Andrea Cingolani

Andrea Cingolani

15 MIN

È capitato sicuramente anche a voi.
Ne sono certo, perché almeno una volta nella vita capita a tutti.

Ti avvicini al rubinetto della cucina e lo apri sovrappensiero, senza fare troppo caso ai dettagli.

Magari stai parlando con qualcuno o forse ti sei fatto distrarre dal suono della tv.

E finisci col mettere il dito sotto l’acqua e sentire un bruciore terribile.

Ritiri la mano e guardi il rubinetto.

Solo in quel momento ti rendi conto se ti sei bruciato con l’acqua gelata o con quella bollente.

È curioso ma hanno lo stesso impatto nell’immediato: dolore fortissimo che ti blocca tutto quanto, anche se è solo un dito.

Come se un ago ti avesse punto.

Non sono certo la stessa cosa il caldo ed il freddo, tutti abbiamo un diverso rapporto con questi elementi ma per un istante brevissimo il tuo corpo sente solo il bruciore, senza capire di più e se ne scappa via.

Andrea Cingolani

Io quel bruciore l’ho sentito molte più volte di voi.

L’ho sentito in pedana.

L’ho sentito ai piedi, alle ginocchia, al gomito, alle spalle.

E proprio come succede nella cucina di casa, in un primo momento io non riuscivo mai a capire cosa mi stesse dando fuoco.

Era il mio fisico?

I muscoli, i tendini, le ossa.


O era la mia anima?

I sacrifici, il fallimento, la fatica.

Oggi noi atleti siamo tutti dei pianeti visibili ad occhio nudo.

Ti seguo sui social.

Vedo i tuoi video, le tue foto. Leggo i tuoi pensieri.

Ascolto le canzoni che posti.

E credo di sapere chi sei.

Se ieri hai vinto qualcosa vedo spesso la tua foto e finirà con il piacermi, anche solo per moda.

Se ieri invece hai perso, o ti sei fatto male, forse non mi cascherà l’occhio su di te.


Ma questa non è conoscenza.

Magari è condivisione, anzi sicuramente lo è, forse è anche marketing.

Conoscere e capire sono tutt’altro.

 

Dietro ogni carriera professionistica, scintillante o normale che sia.

Dietro ogni successo e fallimento, silenzioso o fragoroso che sia.

Dietro c’è sempre la sfida.

E dietro la sfida c’è la sofferenza.

Andrea Cingolani

Il corpo è un tempio e l’atleta professionista lo distrugge e lo ricostruisce ogni volta, per metterci soffitti più alti e mura più spesse.

Il tempio a volte crolla, si crepa. E non puoi farci niente.

Puoi curarlo.

Nei limiti della tecnologia.

Poi puoi solo amarlo e cercare di comprenderlo.

 

Tra due giorni inizierò i Mondiali a Montreal.

Non potrò gareggiare in tutti gli attrezzi come ho fatto a lungo nella mia carriera ma solo al volteggio.

 

Non posso negare di essere comunque felice.

 

Storia di pochissimi giorni fa.

-Lasciamo perdere dai Andrea- era il mio allenatore a parlare, ma era la seconda volta in un tempo troppo ravvicinato che sentivo questa frase.

Ero ad Eboli, ultima giornata della serie A di ginnastica.

Ultima chiamata per prendere l’aereo per Montreal e, sinceramente, non sembrava crederci nessuno a parte me.


Circa un anno fa, il 2 Novembre del 2016, mi sono dovuto operare alla spalla destra, un intervento importante.

Vi evito i dettagli medici, tutto si è comunque tradotto in 8 mesi di fisioterapia.

Non una sfida facile.

Ma io ci sono abituato a certi bruciori.

 

Io sono costruttore, custode, imbianchino ed architetto del tempio.

E il mio tempio non verrà giù fino a che non vorrò io.

 

Per 8 mesi, dicevo, sono andato a curarmi ogni giorno; a piedi, in bus o con il treno perché non potevo guidare.

Conoscevo già bene il dolore fisico e l’ho affrontato con la dovuta calma, frutto dell’esperienza, frutto della fede nel lavoro.

E forse è anche di questo che sto cercando di parlare, di quanto realmente ti chiede lo sport professionistico.

 

Ti chiede più di tanto, più di molto, ti chiede quasi tutto.

E non lo saprà mai nessuno di quelle migliaia di persone che ti seguono.

 

A maggio 2017 ho ripreso l’attività ed a luglio ero rientrato in nazionale, obiettivo Montreal.

Poi un nuovo, brevissimo stop.

Qualche risentimento muscolare può capitare dopo tanta inattività forzata.

 

Un mese o poco più ai Mondiali.

