Simone Giannelli

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Il talento è un dono strano, da avere.

Qualunque sportivo lo desidera, certo. Chiunque sogna di vedere le proprie intuizioni prendere forma in campo senza troppa fatica.

Vedere le proprie idee che diventano una giocata è una sensazione indescrivibile.

Naturale e sconvolgente allo stesso tempo.

Perché tu sei e resti pienamente nel tuo corpo, forse come mai prima, in pieno controllo, ma tutto, intorno a te, si muove al rallentatore, come se fosse al servizio della tua creatività.

Quella sensazione di flusso, una volta provata, è la sola cosa che conta.

La sola a cui cerchi di ritornare.

 

Il talento, però, è anche un’arma a doppio taglio, perché spesso ti fa sentire sicuro, più sicuro di quanto dovresti sentirti, ed è in quel micro-istante di leggerezza che arriva l’errore, che arriva la difficoltà.

È un’equilibrio sottile, impossibile da insegnare agli altri, ma che è possibile studiare da soli, mettendo il proprio talento al servizio della ripetizione, dell’analisi, della ricerca.

Simone Giannelli

© Armani

Io ho avuto la fortuna di essere “bravo subito”.

E non soltanto nella pallavolo, ma più o meno in tutti gli sport che provavo da bambino. Dal tennis al nuoto, dallo sci al calcio: ogni cosa aveva un arco di apprendimento più immediato di quello degli altri

Quando poi ho incontrato il volley ogni casella è andata definitivamente al posto giusto, dandomi la netta sensazione che quella fosse la disciplina perfetta per me.

Quella in cui, più che in tutte le altre, quel che avevo dentro poteva esprimersi al meglio.

Sono sempre stato consapevole del mio talento, del suo valore.

L’ho sempre saputo riconoscere.

Che non è poco.

Ma ho anche sempre saputo che non era abbastanza, che non sarà mai abbastanza.

E non è la solita frase fatta sul “lavoro che batte il talento”, o sul “talento che se non si impegna, si perde”. No. È qualcosa di più profondo, che ho sempre sentito essere vero, e che mi ha sempre obbligato a confrontarmi con l’esterno.

Allo stesso tempo felice e insoddisfatto di chi ero e di chi sono.

Già da piccolo, io cercavo quello più bravo di me.

Come una vocina interiore che mi spronava a non guardare il mio, neppure quando le cose andavano bene. Un’eterna, piccola, insoddisfazione.

Come una spina conficcata nella pianta del piede.

La vita va avanti, certo.

Puoi persino giocare bene.

Ma qualcosa dentro di te è in costante ricerca di chi è più bravo, di chi può batterti, superati, insegnarti qualcosa.

Ho sempre vissuto così lo sport.

Simone Giannelli

© Armani

Vittoria e sconfitta possono essere entrambe facili.

Oppure entrambe difficili.

Come la bellezza, anche la verità è nell’occhio di chi guarda.

La vittoria rende facile raccontare chi sei, perché ti dà un megafono, una piattaforma, dalla quale ogni cosa che dici è sempre e comunque vera.

Sono tutti profeti, dopo un trionfo.

Tutti pensatori, tutti filosofi.

Però la vittoria rende più difficile avere fame.

Rende più difficile buttarsi in palestra, o in sala video, il giorno dopo.

E questo accade nel momento esatto in cui, tutti quelli che ha battuto per arrivare fin lì, stanno sentendo addosso l’energia del fallimento.

Simone Giannelli

La sconfitta è un’iniezione di rabbia, di frustrazione, che qualsiasi sportivo conosce, e che con la giusta direzione diventa benzina.

Diventa, per l’appunto, energia.

È molto facile ripartire dopo una batosta.

Ma bisogna comunque stare attenti perché non è un calcolo matematico, e se la sconfitta si ripresenta troppo presto, e poi ancora, può capitare anche che finisci col farci un’abitudine.

E quella è la morte dell’ambizione.

Se dopo le vittorie, fin dai miei esordi, mi ritrovo sempre a cercare i più forti, per capire come posso migliorare ancora, dopo le sconfitte invece penso tanto.

Penso troppo.

Penso ad ogni singolo punto giocato, e lo rivivo come se fossi ancora in campo.

L’obiettivo non è il risultato, ma comprendere a fondo quello che faccio per arrivare al risultato, e in questo agire confluisce tutto, tanto lo studio quanto l’inconscio, tanto la tattica quanto il talento.

In questo sottilissimo spazio si nasconde il segreto per diventare grandi atleti, ed è un processo intimo, tutto tuo, che non puoi affidare ad altri.

Perché quando ascolti gli altri, nel bene come nel male, è un casino.

E non mi riferisco al far parte di una squadra in maniera costruttiva, quello lo do per scontato, mi riferisco alla ricerca di quel delicatissimo equilibrio personale che può portarti oltre il conosciuto, aldilà del limite.

In uno stato di flusso. Perché per vincere a certi livelli, quella è l’unica via.

Simone Giannelli

Il talento assoluto non esiste, ma non esiste neppure il campione senza talento, perché la creatività è l’ultimo stadio della conoscenza, e per poterla utilizzare davvero, in maniera libera e sistematica, devi prima conoscere tutto quello che ti circonda.

In campo e fuori.

Quella appena conclusa è stata una stagione assurda, dove ho avuto esperienza di entrambi gli estremi emotivi di cui lo sport è capace.

Con Perugia abbiamo realizzato dei record incredibili, vinto due trofei, ed espresso il livello di volley più alto, di cui mi sia mai trovato ad essere parte.

E se ci mettiamo pure il Mondiale vinto con la nazionale prima dell’inizio del campionato, è stato un periodo di completa e candida bellezza stilistica.

Poi, all’improvviso, tutto si è inceppato, e noi siamo passati dalle stelle alle stalle nel giro di due settimane, quelle che sono servite a giocare le cinque partite dei quarti di finale.

Non mi era mai capitato di uscire così presto, ai playoff, e mai avrei immaginato di farlo in una stagione dove la mia squadra stava esprimendo una pallavolo perfetta.

Ma è successo comunque.

Simone Giannelli

E quando succede sono tutti pronti ad emettere giudizi, ad attaccare etichette.

Persino i giornalisti si confondono e sembrano ricordarsi soltanto dell’ultima partita.

Ma è proprio in questi momenti che io lotto per restare chi sono.

Sono questi i momenti in cui, più di tutti gli altri, io voglio essere me stesso.

L’atleta che va a cercare i più forti dopo le batoste e che studia tutti i giorni come dare sfogo al proprio talento dopo le vittorie.

Vado avanti, per dimostrare a me stesso prima, e agli altri poi, anche a chi mi insulta, che ripartirò, come sempre. A partire dalla maglia azzurra.

Io voglio andare aldilà del risultato, perché quello che continua a contare di più, e che continuerà per sempre a contare di più, è come lo costruisci quel risultato.

Come ci arrivi.

Se non lo comprendi resti in balia del caso.

E, visto che più vinci e più ti ascoltano, io voglio continuare a vincere, per mandare un messaggio profondo sul valore della pallavolo e il valore del talento.

Che sarà anche un dono strano da avere, ma che nel suo essere sfuggente è davvero l’essenza dello sport.

Simone Giannelli / Contributor

Simone Giannelli