Rolando Mandragora

Rolando Mandragora

12 MIN

Essere professionisti nel calcio di oggi significa vivere con la macchina sempre mezza carica, con le borse pronte per un viaggio nuovo, che è impossibile prevedere con certezza quante volte ti verrà chiesto di metterla in moto all’improvviso e ripartire.
È un prezzo obbligatorio, questo, da pagare.
Fa parte del gioco. Ma è il gioco di cui siamo tutti perdutamente innamorati, e quindi lo si accetta. Lo si accetta un po’ per forza e un bel po’ per cuore.


Costruire il proprio equilibrio e poi imparare a mantenerlo saldo quando tutto intorno a te cambia e gira, è un esercizio complicato, che s’inizia ad apprendere già da piccolissimi.
Cominci presto a sentire il calore umano, a capirne tutta la sua silenziosa influenza, a disegnarci sopra quello che per te diventerà poi davvero importante.

Rolando Mandragora

Nella mia famiglia il calcio è sempre stato come una seconda religione: sono cresciuto a pane e pallone. È stato come studiarlo all’università, sedendomi sui banchi delle prime file non appena ho cominciato a camminare.
Mio papà, Giustino, mi portava con lui sui campi di periferia, quelli delle serie minori, nelle quali allenava gente piena di passione che si sbucciava le ginocchia sui campi con poca erba.
Poca erba.
Pochissimo pubblico.
Tanta voglia di giocare.


Me ne sono invaghito subito di quella palla, che era il mio solo e unico giocattolo perché non ne ho mai desiderati o chiesti altri. Il solo modo che avevi per riuscire a togliermela dai piedi era chiedermi di giocarci insieme: ero un giocherellone e, credimi, te l’avrei passata, almeno per qualche ora.

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È nato con la palla tra le mani” mia mamma non si stanca mai di ripeterlo, a chiunque glielo chieda e anche a quelli che non glielo hanno chiesto, perché tanto è il suo orgoglio.


Mi ricordo che non vedevo altro, solo il calcio, e a casa mia tra la porta e il campanello era tutti i giorni un concerto pomeridiano. Ogni giorno un matinée. Gente che bussava o suonava per chiedermi di scendere a giocare ad ogni ora possibile e immaginabile, e io ho finito col passare più tempo nei campetti o sulle strade che tra le mura domestiche.
Quelle erano le mie vie, le chiamo ancora così, come se mi appartenessero per sempre di diritto. Come se i bambini che ci corrono oggi, tanti anni dopo, le avessero soltanto prese in prestito da me. Le rivorrò indietro quando avranno finito di giocare.

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Le strade di Cercola prima e di Scampia poi, quelle in cui sono diventato ragazzo, in cui ho dato i primi calci al pallone e delle quali conservo un ricordo d’amore puro.
Quando una città è tanto grande da diventare una metropoli, i diversi quartieri che la compongono assumono forme uniche, a volte stereotipate, con i loro pro e i loro contro. Territori di confine, a volte complicati, altre volte no, dei quali troppo spesso la gente si limita a parlarne con retorica.
Sono quartieri veri, con un’anima propria, che lascia un’impronta riconoscibile e unica. Sono una scuola di vita.
Ci sono ambienti più facili di quelli, certo, ma ce ne sono anche molti che sono meno umani, che sono meno calorosi e più impersonali. Se dovessi, io, oggi, ripartire da capo non cambierei nulla della mia infanzia, non una sola virgola è nel posto sbagliato.

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È stato un mix tra il calore della mia terra, che emergeva dal cemento delle strade colorate e uniche, e l’educazione della mia famiglia a permettermi di diventare un sognatore.
Permettermi di diventare un sognatore.
Perché sognatore lo può diventare solo chi ha già costruito qualcosa prima, sulla base originale e primitiva del rispetto e dell’umiltà. Perché senza l’umiltà giusta ed il rispetto per gli altri, l’aspirante sognatore è solamente un arrogante con la testa tra le nuvole.
E la mia famiglia mi ha istruito fin dal primo giorno ad essere un uomo, anche quando ero solo un bambino, per inseguire i miei sogni del futuro senza mai dimenticarmi delle lezioni del passato.


Tutto questo era già in valigia a 14 anni, l’età minima per andare in un convitto lontano dalla famiglia, cosa che ho fatto in direzione Genova e Genoa.
Quello fatto per loro non è stato il mio unico provino, ne feci altri prima, come quello con la Roma, che mi ha scartato l’anno precedente. Ringrazio loro e tutti quelli che non hanno visto me il potenziale per diventare un calciatore vero. Senza sarcasmo o ironia li ringrazio sul serio.
Benedico il rimbombo sentito nel cuore dopo ogni bocciatura: è solo da quelle che impari davvero qualcosa di importante.
Principalmente qualcosa su te stesso: come reagisci ad un no, quanto il tuo desiderio si accresce o si smorza di fronte ad un piccolo fallimento precoce.


Maggiore è l’empatia con la tua terra e più dura sarà digerire la distanza che ti separa da essa. Tutto ciò che la mia casa e la mia famiglia hanno sempre rappresentato per me rendevano quei chilometri difficili da sopportare, e durante gli anni delle giovanili la nostalgia è stata di certo l’avversario più complicato da battere per arrivare in serie A.


Il ricordo più bello di quegli anni, invece, è più semplice da scegliere e da raccontare, perché contrariamente alla nostalgia, che è come una nebbia che tutte le mattine ti appare fuori dalla finestra e finisce col confondere i giorni l’uno con l’altro, il mio giorno migliore ha una data.
Quella dell’esordio.
Oltre alla divisa rossoblù avevo solo diciassette anni e spiccioli addosso, Gasperini era sulla nostra panchina e la Juventus dei record era schierata nell’altra metà campo del Ferraris. Miglior inizio non me lo potevo neppure sognare: il calcio dei grandi, contro i più forti, non ancora maggiorenne.


Da allora di strada ne ho fatta un po’, mettendomi addosso qualche maglia prestigiosa e cercando di difenderle tutte al meglio di me stesso. Giornata dopo giornata, mettendo la gamba dove andava messa la gamba e la testa dove andava messa la testa.
Non ho ancora smesso di crescere e di migliorare, sempre alla ricerca della mia collocazione migliore, umanamente e tecnicamente. Alla ricerca del mio posto nel Mondo nel quale esprimere al meglio tutto quello che so fare sopra un campo di pallone.

Rolando Mandragora

La prossima che mi infilerò sarà quella azzurra e di questo Europeo che ci aspetta preferisco non parlare. Scaramanzia, si sa. In fondo sono sempre uomo del sud: non è vero ma ci credo.
Quindi, come ho imparato fin da bambino, per trovare la forza d’inseguire il mio prossimo sogno mi affido alle lezioni e ai ricordi del passato: quelli di un guaglioncello di periferia che non perdeva una partita della Nazionale, con la maglietta azzurra addosso e gli occhi accesi, infilati dentro a una tv.

Rolando Mandragora / Contributor

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