Giovanni Abagnale

Giovanni Abagnale

11 MIN

Ma tu sei sicuro?

Si! T’ho detto di sì!

Valerio non facciamo scherzi eh!! Sicuro al 100%?

Sine! Oh te l’ho detto!

Quindi se vengo a fare sta roba del canottaggio mi danno i crediti a scuola?! Ufficiale?!

Quei mariuoli alla fine i crediti aggiuntivi non me li hanno mica dati ma devo proprio dire che col canottaggio invece è andata piuttosto bene.

Strana la vita!

 

Già da bambino in tanti mi stressavano l’anima per via del mio cognome.

Come i fratelli

, dicevano.

Ma che sei parente loro?

chiedevano.

Io non solo non ero collegato in nessuna maniera ai leggendari fratelli Abbagnale ma in realtà non seguivo neppure quello sport!

 

Io volevo giocare a basket!

Io ancora amo il basket.

Al primo giorno del primo anno di liceo ci hanno portano in palestra ed io non vedevo l’ora di giocarci. Tra l’altro gli studenti più grandi ci raccontavano che quella era l’attività principale per le ore di ginnastica e quindi io ero proprio felice.

La professoressa era decisamente antipatica ma a me non fregava un bel niente: ero pronto a far piovere canestri con la mia mano calda.

E questo bastava a rendermi felice.

Giovanni Abagnale

Il destino poi era in agguato e desideroso di assecondarmi: dentro la palestra infatti ho incrociato un professore, uno bello alto, ed ero convinto che fosse rimasto folgorato dalla morbidezza del mio tiro da tre.

Conoscete Steph Curry?

Ecco uguale. U-G-U-A-L-E.

Ma dieci anni in anticipo, un predestinato.

Il professore si avvicinò a me e mi chiese se volessi andare ad allenarmi con il suo team nel pomeriggio.

Fatta! Era fatta!

Quando sono tornato in classe già mi immaginavo pronto per spiegare pallacanestro sui parquet della serie A, pronto per la nazionale e perché no anche per sostituire Jordan nel futuro film: Space Jam 2.

 

Ci pensarono un paio di compagni a rimettermi con i piedi a terra:

Giovà allora ti alleni con noi?

Come con voi?

Certo quello è il nostro coach, quello del canottaggio!

Guagliò i ragazzi del canottaggio si facevano già un mazzo così a 14 anni: allenamento alle 5 e mezza di mattina.

Sì, le 5 e mezza esistono anche di mattina.

Poi venivano a scuola e dopo tornavano a remare di nuovo.

La mia risposta fu abbastanza esplicita (forse più di abbastanza):

Ma voi siete pazzi, voi siete scemi!

Declinai con moderata grazia.

 

Ma loro hanno insistito ed insistito finchè qualcuno non ha tirato fuori sta storia dei crediti scolastici che fanno gola un po’ a tutti perché, diciamocelo, qualunque cosa è meglio dei banchi di scuola quando sei al liceo.

Ed è così che mi hanno incastrato.

Accetto di provare!

Giovanni Abagnale

Era primavera inoltrata quando ho preso in mano i remi la prima volta, siamo usciti subito in doppio ed è stato amore immediato.

Semplice ma intenso amore.

Ho sentito il contatto con la natura, le carezze dell’acqua.

Era come se niente al mondo avesse il diritto di salire in barca con noi, tutto doveva restarne per forza fuori.

Anche i problemi.

Soprattutto loro.

Startene lì, sull’imbarcazione a sentire il tuo respiro e la tua fatica che si lega a quella dei compagni, diventa una specie di preghiera collettiva.

Ti unisce a qualcuno ma allo stesso tempo ti stacca dal resto della realtà.

Insomma una figata.

Da quel giorno la mia vita è ovviamente cambiata: ho iniziato ad ammazzarmi di lavoro, ammazzarmi sul serio.

Mi sono sempre considerato umile, quando guardo i miei avversari sento sempre che a me tocca fare qualcosa di speciale, inventarmi e poi re-inventarmi nuovamente per avvicinarmi a loro, per provare a batterli.

 

È come se giocassi uno contro uno con Michael Jordan: lo so che è meglio di me, lo so che mi farà canestro ma io devo, DEVO, trovare un modo per fare almeno un punto. E lo trovo sempre, anche se per farlo devo dar fondo a tutta la scatola dei trucchi.

 

Per questo quando faccio qualcosa di buono sono il primo che fatica a credere di esserci riuscito.

Non mi sento snobbato, anche se a volte effettivamente lo sono stato, ma questa condizione di insicurezza mi mette l’argento vivo addosso, è quella spruzzata di pepe che mi spinge ad andare oltre sempre, in ogni occasione.

 

Sono 3 le specialità principali di punta nel canottaggio: l’imbarcazione a 2, quella a 4 e quella a 8.

Sono tutte uniche a modo loro e anche molto diverse una dall’altra.

Il 2 è tecnico, tanto tecnico.

Devi sentire di più la barca e riuscire ad andare in simbiosi con il tuo compagno. Non è solo questione di frequenza con la quale infili il remo nell’acqua, è molto di più.

Immaginate di toccare qualcuno con la vostra mano aperta. Potete accarezzarlo, o schiaffeggiarlo, tutto con diversa intensità, diverso angolo, diversa inclinazione del palmo. Ci sono mille e più maniere in cui potete farlo.

Sulla barca a due il colpo di remo, che per noi è sensibile come il tocco di una mano, deve avvenire uguale, contemporaneo, coordinato. Un balletto magnifico.

Giovanni Abagnale

L’imbarcazione invece a 8 è voluminosa, grossa.

