Diana Bacosi

Diana Bacosi

11 MIN

L'

uomo con il camice bianco si sistema gli occhiali che tiene sulla punta del naso e mi guarda di traverso, da sopra le lenti spesse.

È solo un uomo con il camice, uno dei tanti.

Ne ho visti molti di recente.

Diana hai sentito qualcosa?

mi chiede.

No, perché?

Strano!


Avere in tasca le chiavi per entrare da qualche parte non significa automaticamente poterlo fare sempre, anzi.

È una responsabilità possederle, non solo un privilegio.

Soprattutto se quella copia ti è costato parecchio riuscire a procurartela.

Magari ti è costato anni, o mesi d'amore e di pazienza.

Essere capaci di farsi trovare aldilà della porta per fare una sorpresa a chi sta rincasando è importante quanto saper riconoscere il momento in cui la porta va lasciata chiusa.

Così.

Esattamente come la si è trovata, tenendosi le chiavi a tintinnare tra le mani.


Me ne stavo rinchiusa in camera mia da due giorni ininterrotti e non volevo saperne di uscire.

Neanche un po'.

Ero ferita e spaventata.

Mi ero chiusa a riccio, stringendo forte le zampe davanti contro la cassa toracica e tirando fuori dalla schiena tutti quanti gli aculei che avevo a disposizione.

Non era una novità, sono una donna taciturna e le difficoltà più intime mi spingono a guardarmi dentro in solitudine: che non stiano male anche gli altri per le cose mie!

Fuori dalla porta comunque c'era un gran vociare.

Hanno bussato in molti.

Tutti, tra coloro che amo di più.

E hanno bussato anche coloro che avevano una copia delle chiavi: mio marito ed il mio bimbo piccolo.

Una delicatezza d'altruismo puro.


Tutto ebbe inizio qualche giorno prima che decidessi di chiudermi là dentro, mentre la vita sembrava scorrere normalmente.

La nostra cena in famiglia venne interrotta da un telefonata.

Era il medico della Federazione:

Diana, ti hanno sospeso per tre mesi.
Hai dei problemi al cuore.
Pensano che siano gravi.

Delle aritmie.

Non un'aritmia, delle aritmie.

La mia prima reazione è stata il desiderio di dargli un contorno, un nome.

Di definirlo ed isolarlo.

Almeno avrei saputo di cosa cavolo stessero parlando.

Di aritmie ce ne sono centinaia e tutte con sintomi e complicazioni differenti.

Ma delle mie sembrava impossibile saperne di più.

 

Gravi.

Gravi: questa parola però la capivo perfettamente, senza dubbio alcuno.

 

A tutti è capitato di fare un esame e di temerne il responso.

A tutti succede di non voler andare dal dottore per paura di scoprire qualcosa che non va.

Che poi di solito in quei casi è chi ti vuole bene a prenderti per il bavero della giacca ed a strattonarti, dicendoti: su, muovi il culo che andiamo a farti vedere!

Mi sono sentita come se avessi sul comodino una busta con dentro dei risultati che avevo paura di leggere, ma per quanto forte io desiderassi togliermi quel peso, l'involucro era sigillato.

Ed io dovevo farmene una ragione.

Diana Bacosi

Quando mi hanno detto che la mia condizione avrebbe richiesto dei lunghi e faticosi esami per essere definita ed affrontata mi sono sentita travolta da molti pensieri.

Tutti pesanti.

Tutti catastrofici.

Riguardando indietro, e riguardandomi dentro mentre lo faccio, mi rendo conto che la mia paura più impellente era ciò che forse, col senno di poi, lo era meno di tutto il resto.

Non potevo più sparare.

Non potevo fare la mia stagione.

Niente pedana.

Niente qualificazione per Rio.

Niente brividino lungo la schiena quando prendevo la mira.

Credo che si sia trattato di un meccanismo di difesa.

Io, ovviamente, sono una madre.

E una moglie.

E una figlia, prima che un'atleta.

Eppure in quel momento il mio cervello ha indirizzato tutte le preoccupazioni sullo sport, come se fosse la valvola di sfogo più efficace.

Erano 15 anni che sparavo, ogni giorno.

La routine del mio mestiere dava forma alle mie giornate, le costruiva e regolava in sua funzione.

Un'inesauribile fonte di equilibrio e di familiarità.

Come i rintocchi di una campana nella chiesa del paese, era il ritmico grido - pull - a scandire il passare delle mie ore.

Diana Bacosi

La mia mente spostava tutti i riflettori su quella mancanza, su quel cambiamento.

E su nessun'altro.

Che le altre implicazioni del mio cuore che batte un ritmo diverso non le voleva neppure prendere in considerazione.

Non esistevano.

Sarebbe stato troppo doloroso ascoltarle.

Chiusa nella mia stanza, diventata come la torre inespugnabile della principessa delle favole, quella con i capelli lunghissimi, mi sono messa a pensare.

E non tutto quello che ho pensato aveva un suono verosimile.

Ma tale era la paura.

Ho pensato persino ad un complotto.

Ho pensato alla mia pedana persa.

Poi, un giorno, ho pensato a mio figlio che cresceva e dal quel giorno non ho più pensato ad altro.

