Leonardo Fioravanti

9 MIN

Non saprei dire in quale lingua sogno, oppure in quale lingua penso.

Ne conosco 5 e sono tutte parte di me.

Ogni volta che ne uso una, il mio cervello apre un cassetto diverso, senza fatica, ed inizia a ragionare come se quella fosse la sola che abbia mai utilizzato davvero.

A volte la mia ragazza, al mattino, dopo il risveglio, mi racconta di come io abbia parlato nel sonno, mescolando frasi, quasi creando una lingua nuova, solo mia, che è il frutto di tutto ciò che ho appreso dopo un milione di chilometri.

 

Ho girato il Mondo intero, letteralmente, non così per dire.

 

Sempre alla scoperta di posti nuovi, di religioni diverse, come se il mio mappamondo fosse un’insieme di puntini sparsi qua e là, e il solo modo di visitarli tutti fosse vivere l’Oceano.

Oceano, mare profondo.

Seconda casa e calma perenne: l’acqua salata è come un abbraccio e quando ci sono dentro il mio respiro si sincronizza sul movimento delle onde.

Sono grato da sempre alla natura e alla sua potenza.

Lo sono anche quando non tutto funziona come avevo pianificato, perché la bellezza delle cose selvagge è che non le puoi cavalcare senza correre dei rischi.

Leonardo Fioravanti

All’inizio del 2015, durante la Volcom Pro Pipeline, sono cascato sulla prima onda che mamma-Oceano mi ha lanciato addosso, e quello che è successo dopo è stato velocissimo e molto doloroso.

Il moto mi ha spinto in alto, come una catapulta schiava della forza centrifuga.

Su e giù.

Su e giù ancora.

Ho picchiato forte la schiena contro il reef.

Un colpo secco, netto.

La barriera corallina delle Hawaii è una barriera morta, solidificata da millenni di silenzi sottomarini che l’hanno resa dura come il marmo.

Una scossa mi ha attraversato il corpo, partendo dalle vertebre.

Mi sono seduto e sono venuti a recuperarmi in acqua.

Ho capito subito che qualcosa si era rotto male.

All’ospedale locale mi hanno dimesso senza fare troppi complimenti, dicendomi che non mi sarebbe servito nessun tipo di operazione.

Siamo tornati immediatamente in Francia, a casa di mamma, e siamo andati di corsa da uno specialista per un secondo parere.

Mi ero rotto una vertebra.

Avevo solo 17 anni, non mi ero mai rotto niente prima in vita mia, mi sentivo l’uomo invincibile, una specie di supereroe sulla tavola da surf.

Scoprire che potevo ferirmi e che rischiavo di perdere ciò che amavo di più, proprio come tutti gli altri, è stato un momento di rara scoperta.

Mi sono cagato sotto, semplicemente.

Perché il surf era da sempre il mio modo di conoscere il Mondo, la mia appendice magnifica, che mi permetteva di vivere come se fossi nella sceneggiatura di un film.

Quando dico “da sempre”, intendo proprio “da sempre”.

Leonardo Fioravanti

Io sono cresciuto per le strade di Roma, seguendo le orme di mio fratello maggiore, Matteo, che definire maggiore forse è riduttivo.

8 anni, quando sei piccolo, fanno una grande differenza, e se non fosse stato per la sua pazienza, forse, non mi avrebbe permesso di stargli così tanto in mezzo ai piedi.

Sci, calcio, surf, qualunque cosa facesse lui, ecco che arrivavo io, armato di buona volontà e di una grandissima dose di coraggio.

Mai avuta paura.

Non davanti a un’onda, non davanti a una montagna, il perché non lo so, ma non ho mai avuto paura di nulla.

Io e lui abbiamo instaurato un rapporto quasi telepatico, dando sostanza all’essere fratelli. Mi coinvolgeva sempre, portandomi con la sua compagnia anche quando aveva esattamente il doppio dei miei anni.

In lui vedevo la personificazione della libertà, la forza della passione che sostiene le scelte, il desiderio di vedere cosa c’è dietro ogni angolo e alla fine di ogni strada.

I nostri genitori ci hanno supportato e spinto a viaggiare fin da subito, facendoci sentire il loro interesse e la loro presenza, ma offrendoci comunque l’occasione di dare corpo alle nostre idee, anche quelle più strane.

