello devo ancora farlo.

Lo inseguo, come tutti.

Ho sempre pensato che il mio salto perfetto avverrà in una gara outdoor.

Perchè nelle gare outdoor gli elementi comandano su tutto.

Sento distintamente l'odore dell'erba, quello della gomma, il vento sulla pelle.

Tutto questo mi rimanda immediatamente a quando saltare era solo un gioco, il gioco della domenica, a quando tornata a casa sapevo che avrei trovato le tagliatelle della mamma nel piatto.

Ed io ho sempre sognato di legare questo minestrone buonissimo fatto coi ricordi di ogni stagione passata anche alla mia gara perfetta, in modo che in quella polaroid l'atleta e la persona possano finalmente abbracciarsi.

Ma con il passare dei giorni inizio a credere che forse in questo pensiero causa ed effetto si siano scambiati di posto.

Perchè aspettarsi che una delle due tiri per la giacca l'altra con sufficiente forza da farsela rotolare addosso?

Perchè per gratificare una devo immaginare di aver bisogno del successo dell'altra?

Con il passare dei giorni inizio a capire che non sono nè atleta nè persona, sono qualcos'altro. Qualcosa di più complesso e simbiotico, qualcosa che abbraccia con forza pezzi d'anima di entrambe le cose.

Ed è per questo che il mio salto perfetto lo immagino outdoor: perchè per permettermi di saltare più in alto che mai devo avere la pancia piena dei sapori che mi hanno fatto diventare grande quando ancora ero bambina.

Alessia Trost / Contributor

Alessia Trost