Il cervello è un organo strano.
Controlla tutto.
Ma non può governare il cuore e la pancia.
Non quando si tratta di sogni, almeno.
Calcola ogni cosa.
Angoli, traiettorie, centimetri, grammi, inclinazioni: numeri, ed equazioni, e diagrammi, e pensieri che dominano la vita di un saltatore.
Eppure, qualche volta, ha bisogno di essere ingannato.
Salto da una vita.
Vivo di sport e poi di atletica da quando ricordo di esistere.
Desideravo fortemente diventare un professionista.
Sono metodico.
Controllato.
Analitico.
Il cervello è un organo strano.
Controlla tutto.
Ma non può governare il cuore e la pancia.
Non quando si tratta di sogni, almeno.
Calcola ogni cosa.
Angoli, traiettorie, centimetri, grammi, inclinazioni: numeri, ed equazioni, e diagrammi, e pensieri che dominano la vita di un saltatore.
Eppure, qualche volta, ha bisogno di essere ingannato.
Salto da una vita.
Vivo di sport e poi di atletica da quando ricordo di esistere.
Desideravo fortemente diventare un professionista.
Sono metodico.
Controllato.
Analitico.
E ciò nonostante, il giorno prima di una gara, metto ai piedi le mie scarpe speciali, che altro non sono che scarpe leggere. Le più leggere che ho.
Per ingannare il mio cervello e fargli arrivare sensazioni di leggerezza.
Per sentirmi nuvola.
E fare in modo che se ne accorga.
Che funzioni oppure no, non è rilevante.
Funziona per me.
Ed è questo che conta.
Il mio approccio alla competizione, al salto, alla gara, si sta evolvendo.
E lo fa mentre io cresco.
Cambio.
Maturo.
In Italia siamo in tanti a saltare.
Siamo in tanti a saltare benissimo. Con grandi ambizioni.
Ognuno in maniera diversa, ognuno con le proprie qualità e abitudini.
Ognuno col proprio carattere.
Guardi i dettagli e rubi qualcosa dai più grandi.
© Grana/FIDAL
Lo rubi non per replicarlo.
Lo rubi per processare e andare oltre.
Per declinarlo alla tua persona.
Per porti dei quesiti.
Apprendi dai migliori, non per avere risposte.
Ma per farti domande nuove.
E più passa il tempo, e più capisco che il mio obiettivo non è vincere.
Vincere è una conseguenza delle cose fatte bene.
Del contesto.
Del momento presente.
Io voglio diventare una persona da cui “prendere”.
Da cui attingere.
Qualcuno che avrei riconosciuto anche io, quand’ero bambino.
Un esempio che avrei seguito.
Qualcuno che avrei interrogato.
Oggi sono qui, a preparare un Europeo, e mi fa strano pensare dove mi trovavo soltanto due anni fa.
Eppure tutto ha un senso, tutto ha un filo che tesse la mia storia.
E mi riporta proprio lì.
Al bambino che ero e a ciò che cercavo negli altri.
Perché ero bambino come adesso sono adulto.
E sono adulto come allora ero bambino.
Sono ancora alla ricerca di qualcuno da osservare.
Di qualcosa da imparare.
Figlio di un’infanzia magnifica, circondato da amici.
Tanti amici.
Una famiglia allargata che vive una casa grande.
Dove lo sport non è soltanto ornamento.
È tesi.
È spina dorsale.
Ma vissuto con la stessa leggerezza che ricerco oggi, il giorno prima di una gara importante.
La competizione, io l’ho conosciuta sotto la forma dei cugini.
I cugini più grandi.
Che quando giocavamo a pallone erano più bravi e più forti di me.
E io ricordo nitidamente la sensazione dell’impegno, lo sforzo estremo che applicavo ad ogni movimento, e ad ogni tocco del pallone per rivaleggiare con loro.
Poche cose, nella mia memoria, pareggiano quel sentimento di realizzazione.
Il peso specifico del passaggio fatto bene.
Del gol.
Perché espressione reale, tangibile e misurabile di una volontà interiore.
Espressa, e quindi bellissima.
Poi ci spostavamo in montagna e andavamo al campetto tutti i giorni.
Basket questa volta.
Altra materia di studio.
Desideravo il calcio, e l’Inter in particolare, ma mi nutrivo di ogni cosa.
Fino al giorno in cui ho scoperto l’atletica.
L’atletica.
Amore della mia vita, che non avrei scoperto se a mamma non avesse fatto paura il calcio, con tutti i suoi infortuni traumatici.
Atletica arrivata un po’ per caso, grazie alla nascita di una società nuova, frequentata dagli amici di sempre.
Atletica che ho attraversato in lungo e in largo, provando ogni disciplina.
Prima che l’alto scegliesse al posto mio.
Certo l’atletica non è un “gioco”, e in qualche modo la squadra intorno mi mancava e mi manca ancora.
Ma la sfida, il culto del gesto tecnico, l’inseguimento alla perfezione stilistica, che non esiste e per questo ti ossessiona: una bellezza senza pari.
È così che ho cominciato.
È così che la rincorsa mi ha condotto allo stacco.
Senza ostacoli, ma con qualche tornante.
Ora si avvicina finalmente l’Europeo, il palcoscenico dei grandi.
La mia famiglia è ancora lì.
Presente quando e quanto deve esserlo.
Affamata di nozioni, di spiegazioni, di condivisioni.
Mentre io imparo ad essere paziente, a dividere ciò che è mio e soltanto mio, specie a livello di sensazioni, tecnicismi, a volte sbattimenti. E ciò che invece è di tutti noi.
È parte del nostro percorso.
In un dialogo aperto tra pancia, cuore e cervello.
Convinto. Certo. Sicuro che vincere non sia lo scopo.
Che la sola cosa che conti davvero sia essere come coloro che avrei voluto diventare.
E se per farlo devo ingannare la testa, non importa.
E anche se so che lo sto facendo, non importa.
Funziona lo stesso.
Perché la testa sta su in alto, dove l’aria è rarefatta.
Dove serve leggerezza e dove poi, ad un certo punto, il mondo lo vedi sottosopra.
Matteo Sioli / Contributor