Un anno o poco meno di inattività.

Serve dirvi che mi sono chiuso dentro la palestra appena ho avuto l’ok?

 

Mi serviva fare i miei salti per convincere lo staff a portarmi a Montreal.

Agli assoluti italiani di inizio settembre non sono andato bene, poco feeling con gli attrezzi, troppa ruggine su di me.

E così sono arrivato ad Eboli, l’ultima stazione del treno.

 

Non sarei stato l’unico a fermarmi ad Eboli.

 

La spalla era abbastanza stabile, il ginocchio un pochino meno ma sono così abituato a competere con il dolore che quando il coach mi ha detto quello che avete letto qualche riga sopra -lasciamo perdere dai Andrea- me ne sono fregato e ho comunque fatto i miei salti.

 

Già vi ho detto che sto per prendere parte ai Mondiali e quindi sapete che questi ultimi salti sono andati bene.

Andrea Cingolani

Ma quanto sapete in realtà della vita quotidiana di un ginnasta?

Ho iniziato a praticare sport a 7 anni, quasi per caso, nei gruppi estivi.

I miei tentativi nell’atletica, nel baseball e soprattutto nel pattinaggio, non verranno magari ricordati come esperienze esaltanti, ma perlomeno mi hanno permesso di capire quale fosse la mia vera strada.

Una strada piena di curve e di buche, che può interromporsi in fretta, se scegli la via sbagliata al primo bivio.

Avevo 16 anni.

Credo che questo sia il periodo più difficile della vita di uno sportivo: si cammina su quel filo sottilissimo che è lo sport che diventa lavoro: fatto di sudore, rinunce, sacrifici; proprio mentre vedi i tuoi compagni di scuola passare i pomeriggi fuori, fare le prime uscite il sabato sera, trascorrere il loro tempo insieme.

E tu, chiuso in una palestra per tutto il pomeriggio, pensi se ne vale veramente la pena.

Se è davvero questo che vuoi per il tuo futuro.

Se tutto questo, un giorno, ti porterà delle emozioni che nessun altro può provare oppure no.

 


Un tunnel di pensieri in cui ti perdi e nel quale si aprono a volte degli spiragli di luce: come la prima convocazione in nazionale.

Un test che avrebbe deciso in un giorno solo (questa era stata la mia scelta) quale sarebbe stato il mio futuro.

Me lo sono imposto: se non fossi riuscito ad entrare in squadra, avrei mollato tutto.

Un bivio, un risultato.

Semplice.

 

Mi sentivo come sopra un’altalena: avevo bisogno di una spinta per cominciare a dondolare.

Io ero il più giovane del gruppo, eravamo circa una ventina di ragazzi, ma solo cinque sarebbero partiti per l’Europeo.

Cominciai a lavorare più intensamente, ad allenarmi meglio.

-Se questa dev’essere l’ultima volta- mi dicevo -allora voglio onorare tutti gli sforzi che ho fatto finora-.

Da venti rimanemmo dieci.

Poi sei.

Ed infine, il giorno prima della partenza, mi classificai primo nell’ultimo test.

Ero pronto per partire per Volos.

Andrea Cingolani

La casualità conta nello sport? Non lo so, è difficile da dire.

Conta di più il lavoro e conta di più la resilienza.

Comunque tutto è iniziato così, scegliendo la strada giusta al primo bivio che ho incrociato.

In quell’Europeo ho fatto un ottimo esercizio nel corpo libero.

Ma quando ho alzato gli occhi verso il tabellone della classifica il mio nome era al nono posto.

Ovviamente passavano i primi otto.

A quella finale ho preso comunque parte (c’erano tre tedeschi nei primi otto e solo due per federazione potevano avanzare) ma quello che insegna questa disciplina è che anche se il tuo esercizio è stato il migliore di tutti, basta un attimo per cadere a terra.

Una minima distrazione, un minuscolo segno di cedimento di un muscolo e tutto quello per cui hai lavorato svanisce in un istante.

Così, al momento di fare l’elemento a terra durante la finale ho fatto un errore, proprio nel punto più facile dell’esercizio.

Ma è stato quel primo bruciore a farmi capire cosa volevo diventare veramente nella vita.


Ho cominciato ad allenarmi mattina e pomeriggio, tutti i giorni, per migliorarmi in tutti gli attrezzi ed arrivare pronto all’Europeo successivo, che era diventato ormai il mio pensiero quotidiano.

Sognavo di poter un giorno entrare in Aeronautica e vivere quell’ambiente e quella quotidianità che ogni atleta della mia disciplina vorrebbe poter assaporare.

Bruciore e rivincita.

Allargare e ricostruire il tempio.

Questo è ciò che dello sport non si vede in tv.