C’è il timoniere che dirige l’andamento di tutti, è un team, una squadra.

Una specie di mega orchestra dove devi avere la forza fisica di portare a termine il tuo spartito sempre.

 

Quella a 4 è un fantastico mix delle prime due.

Un po’ di una ed un po’ dell’altra.

Devi essere forte come nell’8 per essere un ingranaggio efficiente ma devi anche essere molto sensibile.

Quelli che gareggiano in 4 infatti li chiamiamo i musicisti!

 

Capire dove dai il meglio di te non è sempre facile, anzi.

Magari dai il tuo meglio con una determinata formazione ma lo stesso non vale per gli altri oppure ti serve un tempo lungo per apprezzare un compagno e lavorarci bene assieme.

È una scelta non semplice da fare ed a volte il lavoro di un allenatore è un po’ come quello del druido di Asterix e Obelix che mischia gli ingredienti nel pentolone per preparare la pozione magica.

A volte il paiolo esplode, altre volte prendi a pizze tutti i legionari romani e torni a casa trionfante.

 

Per le Olimpiadi di Rio ad esempio io avevo strappato il pass per andarci con il mio compagno di sempre nel 2.

 

Ma a venti giorni dalla partenza arrivarono istruzioni dall’altro: C-A-M-B-I-A-R-E.

Il mio compagno storico veniva spostato nel 4 e Marco Di Costanzo era il nuovo partner al mio fianco.

Giovanni Abagnale

Ero un po’ confuso, quello sì.

Ma ragazzi: è stata magia!

Non avevamo mai gareggiato insieme e non avevamo alcuna aspettativa.

 

La prima cosa che ci siamo detti è stata: vada come vada ma io e te dopo ogni gara ci dobbiamo stringere la mano, perché abbiamo fatto il nostro meglio.

 

Il giorno della batteria sulle acque di Rio si stava abbattendo un terribile maremoto, con onde altissime, e noi eravamo sull’imbarcazione a cercare di svuotarla usando delle bottiglie di plastica tagliate a metà.

Arriviamo secondi nel mezzo della bufera e ci guadagniamo l’accesso alla semifinale.

Due napoletani insieme possono raggiungere livelli di scaramanzia davvero epici e noi per tutta la durata della permanenza abbiamo fatto sempre le stesse cose.

Ogni volta prima della gara per esempio facevamo lo stesso identico giro per Ipanema.

Non si deve mai sfidare la sorte!

La semifinale si prospettava di un livello altissimo e non facevamo altro che dirci frasi del tipo: niente strane idee mi raccomando oppure dobbiamo solo rompergli le scatole a quelli forti ma facciamolo bene!

E l’abbiamo fatto molto più che bene: finale.

 

Io già ero contento così e Marco pure, ma che l’appetito vien mangiando lo sanno tutti no?!

Io di solito mi sveglio la mattina con mille dolori, rinviando la sveglia, mi sento sempre un cadavere prima di mezzogiorno va!

Ma il giorno della Finale olimpica ho aperto gli occhi e mi sono sentito da dio.

Prima e ultima volta in vita mia.

Giorno giusto per diventare un leone della mattina.

Giovanni Abagnale

E poi…

E poi basta!

Non mi ricordo quasi più nulla di quella finale.

Per l’esattezza mi ricordo che abbiamo cambiato l’altezza dell’aggancio dei remi dopo il giro di ricognizione, ricordo che siamo partiti a cannone e poi ho qualche immagine degli ultimi 500 metri.

Ma in mezzo vuoto totale.

A 500 metri dall’arrivo eravamo dietro i favoriti, i mostri sacri della Nuova Zelanda, e basta.

Ma con la coda dell’occhio ho visto i sudafricani e gli inglesi partire per lo sprint finale.

Ci ritroviamo improvvisamente quarti e mi scappa forse una mezza imprecazione.

O meglio l’ho pensata l’imprecazione:

No! No! Dai Marco!

E lì, proprio in quel momento, la doccia fredda: Marco non rispondeva.

Ho pensato: è morto.

(Gliel'ho confessato mesi dopo di averlo pensato!)

Proprio quando stavo per tirare su i remi e fare il segno della croce sento una voce angelica alle mie spalle:

tira così! Giovà tiraaaaaa!

Era vivo, lodato sia l’Altissimo.

Abbiamo randellato l’acqua fino al traguardo in maniera impressionante.

Giovanni Abagnale

Quando ho riaperto gli occhi ero sul gradino più basso del podio fianco a fianco con Marco, tenevamo in mano una medaglia di bronzo.

Sorridenti e un po’ storditi.

Guardavo uno dei due mostri neozelandesi, che ovviamente avevano vinto, e mentre mi rigiravo il metallo tra le mani gli dicevo sorridendo:

guagliò pesante sta cosa!

Lui mi guardava un po’ perplesso: chissà che aveva capito!

 

L’ultima, e pure la sola, medaglia olimpica di specialità era stata vinta nel non-vicinissimo 1948, ed eravamo stati io e Marco a riportarne un’altra in Italia, ed a Napoli in particolare.

 

Ve l’ho detto prima che faccio quasi fatica a credere io stesso alle cose che ho fatto.

Soprattutto quelle grandi ed importanti.

Ma ricordo, e lo ricordo proprio bene, che poco prima di partire Valerio, amico da sempre, mi disse:

Giovà vai a scrivere il nome tuo!

Lo stesso Valerio che mi aveva incastrato con la bugia dei crediti scolastici per spingermi a fare canottaggio.

 

Ora che ci penso devo proprio chiederglielo: un bronzo olimpico può fare qualcosa per quei crediti?

Giovanni Abagnale / Contributor

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