Un anno siamo andati alle Maldive in vacanza, io, Matteo e mamma. Era la nostra prima vacanza di surf, e siamo finiti proprio nello stabilimento balneare giusto.

Era gestito da pescatori-surfer, o da surfer-pescatori, tanto non fa differenza, uomini di mare che avevano deciso di trascorrere la vita a mangiare pesce e sfidare le onde, realizzando un vero e proprio paradiso in Terra.

Durante la visita avevamo conosciuto un giovane surfista australiano, di due anni più grande di me, che era diventato immediatamente il mio idolo.

Sulla tavola spaccava di brutto, e aveva già qualche piccolo sponsor, che gli permetteva di iniziare a farne un mestiere.

Solo quattro mesi più tardi, i nostri genitori permisero a me e a mio fratello, che non avevamo 25 anni due, di salire su un aereo da soli e raggiungere l’emisfero australe, per allenarci con il nostro nuovo amico.

Leonardo Fioravanti

Questo è il tipo di libertà di cui abbiamo sempre goduto.

Un paio di stagioni più tardi hanno bussato alla mia porta Quiksilver, e poi Red Bull, dando inizio così al mio percorso da professionista.

Di anni ne avevo forse una dozzina, a quel punto, ma bastavano già per prendere tutte le decisioni importanti.

Stagione dopo stagione, saltando da un aereo all’altro, da una spiaggia all’altra, sono diventato grande, studiando via skype, quando ancora non lo faceva nessuno.

Gli amichetti della scuola li ho persi presto, per forza di cose, ma mi sono ritrovato catapultato dentro un’altra famiglia, quella dei surfisti, che condivide sogni, aspirazioni, e un modo inimitabile di trascorrere il tempo.

Fino al momento dell’infortunio, la mia vita era stata perfetta, ed è proprio per questo che mi ha messo così tanto a dura prova.

Ci sono voluti 8 mesi per tornare a surfare, e mai mi era successo di trascorrere così tanto tempo lontano dal mio Oceano.

8 mesi di fisioterapia, di fatica, di dubbi, che mi hanno forgiato e fatto capire che al giorno d’oggi, per essere tra i migliori, nulla può essere lasciato al caso.

Ho lavorato in palestra, curato la tecnica e fatto qualunque altra cosa fosse in mio potere per diventare un atleta migliore.

Mi sono fatto più forte mentalmente, e quella forza mi sarebbe servita in futuro, quando altri pezzi del mio corpo hanno avuto bisogno di una bella sistemata.

La prima gara che ho affrontato dopo l’infortunio, è stata il Mondiale Under 18, sulle onde di Oceanside, in California.

Fu un giorno speciale.

Perfetto in ogni cosa.

Rappresentavo l’Italia, e sono stato il primo azzurro di sempre a diventare campione.

È stata la sola volta in vita mia in cui ho festeggiato e pianto dopo una vittoria.

Non piangevo di soddisfazione.

Piangevo di sollievo, ripensando alla grande paura che avevo provato nei mesi precedenti.

Leonardo Fioravanti

Ora so che la vita perfetta esiste, ma so anche che nessuna vita diventa perfetta perché tutto va esattamente come avevi programmato.

Sogno, prima o poi, di riuscire a vincere una tappa del circuito mondiale, ma per farlo non sono alla ricerca dell’onda della vita o della gara da incorniciare.

La sola cosa che voglio davvero fare è arrivare a toccare il mio limite, rendendo giustizia al desiderio di quel ragazzetto giramondo e senza paura, che seguendo le orme del fratello maggiore è partito alla conquista dell’Oceano.

So che, davanti a me, ci sono almeno altri 15 anni di grande surf, e sento di avere ancora tanto margine per migliorare e tante cose da imparare.

Nel surf niente torna mai indietro.

Hai sempre solo una chance, e se non la cogli sparisce, come l’onda arrivata a riva e affondata nella sabbia.

Quando smetterò, guardandomi indietro, sicuramente ci saranno cose che avrei voluto andassero diversamente, ma dei dubbi di domani non farò un pensiero oggi.

Penso a godermi la vita che ho sempre desiderato, cosciente di non essere più invincibile e per questo forse ancora più innamorato di quello che ho.

Leonardo Fioravanti / Contributor

Leonardo Fioravanti

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