Giustamente.

Sono uscita dalla stanza e mi sono fatta tre mesi di esami.

Un tour de force incredibile, nel quale ho conosciuto più cardiologi di quanti se ne vedono in una vita di solito.

Un iter medico stressante e molto approfondito, condito dalla costante paura-necessità di chiedere.

La pesantezza di questo viaggio era da moltiplicare per il numero di pareri che volevo.

Che erano molti, molti più di 1.

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In tutto questo percorso io solo di una cosa non ho mai dubitato: la forza del mio cuore.

Non in senso figurato e metaforico.

No, no, proprio nel senso della straordinaria propulsione che quel muscolo sprigionava nel mio petto.

Lo sentivo saldo.

Lo sentivo regolare.

Lo sentivo quasi respirare.

E non ho mai avvertito il minimo sbalzo di corrente, se non quando mio figlio mi sorrideva.

Che poi se il dottore dice che hai un problema ma tu senti dentro di te che invece sei forte abbastanza, anzi più che abbastanza, come si fa a trovare il giusto equilibrio?

Come si fa a trovare il bilanciamento tra prevenzione e sensazione?

Io sono una donna istintiva.

Anche quando sparo lo sono.

Quando il tiratore è in pedana solitamente ancora il suo fucile alla spalla destra, è questa la tecnica più diffusa.

È come se agganciasse il retro del fucile nello spazio tra la clavicola e l'omero destri e da lì non lo spostasse mai.

La mira si prende muovendo solo la mano sinistra. Punto.

È stabile, prevedibile, sicuro.

Ma io invece no.

Io giro tutto il busto per seguire la parabola del piatto nel cielo.

Lo accompagno, ascolto il vento.

Lo inseguo col corpo oltre che con la volontà e lo sguardo.

Istinto.

Sono fatta così.

Diana Bacosi

Tre mesi dopo quella telefonata ricevuta all'ora di cena mi sono ritrovata a Roma.

Ero davanti alla grande porta vetri che introduce alla sede del CONI e tenevo in mano un grosso faldone con dentro tutti gli esami che avevo sostenuto in quelle lunghe settimane.

Era piuttosto pesante e lo dovevo reggere con due braccia.

Ma ciò che lo rendeva davvero scomodo da portare era principalmente il risultato di tutti quei maledetti elettrocardiogrammi ed ecodopler del cavolo: inconcludenti.

INCONCLUDENTI.

Il mio cuore batte un ritmo proprio, diverso da quello degli altri.

Le aritmie si manifestano.

Ma non mi si manifestano.

Come un inatteso alternarsi di generi musicali diversi suonati dal deejay che ho nel petto, mentre io mi aggiro nel silent party senza avere le cuffie.

Ogni sei mesi mi devo risottoporre a tutta la procedura e rivivo le stesse paure, gli stessi attimi di terribile smarrimento.

La stessa busta sigillata sul comodino.

Che quando è lì sopra non riesco neppure a dormire.

E a me chi me le ridà quelle notti?

La visita al CONI comunque andò bene e ho potuto riprendere la mia ruotine da atleta, riabbracciando il mio fucile, che è un po' come un secondogenito.

A patto che io non smetta mai, mai, di farmi monitorare.


Ho affrontato l'anno successivo con una carica unica.

Avevo la rabbia addosso e la filosofia in testa.

Ero già così contenta del semplice fatto di esserci che vincere era diventato facile.

Sono stata una macchina durante tutto l'anno olimpico.

Macinavo piattelli su piattelli ed ogni volta che salivo in pedana ripetevo sempre lo stesso rituale: mi infilavo il giubbotto e gli occhiali con la leggerezza di chi andava semplicemente a divertirsi.

Mi mettevo il fucile sulla spalla, con lo spirito dei sette nani che caricato il piccone per andare in miniera canticchiano gioiosi:

andiam, andiam, andiam a lavorar!

Il mio approccio non è più cambiato in pedana, neppure a Rio, dove alla fine ci sono riuscita eccome ad andare.

Le Olimpiadi.

Le Olimpiadi dove tutti erano nervosi, agitati ed io sorridevo come una bambina nel negozio delle caramelle.

Solo per un istante ho sentito il muscolo sotto lo sterno battere in maniera diversa: quando sono uscita dal tendone per andare a disputarmi la finale.

C'era un imponente muro di gente ad aspettarmi.

Ed il mio cuore aveva battuto più forte per un istante.

Ma proprio per questo lo abbiamo ab-battuto, quel muro.

Oggi sul camino posso esibire, fiera, la medaglia d'oro olimpica.

Una roba che, in poche parole, tutti sognano di poter stringere tra le mani.

Ogni sei mesi carico in macchina tutte le mie vecchie cartelle cliniche e le mie paure, e riparto per l'iter cardiologico.

Continuo a non sapere a che ritmo batterà il mio cuore oggi.

Cosa sceglierà il deejay.

Forse il rock.

Oppure il jazz.

Tanto non me ne accorgo.

Tranne quando arriva mio figlio e mi infila le cuffie sulle orecchie.

In quel momento sì che sento come batte.

E quanto va veloce.

Diana Bacosi / Contributor

Diana  Bacosi

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