Due anni dopo a Losanna, all’Europeo, non aspettavo altro che il corpo libero, per prendermi la mia rivincita.

Avevo preparato un esercizio di livello altissimo, ci avevo lavorato sopra per due anni.

Parte a terra.

Tre giri sulle mani.

Verticale.

E ci ricasco, di nuovo lo stesso errore a strapparmi ancora il sorriso dalla faccia.

Andrea Cingolani

Leggete sempre storie di vittoria, di vendetta o di rivalsa.

Storie di chi è tornato a primeggiare ripartendo dal basso e altre manfrine di questo tipo.

C’è molto più di questo.

Si può sbagliare 2 o 3 volte nello stesso modo, si può entrare in crisi e non uscirne mai, si può perdere lo smalto fisico dei 20 anni e rimpiangerlo per sempre.

 

Si può anche cadere sugli alluci e farsi male.

Dopo gli Europei del 2011 che per me sono stati deludenti sono iniziati ad arrivare i primi infortuni.

Alla spalla il primo in assoluto e poi la frattura di entrambi gli alluci cadendo da un salto nel corpo libero.

In quel momento aveva prevalso il bruciore dell’anima e non quello del corpo; quando la mattina dopo mi sono alzato dal letto ero ancora convinto di poter gareggiare nella finale.

Non potevo farlo, ovvio e il cielo mi è caduto sulla testa.

Ci sono andato in vacanza con gli alluci rotti, rifiutando di accettare l’infortunio: ci vogliono anni per capire come prendersi cura del proprio tempio.

Andrea Cingolani

In quel periodo avevo un conto in sospeso col mio allenatore: per lui ero un debole, uno che esagerava qualsiasi minimo dolore.

Uno che si cagava sotto ad ogni gara.

Io però non riuscivo neppure a fare una verticale.

Il dolore mi perseguitava ad ogni allenamento, con lui la sfiducia, e dopo così tanti anni, di nuovo la voglia di smettere.

 

Ma se di un’altalena si tratta (e sì, lo è!) ci sono anche i momenti in cui torni a volare verso l’alto ed arrivano sempre dopo essere rinculati giù verso il basso, fino a grattare il fondo con i piedi.

 

Europei di Mosca. Anno 2013.

Preparazione non eccezionale per i tanti acciacchi, ma sono partito lo stesso con la squadra.

La sera prima della finale tutto lo staff azzurro cercava di rassicurarmi, di tranquillizzarmi, ma non capivo il loro tono già appagato.


-Hai fatto già un grande risultato- mi dicevano.

Ho preso la finale come una rivincita personale di tutte le difficoltà degli anni precedenti.

Nel palazzetto secondario, situato a fianco di quello di gara, l’atmosfera era surreale. Cercavo di concentrarmi sul mio riscaldamento, di isolare i miei pensieri.

Ma quello schermo, posizionato sul muro della palestra, non mi dava tregua.

-Guardami- mi diceva.

Vedo il primo avversario sbagliare e cadere. -Non devo guardare- mi ripeto.

Andrea Cingolani

Ma vedo sbagliare anche il secondo.

E il terzo. -Non devo pensarci, devo pensare solo a me-.

Quando chiamano il mio nome ho sentito un brivido lungo la schiena, le gambe mi tremavano.

Guardavo la pedana di gara e sentivo gli occhi di tutti addosso.

Ma quando ho finito la prima diagonale mi sono sentito improvvisamente più libero, più leggero e tutto l’esercizio è filato via liscio.

Minuti dopo è partito l’ultimo atleta rimasto in concorso.

Ha fatto il primo salto.

È caduto.

Sono stato il primo italiano a vincere una medaglia europea a corpo libero e nella mia testa in quel momento era successo un finimondo.

Ora mi fermo a ridare ordine ai miei pensieri stracciati.

Forse disordinati.

La spalla e le sale operatorie, le cadute.

Le vittorie e le rivincite.

Il rubinetto. L’acqua calda e quella fredda.

Il mio tempio ferito e ricostruito.

È tutto parte della stessa storia, che forse non vi hanno ancora raccontato.

Parto per Montreal e mi tengo stretta la qualificazione.

Parto per Montreal grazie al supporto dell’Aereonautica.

Parto per Montreal e difendo i nostri colori al mio meglio.

Parto per Montreal e so che farò sempre tutto quello che il mio fisico mi permetterà di fare, senza risparmiarmi.

Parto per Montreal perché l’altalena è tornata a salire al momento giusto.

Ma forse, quello che più ho voglia di dire è che io non ho mai mollato anche quando era ferma immobile e non c’era neppure un filo di vento.

Andrea Cingolani / Contributor

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