Daniel Ricciardo

Daniel Ricciardo

11 MIN

Credo che il mio primo ricordo in assoluto del motorsport sia sulla pista, durante una gara di mio padre. Mia mamma mi teneva la mano e io ricordo distintamente il rumore e l’odore delle macchine. Avevo solo due anni. Forse 3.

Non ho ancora capito perché ne fossi già così innamorato.

In tv guardavo corse di ogni tipo: Nascar, Formula 1, MotoGp. Tutto.

A dire il vero amavo lo sport in generale. Giocavo a calcio, a cricket, a football australiano, oh ero davvero bravo in quello, e a tennis.

Dopotutto posso considerarmi un vero amante dello sport.

La mia infanzia è stato piuttosto normale.

Mi piaceva essere il più attivo possibile, come tutti i bambini.

Ma alla fine, quando ho guidato un kart per la prima volta mi sono divertito come mai prima e ho capito immediatamente:

Ok questo è quello che voglio fare.

La cosa che mi piaceva di più era la gara, l’emozione di correre e duellare uno contro l’altro. Questo è quello che il motorsport significa per me: sfidare gli altri e vedere se sei migliore di loro. E’ una sensazione incredibile, anche migliore della velocità in sè.
Sono molto competitivo, quando gioco a tennis o ai videogame con gli amici impazzisco anche solo all’idea di perdere.

Così ho iniziato a passare ogni fine settimana in pista.

Ogni singolo weekend.

I miei compagni solitamente avevano piani diversi dai miei, come andare alle feste mentre invece io ero sempre in pista o in viaggio.

Sono cresciuto con una vita sociale diversa dalla loro, non troppo diversa ma abbastanza da rendermene conto.

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Sono stato molto fortunato perché da piccolo ero sempre all’aria aperta e lì si è creato un gruppo di amici che dura ancora oggi. Quando torno in Australia ci sono una dozzina di loro con cui mi trovo e siamo ancora molto legati.

Mi sono fatto anche dei nuovi amici, lungo il percorso.

Forse qualcuno l’ho perso, ma alla fine ho tenuto il meglio, e aggiunto qualcosa: direi che mi è andata bene.

Oggi, al livello a cui sono arrivato, ho imparato a capire se i nuovi cercano di essere miei amici perché sono Daniel, o perché sono Daniel che corre in Formula 1. Sono in grado di capire subito se sono persone davvero vicine a me, o soltanto qualcuno con cui è bene non andare oltre le quattro chiacchierare.

Comunque, per il 95% della mia giornata sono felice, rilassato e amichevole con tutti.

Mi piace essere gentile con le persone perché mi piace quando le persone sono gentili con me.

Credo che essere gentile sia la mia natura

Forse è così perché sono cresciuto a Perth, e questo significa avere il sole, la spiaggia e qualsiasi altra cosa tu possa volere dalla vita.

Durante l’adolescenza, negli anni a cavallo tra la mia infanzia e la carriera da professionista, ho anche avuto dei dubbi.

Ma sono sempre durati poco.

Voglio dire, anche se a 17 anni avevo già pianificato di trasferirmi in Europa, non avevo realmente pensato a quello che significasse esattamente.

La scuola era appena finita e io mi chiedevo:

Cosa farò nella mia vita?
Non è che ami più di tanto studiare.
E non ho altre passioni al di fuori delle corse.

Eppure non ero convinto di essere bravo abbastanza, o determinato abbastanza, da riuscire a renderlo un lavoro.

Venire fisicamente in Europa fu la risposta.

Quando mi sono spostato ho sentito immediatamente che era la cosa giusta.

Non ho sofferto la nostalgia di casa, non mi sono mai lasciato distrarre.

Ero sempre molto concentrato e mi sentivo meglio giorno dopo giorno.

La qualità della mia guida migliorava e questo mi ha dato la determinazione per andare avanti e farcela davvero.

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A 17 anni si è giovani per un tale cambiamento, e prima di allora avevo vissuto tutta la mia vita in casa, con i miei genitori. Mia mamma è italiana, e tutti sappiamo cosa significhi: molto affettuosa, premurosa, lei faceva tutto per me.

Non ho mai dovuto cucinare un pasto o fare una lavatrice. Quindi quando mi sono trasferito è stato inizialmente un piccolo shock.

Oh wow adesso mi devo arrangiare!

Devo imparare come si accendono i fornelli!

Quando ho lasciato l’Australia ero molto schizzinoso, non mangiavo molte cose: pasta, pizza. Basta.

Non esattamente la dieta perfetta per un atleta. Ma in Europa, sono stato obbligato a provare altri cibi, perché spesso non c’era soluzioni diverse. Così, sono cresciuto in fretta.

Ho anche imparato a stare da solo, senza la famiglia intorno.

Non è una cosa semplice ma mi sono concentrato al massimo sulla mia sfida personale. Mi piaceva vivere l’avventura di essere Oltreoceano.

Certo, non mi piaceva stare lontano dai miei amici. L’anno in cui sono partito tutti diventavano maggiorenni e io mi sono perso tutte le loro feste. Non ho potuto condividere con loro quei momenti.

