Andrea Bertolacci

Andrea Bertolacci

13 MIN

Io in campo mi trasformo.

Trascino dentro al rettangolo tutta la mia cattiveria agonistica.

Una forza inconscia ed irruente che sento dentro, che mi sospinge dal calcio d'inizio fino al triplice fischio finale.

Mi accelera il battito e mi acuisce i sensi: ma questo ci sta.

Credo che sia normale.

Il campo è una giungla ed in quanto tale risponde a logiche tutte sue.

Puoi essere un uomo timido ed allo stesso tempo un calciatore intraprendente.

Impacciato con le donne ma autoritario coi compagni.

Pigro nella vita di tutti i giorni e un maratoneta quando giochi.

Il campo è il campo. Punto.

Non ci sono spiegazioni logiche che funzionano per tutti, formule matematiche che puoi applicare universalmente.

Non puoi appiccicare a tutti la stessa etichetta.

C'è chi lo fa, ovviamente, perché è più facile credere ad una cattiveria che senti piuttosto che a dieci cose buone, è così da sempre.

Ma è sbagliato.


Mi risuona in testa, per esempio, una frase che mi dicevano spesso quando frequentavo le superiori, a Roma.

Studiare per me era molto importante e farlo in una scuola pubblica era un motivo di grande fierezza.

Lo facevo per me, certo, ma anche per mia madre.

Mia madre.

Che più di una volta mi ha sorpreso addormentato sui libri alle nove e mezza della sera, che non era finito neppure il telegiornale ed io ero già stanco morto.

Mia madre.

Che ogni tanto si svegliava con me prima dell'alba, e mi aiutava a finire di studiare; così ero adeguatamente preparato per l'interrogazione delle 8, quella della primissima campanella.

Bhe, più di una volta in quella scuola mi sono sentito dire:

Sei solo il classico calciatore, sai solo dar dei calci al pallone!

Ero soltanto un ragazzino, uno dei tanti che facevano sacrifici enormi in nome di una passione e questa era già l'etichetta che ci avevano appiccicato addosso, a me ed a tutta la categoria.

Dietro la copertina rigida del prodotto-calciatore c'è sempre molto da scoprire, ci sono uomini e donne, sacrifici, bivi presi dal verso giusto e anche scelte sbagliate.

E se qualche mio collega, facendo il sostenuto, vuole circoscrivere tutto questo ad uno stereotipo incompleto, che lo faccia solo per se stesso e basta.

Che io quest'etichetta non me la sentirò addosso.

Né ora né mai.

Andrea Bertolacci

La mia storia d'amore con il pallone, quello che "so prendere solo a calci", è iniziata piuttosto tardi rispetto a quella degli altri bambini.

Di solito si inizia a rincorrere la palla pochi passi dopo essere riusciti a mettersi in piedi. In Italia è così.

Si gioca per strada, nei parchi, nei cortili, a volte anche in casa e si finisce sempre col rompere qualche vaso o qualche finestra, come nei film di Fantozzi.

Ma da piccolo a me piaceva il basket.

Dai 5 agli 8 anni o poco più mi sono sbucciato le ginocchia saltando su e giù per il parquet insieme ai miei amichetti più cari.

I nostri allenamenti però si limitavano sempre a sfide interne e non c'era mai l'occasione di misurarsi con degli avversari e, settimana dopo settimana, io ho iniziato a sentire che mi mancava un pezzo di puzzle per sentirmi pienamente coinvolto.

Mi mancava competere.

Mi mancava vedere il punteggio nostro a fianco di quello degli altri.

L'alternanza di vittoria e sconfitta, questo e solo questo poteva spezzare quella monotonia per me.

È stata la prima volta in cui mi sono trovato faccia a faccia con la mia anima competitiva e mi è anche scappato da ridere perché era chiaro fin da subito che avrei dovuto conviverci per sempre.

Ed è ancora così, chiaramente.


La scelta è ricaduta sul calcio, oggi posso dire fortunatamente, in maniera molto naturale.

Avevo iniziato a guardarlo in tv, mi appassionavo ai giocatori più famosi.

