Giovanbattista Venditti

10 MIN

Novembre si stava avvicinando e con esso i test match della Nazionale.

Un mese storico perché avremmo incontrato dopo diversi anni gli All Blacks a Roma, il Sudafrica a Firenze e infine Tonga a Padova.

Dopo la tournée estiva con la Nazionale a Giugno dello stesso anno (Singapore, Fiji, Australia) ero rientrato dall'Inghilterra per vestire nuovamente la maglia delle Zebre. Il trasferimento aveva mostrato sicuramente dei lati positivi ma anche delle sfide non facili da raccogliere e da superare.

Come sempre il 100% del mio focus era sul fare bene con il club e ricordo che avevamo iniziato il campionato egregiamente dal punto di vista del gioco ma i risultati non erano stati altrettanto positivi.

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Personalmente dopo il primo mese di campionato avevo già segnato quattro mete e mi sentivo soddisfatto, percepivo di essere utile alla squadra e che stavo finalizzando bene il lavoro dei miei compagni.

Il giorno delle convocazioni per Novembre si stava avvicinando e ricordo che Conor O'Shea venne a Parma perché voleva parlarmi.

Quando l'allenatore vuole parlarti prima delle convocazioni, c'è sempre qualcosa di molto bello o di molto brutto in vista e per come sono fatto io, mi preparo sempre al peggio così da essere pronto per la botta o entusiasta della bella notizia.

Mi disse che ero già una delle ali più forti d'Italia ma che con le mie qualità avrei potuto essere quella più forte del campionato e che finché non lo avessi dimostrato significava che stavo giocando al di sotto delle mie possibilità.

Tradotto: Novembre me lo sarei scordato.

Provavo un misto di emozioni dentro di me; ero ovviamente triste per la non convocazione ma dall'altra parte ero molto stimolato perché mi ero sentito dire cose importanti, una fiducia così totale non me l'aveva mai mostrata nessuno ed avevo tanta voglia di ripagarla.


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Intanto il campionato stava proseguendo.

La trasferta di Edimburgo sarebbe stata l'ultima partita prima dei test match; avremmo giocato di Sabato e Domenica sarebbe iniziato il raduno a Roma.

Giocammo una gran partita con le Zebre.

Ci fu sacrificio da parte di tutti i giocatori e alla fine scrivemmo un piccolo pezzo di storia.

Segnai la meta della vittoria a due minuti dalla fine.

Per le Zebre, la prima vittoria storica in trasferta, a Murrayfield, uno dei templi del rugby mondiale.

Quella sera la festa era iniziata presto e nello spogliatoio c'era musica assordante; il tragitto tra lo stadio e l'albergo fu un vero delirio, interrotto solamente da una telefonata al nostro manager.

Lo avevo visto venire verso il fondo dell'autobus, dove ero seduto e chiudere la telefonata ad un passo da me.

Ero stato convocato con la Nazionale.

Vacanza in Tailandia annullata e treno per Roma il giorno dopo.

Così, di nuovo, un mix di emozioni dentro.


Ovviamente vestire la maglia della Nazionale è una delle cose più belle della mia vita, il fatto di avere un obiettivo per riconquistarla mi aveva stimolato tantissimo ma non mi sarei aspettato di farlo così presto. Ero convinto di avere davanti a me ancora diversi mesi di lavoro prima di avere di nuovo l'opportunità di indossare la maglia azzurra al 6 Nazioni.

Invece è stato tutto anticipato.

Tutto così inaspettato.

Ad Ottobre c'erano già stati dei mini raduni di tre giorni a Roma per i ragazzi convocati che quindi avevano già iniziato a preparare il match contro la Nuova Zelanda. Ero sicuro che non avrei giocato quella partita ma avevo abbastanza tempo per imparare tutte le cose nuove che lo staff aveva proposto.

Impararle e farle mie.

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Senza contare che avrei dovuto aiutare la squadra a preparare la partita di Sabato per fare una grande prestazione contro i campioni del mondo in carica.

Non c'era stata storia con loro, però. Avevano segnano tanti punti più di noi ma quella è una di quelle prestazioni in cui devi leggere tra le righe il lavoro svolto e non fermarti a guardare il punteggio.

Fortunatamente lo staff si era dimostrato incredibilmente preparato e quindi tutti i ragazzi avevano ancora più voglia di rifarsi alla partita successiva e nessuno era particolarmente demoralizzato.