Mi sentivo solo nei weekend in cui non c’erano gare, e mi mandavano i classici messaggi notturni, mentre erano in giro insieme:

stiamo pensando a te!

Ok, thank you so much guys!

Ma a dirla tutta, battute a parte, ci siamo legati ancora di più grazie alla distanza perché ho imparato come prendermi cura delle cose davvero importanti.

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Credo di aver gestito sempre piuttosto bene la solitudine.

Durante il primo anno soprattutto, quando ero da solo, ripensavo ai miei amici o alla mia famiglia, ma la tristezza non era mai sufficiente a superare la felicità che provavo durante le corse.

Poi, ho semplicemente imparato a conviverci, realizzando che:

Ok, quando gareggio è stupendo, poi qualche fine settimana rimarrò da solo, ma questo è il sacrificio che devo fare.

Così ho preso l’abitudine, quando mi sento solo, a mettere su un film o qualcosa in TV. Creo rumore dentro la stanza e mi sembra che ci sia qualcuno con me. Oppure faccio un po’ di attività fisica, così da restare lucido.

Quando inizio a sentire la solitudine, mi dico:

Vai a farti qualche giro di corsa e esci da questa casa.

E’ importante prendersi cura della propria anima in questo modo, altrimenti rischi di impazzire, se resti per conto tuo tutto il tempo.

E avere la famiglia e dei buoni amici che conoscono tutto questo, che anche se non sono con te fisicamente ti pensano e si preoccupano per te, beh, è altrettanto importante.

Il nostro lavoro è davvero unico.

Ha delle regole proprie e delle difficoltà tutte sue.

Ad esempio, la paura è qualcosa di cui non si parla nel paddock.

Credo, a dire il vero, che sia così perché facciamo tutti questo lavoro da tanto tempo. La paura che magari avevamo un tempo, ce la siamo buttata alle spalle. Forse ce ne è rimasta ancora un po’, ma è poca.

Dopo un po’ inizi a prendere confidenza. A volte cominci anche a pensare di essere invincibile, che non puoi sbagliare. E questo è un pensiero pericoloso quanto la paura. È l’equilibrio tra queste due cose che, alla fine, ti aiuta a mantenere la giusta mentalità.

La paura più grande che rimane al pilota professionista è quella di non essere bravo abbastanza. Così, quando il tuo contratto sta per scadere, speri con tutto il cuore che non sia l’ultimo che firmerai.

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Cosa faccio adesso? Ho corso per tutta la mia vita.

Ci spaventa più questo dell’idea di fare un incidente.

L’unico momento in cui hai davvero paura quando sei in macchina è alla partenza, in un giorno di pioggia.Tutte le macchina schizzano acqua dalle ruote e non vedi nulla.

Davvero, nulla.

In quel momento speri che nessuno sbagli traiettoria, coinvolgendoti in un incidente.

Tutto quello che puoi fare è sperare.

Guidare con la pioggia è tutta un altro sport.

Cambia lo stile, e cambiano i rischi che ti prendi.


Il Sabato sera, prima di una corsa, cerco di non pensarci più di tanto. Ceno con gli amici e guardo un film. Voglio restare con la mente sgombra il più possibile, per controllare lo stress.

La mattina della gara, la cosa su cui mi concentro di più è rimanere idratato, ma per il resto provo ancora a non pensare al Gran Premio, per preservare più energie possibili.Mi piacerebbe che la mia attenzione si posasse sulla gara giusto poco prima del semaforo verde, ma ci sono così tanti incontri con la stampa che non è affatto semplice affrontare la cosa come vorrei, tenendo le distanze.

Prima della partenza, abbiamo circa un’ora per noi stessi, e quello è l’unico momento in cui possiamo davvero dedicarci alla nostra routine pre-gara. Per questo motivo risparmiare energie durante la giornata è fondamentale.

Non abbiamo molto tempo ed è difficile riuscire a prepararsi alla perfezione, perché parlare con i giornalisti ti porta già letteralmente sulla corsa, anche se magari non vorresti ancora pensarci. Preferirei avere più tempo da dedicare allo stretching, o a rilassarmi, ma il giorno della gara, noi piloti siamo davvero circondati.

Nel mio lavoro devi imparare a gestire tutto questo: le aspettative, la pressione dei media, la distanza dagli amici e dalla famiglia. E anche tanto altro.

Perché, quando viaggi così tanto, inizi a pensare di poterti sentire a casa in ogni posto, anche se in fondo sei sicuro che nessuno di quei posti sia davvero casa.

Ti abitui a vivere nelle stanze degli alberghi, sempre con la valigia pronta.

E’ difficile, ci vuole tempo per adattarsi.

Ho cambiato appartamento ogni stagione, ma lo scorso anno ho finalmente comprato una casa.
Sentivo il bisogno di avere un legame con un posto.

Sentivo il bisogno di un posto in cui potessi appendere dei quadri.

Un posto che sentissi mio, dove poter invitare amici e parenti per trascorrere la cena di Natale o qualcosa del genere.

Daniel Ricciardo / Contributor

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