Era sempre la scelta dei bimbi più grandi quando si decideva cosa fare durante le ore di ginnastica a scuola.

Ricordo di averlo detto a mamma, e dopo a papà: "voglio iniziare a giocare a calcio!".

 

Prima mamma e poi papà.

È un tema ricorrente della mia infanzia questo ordine preciso.

Sono figlio di genitori separati ed il rapporto con mia madre è sempre stato più simbiotico e libero, anche perché abbiamo condiviso lo stesso tetto.

Ma una delle cose che rende questi ricordi così piacevoli è il fatto che non ce ne sia uno di quegli anni nel quale non compaia anche mio padre.

Dolcemente presente e attento alle mie esigenze.

Sono stato fortunato.

 

Ho iniziato in una scuola calcio che si trovava appena sotto casa.

Il più vicino possibile.

In una città come Roma questo non è certo qualcosa di secondario se non vuoi passare più tempo imbottigliato nel traffico piuttosto che sul prato.

Che poi comunque negli anni a seguire mi sarei rifatto con gli interessi parlando di pulman e metropolitane.

 

Con i piedi fu chiaro già dal primo giorno che ero molto portato: tutto mi veniva semplice.

Ero più veloce degli altri, mi accorgevo della giocata un secondo prima di tutti e mi ritrovavo sempre nel quadratino di campo dove stava per arrivare il pallone.

Quasi senza fare fatica.

Riuscire a far bene una cosa le dà sicuramente un sapore più intenso.

Anche a scuola, quando si facevano le squadre per giocare, venivo scelto tra i primi, anche a cospetto di ragazzi più grandicelli e forzuti di me.

Il pallone è democratico, rotola uguale per tutte le età.

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Dopo un solo anno nella squadretta sotto casa mi sono spostato alla scuola calcio Divino Amore, seguendo alcuni dei miei amici più cari.

Ma, nel frattempo, era arrivata anche la Roma.

La Roma, a Roma.

Per un ragazzino che inizia a girare in scooter per la città la sola cosa più grande di Roma è proprio "la Roma".

Mi presero uguale, nella Roma, anche se ero di un anno troppo piccolo per i pulcini, la prima squadra del settore giovanile.

Per cui facevo due sedute con loro, nonostante fossi sotto età, poi il venerdì tornavo dai miei amici di sempre e con loro facevo un allenamento e la partita.

È stato in quella stagione che ho imparato ciò che mi piace di più di tutto questo: il calcio.

Il gioco, semplicemente il gioco.

Io ho una passione sfrenata per il gioco.

Per la partita.

L'ho scoperto perché quando mi allenavo con i compagni più grandi della Roma, invece che avere gli occhi scintillanti e pieni di cose, non vedevo l'ora di tornare dagli "altri", che poi erano i "miei" con i quali avrei potuto fare la partita.

La partita.

Giocare.

Perno unico di tutto il sistema solare.


L'anno successivo sono entrato ufficialmente nelle giovanili giallorosse ed ho iniziato la corsa ad ostacoli che mi ha condotto fino al professionismo.

Uno dei ricordi a cui sono più legato è quello del secondo incontro faccia a faccia con la mia natura competitiva.

Certo non era inusuale che questo lato del mio carattere ogni tanto uscisse, anche per cose banali a volte.

Quando perdevo una partita ad esempio, diventavo un bimbo fastidioso, uno di quelli che tiene il muso fino alla domenica successiva.

O giù di lì.

Ma quello che accadde intorno ai 13 anni era molto più di questo.

Il calcio che si giocava a quell'età iniziava ad assomigliare un po' di più a quello vero, nel senso di spazi, di tempi, di attenzione tattica.

Ci si avvicinava al calcio dei grandi.

A passi piccoli, ma decisi.

Mi allenavo sempre bene eppure quando arrivava il giorno della partita non giocavo mai: o panchina o tribuna.

Un giorno mamma e papà vennero da me e mi chiesero:

Andrea ti vediamo un po' giù. Vuoi andare a giocare da qualche altra parte?
Magari con i tuoi amici?

Fu un trauma sentirlo.

