Andrea Cassarà

Andrea Cassarà

8 MIN

Mettersi davanti ad un computer e scrivere qualcosa trovo che non sia facile.

É complicato pensare di condensare in una storia, in un solo ricordo, il mio modo di pensare e di vivere la scherma.

Un istante non basta per descrivere una vita intera nei suoi fondamenti.

Nella mia palestra il posto riservato alla scherma era soltanto un sottoscala.

Nulla di più.

Sono entrato in quel sottoscala a 5 anni e non ho mai smesso di sentirlo come la mia seconda casa. Innamorato del mio sport.

Nel senso proprio che lo amo, tutti i giorni, in ogni maniera.

Una scelta quotidiana, sempre uguale e sempre nuova.

Il fioretto scandisce il mio tempo, lo organizza, delimita i contorni delle mie giornate, che a volte vorrei più lunghe, perché non sempre ho la sensazione che 24 ore siano sufficienti.

Nel corso della mia lunga carriera ho affrontato tante volte i taccuini ed i microfoni dei giornalisti.

Centinaia di domande per provare a descrivere in uno spazio ridotto tutto ciò che la scherma rappresenta per me, per i miei rapporti col prossimo, per la costruzione delle mie giornate.

Il loro bisogno di racchiudere nello spazio di un francobollo un intero capitolo della Divina Commedia è limitante.

Io mi identifico con il mio sport e la passione che ci lega sfugge alle definizioni dei libri e dei dizionari.

È dipendenza: è una reciproca sovrapposizione.

Io sono il mio fioretto e lui assomiglia a me.

Andrea Cassarà

© Augusto Bizzi

Per cui quando mi chiedono di vivisezionare la mia passione, per raccontarne un pezzetto per volta non posso che dire: non mi basta.

Non potrebbe mai bastarmi.

Tutto quello che vivo sulla pedana partecipa a definirmi, a scolpirmi ed a cambiarmi.

Un circolo continuo, un flusso che non smette di scorrere.

Mai.

Farne un quadro completo è impossibile.

Sarebbe come dipingere un ritratto e pretendere che la tela rispecchi sempre il volto del modello, che il tempo agisca sul disegno e sull'uomo nella stessa maniera, per poterlo descrivere sempre perfettamente.

Come potrei cogliere le mille sfumature di una carriera in un semplice racconto?

 

Emozione e sentimento, ma pure rinuncia e lavoro.

La pedana si mescola per lo schermidore alla sua vita privata, i suoi viaggi di lavoro a quelli di piacere, le sue scoperte umane lo aiutano ad essere un atleta migliore.

Tecnica e professionalità, ma anche istinto e programmazione.

Raccontare la storia di un atleta è anche raccontare quella della persona.

Compaiono nello stesso momento sulla terra, un po' come l'uovo e la gallina che non si sa chi sia nato prima.

 

Scegliere un foglio solo dalla scatola dei ricordi significherebbe per me ammettere che è il momento di guardare indietro, non più avanti.

Ed è inaccettabile.

È falso.

Se mi guardo indietro e scelgo l'attimo più bello passato in pedana allora accetto implicitamente che nel futuro non mi attende un altro istante così.

Che non posso combattere per tornarci.

O per fare anche meglio.

 

Sarebbe come finire di sognare.

Come sedersi, quando invece la mia condizione naturale è quella di stare in guardia con al braccio, attaccato come una prolunga, il mio fioretto.

Andrea Cassarà

© Augusto Bizzi

Nel corso della mia carriera sono stato per anni il migliore, primeggiare era la naturale conseguenza del mio lavoro.

Farlo sempre, a prescindere dagli avversari, dalla competizione e dallo stato di forma, mio e altrui.

È stato, per lunghi anni, il risultato di un approccio meticoloso e della cura maniacale dei dettagli.

Ed ora è difficile riprogrammare tutto: mente, gambe e cervello, ad una condizione diversa.

È complicato imparare ad accontentarsi di competere.