La mattina successiva alla partita, durante la colazione, Brendan Venter, allenatore della difesa, mi aveva chiamato e mi aveva detto che avrebbe voluto che giocassi il match successivo, che aveva molta fiducia in me e che avrei dovuto sfruttare al massimo l'occasione.

La settimana di allenamenti era volata.

Non era passato giorno in cui non fossi rimasto in campo a fare degli extra.

Ore ed ore al computer, insieme agli altri, per rivedere i nostri allenamenti, le nostre partite e quelle degli avversari.

Non volevamo veramente lasciare niente al caso.


 

La notte prima della partita dopo aver video-chiamato mia moglie ed i bambini ero andato a letto con il sorriso. Poche volte mi era capitato di vivere la vigilia di una partita così importante sereno ma comunque fiducioso e determinato.

È poi quel Sabato mattina è arrivato.

Lo stadio di Firenze, caldo come al solito.

Si comincia.

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Sappiamo che sarà una partita dura e fisica ma siamo pronti allo scontro, pronti a difendere il nostro campo, decisi a farci valere e dimostrare a noi stessi ed a chi ci sta dando fiducia, tutto il nostro potenziale.

Mi sento pronto.

Partiamo alla carica, forse qualche fallo di troppo regala metri alla squadra avversaria ma la voglia di non farli passare è tanta e resistiamo, arginando il drive sudafricano.

Ricordo bene il placcaggio fatto sul loro secondo centro, un placcaggio frutto della determinazione e della voglia di dimostrare di essermi meritato la convocazione.

Dimostrare che avevo ascoltato le parole di O’Shea quando mi aveva chiesto di giocare al massimo, guadagnarmi la maglia, diventare l’ala che sapevo di poter essere.


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Poi arriva la loro prima meta, con Paige che aprendo sui tre-quarti permette a Le Roux di inserirsi e regalare un’ottima palla ad Habana che vola oltre la nostra linea bianca.

Non siamo intenzionati né a farci battere né abbattere e reagiamo, con Lorenzo e Simone che da una maul aprono un varco per la meta di Schalkwyk, trasformata da Carlo.

Ed ecco che subito arriva ancora una meta verde-oro e poi un calcio di punizione a nostro favore, infilato in mezzo ai pali.

Non riesco a scordarmi il Sudafrica che cambia marcia, mette la quinta e nella mia testa un pensiero fisso: di qui non si passa.

Difesa, difesa, difesa.

Il primo tempo si chiude sul 10 a 12 e allora capisco che dobbiamo dare ancora di più.

Ci troviamo a gestire da subito la nostra inferiorità numerica frutto di un fallo in apertura del secondo tempo.

Il Sudafrica dopo aver puntato alla meta, decide di cercare i punti ai pali e li trova, portandosi in ulteriore vantaggio.

 


Poi, al 56’, dopo aver mantenuto a lungo il possesso, ecco la palla sbucare fuori da una maul tra le mani di Giorgio che la apre per Tommaso.

E lì arrivo io.

Penso solo a difendere quella palla con la mia spalla.

- Tra la palla e l’avversario, devi metterci tutto te stesso -

Dritto per dritto. Perché la meta è vicina e so di potercela fare, di poter tenere quel pallone stretto, proteggerlo. Sono nella posizione giusta, il giusto timing. Non posso rischiare.

Prendere un decisione in una frazione di secondo. L’impatto con Jantjies e quella palla schiacciata oltre la linea.

Meta.

Carlo trasforma ma i Boks non mollano e trovano ancora una volta i pali.

Ora è di nuovo il nostro turno ed al 65’ ci riportiamo in vantaggio con un calcio di punizione che entra dritto là, in mezzo all’H.

Poi ricordo la lotta, fino alla fine. La fatica ed il sacrificio per respingere con una difesa organizzata e coerente gli agguati Sudafricani.

Quell’ultimo tentativo di andare oltre la linea bianca e Tommaso che passa la palla al pubblico, in tribuna, quasi a dire “questa partita è anche vostra”.

Il fischio finale.

Abbiamo vinto. Insieme.

Ed è un po’ anche merito mio.

Mi porto a casa un altro pezzetto di storia, da rileggere ogni tanto, come una favola della buonanotte di quelle che racconto ai miei figli.

Giovanbattista Venditti / Contributor

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