Ma oggi posso dire con certezza che fu un gesto di puro altruismo e che ha avuto un grande impatto sulla mia crescita.

È stato come mettermi spalle al muro, ma con dolcezza.

È stato responsabilizzarmi, dandomi però anche un paracadute per atterrare in piedi.

Andrea Bertolacci

Non mi veniva imposto di continuare a provarci per forza.

Ma non mi veniva neppure negata la possibilità di farlo nonostante i risultati tardassero.

Anzi.

Io non mollo! Continuo a giocare qui! Sono più bravo di quelli che vanno in campo!

Non me lo ero inventato.

I compagni, a quell'età, erano la bocca della verità.

Perché non giochi? Ma guarda che sei forte!

Che Dio benedica l'onestà dei bambini, che è più sempre più coraggiosa di quella dei grandi.

Erano frasi prive di gelosia, quelle, prive di macchinazioni egoiste.

E io ci credevo.

Ancora oggi mia mamma mi dice scherzando:

Fortuna che non ci hai ascoltato quando ti dicevamo di smettere!

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Oggi posso dire di sapere perché non giocavo, e cercare delle parole eleganti per scriverlo non lo renderà in alcun modo meno squallido.

Molte volte dietro al calcio dei più piccoli, non appena si inizia a sentire il profumo di un possibile futuro scintillante, compaiono prepotenti le ambizioni dei più grandi.

Prendono corpo le raccomandazioni e gli atteggiamenti scorretti.

Ma un bambino deve giocare se lo merita.

E basta.

In parte perché è giusto che sia così, ma anche perché se gli si vuole dare una chance vera di emergere, il valore del lavoro è la prima cosa che deve imparare.

O non ce la farà mai.

Se non per un breve, inutile, istante scolorito.

Quello che è successo dopo è stato molto veloce.

Un vorticoso susseguirsi di scoperte e di soddisfazioni.

Dopo una stagione intera spesa a guardare altri 11 in campo con indosso una maglia identica alla mia, proprio alle porte dei playoff, cambiammo l'allenatore.

Arrivò Stramaccioni.

10 giorni di allenamenti e le due partite contro l'Atalanta.

Questo era tutto quello che restava da giocare della stagione.

Questo fu quello che mi bastò per tornare a divertirmi.

E da quel giorno non ho più smesso di farlo.

Da lì in avanti mi sono ritrovato sempre a giocare sotto età, bruciando le tappe.

Ero talmente disabituato a sentirmi valorizzato che quando l'allenaore degli Allievi nazionali mi disse:

Andrea ma stai scherzando? Secondo me sei fortissimo. Tu lavora che con me giocherai sempre

quasi faticavo a credergli.

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Soltanto allora,

soltanto quando sono stato chiamato nella nazionale Under16 per la prima volta,

soltanto quando ho fatto i primi, sporadici, allenamenti con la prima squadra, ho iniziato a sognare.

Ho cominciato a credere di poter diventare un professionista.

Soltanto allora perché prima non ne avevo il tempo.

Che il tempo che avevo lo usavo per studiare e per allenarmi.

Lo usavo per giocare.

Anche il sogno vuole i suoi spazi e pretende i suoi tempi, che sono lentissimi o velocissimi, non seguono mica le lancette dell'orologio.

Tra gli spazi che un sogno si prende a volte c'è anche quello più intimo.

Negli anni delle giovanili ho visto tanti, tanti ragazzini entrare dai cancelli di Trigoria con me ed uscirne poco dopo, senza successo.

Anche al mio migliore amico è andata così.

La palla è democratica sempre.

La mia natura competitiva mi ha tenuto a galla fino a che non ho imparato a nuotare.

Una natura che gioisce a voce alta della vittoria ma rifiuta lo scontro più crudo.

Non mi ha incancrenito nei momenti peggiori.

Non mi ha esaltato in quelli migliori.

Perché l'etichetta addosso io non la voglio.

Non la volevo allora.

Non la voglio oggi.

Non credo la vorrò mai.

Andrea Bertolacci / Contributor

Andrea Bertolacci

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