È come cercare di tenere acceso un fuoco sulla spiaggia, che prima era un falò inesauribile ed ora è minacciato dai venti forti che arrivano dal mare.

 

Sono molte le cose che mi tengono ancorato quotidianamente alla mia idea di eccellenza, per stare sempre vicino alle aspettative che ripongo su di me.

Il lavoro innanzitutto.

Lavoro, un lavoro.

Lo è sempre stato.

Il più bello che mi potesse mai capitare, ma comunque un lavoro.

Che richiede serietà, applicazione e dedizione.

Lo scelsi per caso, che poi forse non è il caso ma è il fato.

Era lì vicino a casa, ciò nonostante, appena ho stretto tra le mani quel pezzo di metallo non ho mai pensato a nient'altro.

Né ad una palla, né ad una racchetta.

Mai.

A dieci anni avevo già un approccio quasi professionistico, le ore di allenamento si accumulavano una sull'altra, anche 6 o 7 nello stesso giorno, a creare una grossa montagna fatta di competenze, di tecnica e di convinzione.

 

Ho imparato presto il peso decisivo del rigore e dell'essere meticoloso.

I miei maestri mi hanno insegnato fin da subito l'importanza di essere consistenti anche di fronte al sacrificio.

Mi hanno mostrato come portare a casa la giornata in ogni condizione fosse lo strumento principale per eccellere.

 

Oggi la mia quotidianità è per forza di cose cambiata rispetto agli inizi, e anche rispetto ai miei 25 anni.

L'amore per questo sport resta indiscutibilmente la molla più grande che mi scatta dentro con precisa regolarità.

Un rapporto simbiotico che mi sta spinge anche a vederne aspetti che prima non vedevo.

In una parola a crescere.

 

Insegno a tirare.

Non ai campioni, sarebbe troppo semplice, ma ai bambini più piccoli, nelle scuole di scherma.

Non potrà mai sostituire in pieno l'emozione della pedana, è un sentimento diverso, comunque bellissimo.

Un angolo nuovo dello stesso amore, che non ruba tempo alla mia quotidianità con prepotenza ma che tira delicatamente la manica della giacca, spingendomi ogni tanto a voltarmi.

Girare un pezzo del film con una telecamera diversa.

Il mio controcampo.

Andrea Cassarà

© Augusto Bizzi

A loro cerco di insegnare quello che cerco di ricordare a me stesso.

Durezza mentale, applicazione e la giusta dose di formalità.

L'esigenza di essere quadrati in tutto, quando si parla di sport.

Insegnante non amico.

Molto presente ma anche capace di ricordare a te di esserlo altrettanto.

Vorrei trasmettere loro l'importanza della gestione delle forze mentali.

Perché sono il motore per fare quello che vuoi.

 

Alternare il tempo in pedana, quello mio e soltanto mio, a quello che condivido con i bambini a volte succhia le mie energie ma allo stesso tempo i due approcci si fondono dandosi un reciproco, vitale, scambio di informazioni e competenze.

Lavorare coi più giovani mi aiuta anche a proiettarmi nel futuro, che non è semplice com'era una volta.

Il logorio della testa a volte mi impedisce di vivere con leggerezza la quotidianità.

 

Ma io so, e questo lo so con assoluta certezza, che per un arco di tempo preciso e definito io sono in grado di rientrare nello stato di assoluto focus.

Pura trance agonistica.

 

Perchè voglio andarmi a prendere quello che mi manca ancora.

Anzi, la sola cosa che mi manca ancora.

 

È una data vicina, eppure lontana, perché il tempo nello sport assume un valore del tutto differente che nel resto delle cose della vita.

 

Un 2 ed uno 0, ripetuto due volte.

Una meta lontana, estremo oriente.

 

Lì voglio provare a costruirmi il mio ricordo migliore e se ci riuscirò, dopo e soltanto dopo avercela fatta, sarò pronto a raccontare tutto dentro ad una storia.

Andrea Cassarà / Contributor

Andrea Cassarà

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