Simone Deromedis

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Non è il critico a contare.
Non chi osserva da lontano, o chi indica dove l’uomo inciampa.
Il credito va all’
uomo nell’arena.
A chi ne porta i segni sul volto:
polvere e sudore.

La prima volta in assoluto in cui l’ho capito — anzi, in cui l’ho sentito vibrare nelle ossa, come quando ti accorgi di una verità che hai ignorato a lungo senza motivo — è stato durante i Campionati Mondiali di Downhill.

Avevo sempre amato le due ruote. Sempre amato la velocità.
Dal monopattino ai kart, dalla bici alla mountain bike.
Quello, e la neve con papà, mi davano un brivido unico. Insostituibile.
Il sogno di un bambino che si faceva sensazione.
Ginocchia sbucciate.
Vento negli occhi.

Simone Deromedis

Eppure è stato lì che ho capito cosa volevo diventare.
Guardarli negli occhi.
Nel momento della fatica.
Dell’errore.
Della gloria.

L’atleta, inteso proprio come figura.
Sporco, portato al limite, sotto pressione.
Dentro la fettuccia, e non fuori: tutta la differenza in pochi centimetri.
Di qua la gloria, di là l’anonimato.
L’ho capito dal bordo pista.

Da piccolo avevo avuto un’enorme libertà.
Quella delle montagne.
Quella dei paesi piccoli, dove tutti ti conoscono.
Dove se ti perdi, qualcuno ti riporta a casa.
Ore, anni, passati tra i meleti.
Abbastanza per capire presto che nulla nasce dal niente e che il mestiere ti sopravvive e ti sorpassa sempre.

Simone Deromedis

Con il tempo, quella corsa è diventata una discesa.
Sospesa tra gli sci e le due ruote.
La neve, soprattutto con papà.
Io e lui, complici indisciplinati.
Fino ai dodici anni è stato compagno e maestro insieme.
Poi, quando ormai gli altri avevano già iniziato da tempo, l’ho convinto a portarmi allo sci club.
Senza aspettative.

Quando ho scoperto lo skicross, un paio di anni dopo, le occasioni di emergere si sono ridotte ancora.
Non ero tra i più talentuosi.
Non avevo la tecnica migliore.
Ero soltanto uno che voleva starci dentro. Il più possibile.

Era un ambiente acerbo.
Un po’ fricchettone.
Quasi il cimitero degli sciatori mancati.
Non come oggi, che è un universo in pieno fermento.

Simone Deromedis

Al torneo Topolino — prima in Italia, poi internazionale — ho trovato qualcosa.
Nel gomito a gomito.
Nello spazio stretto.
La mia stazza e la mia irruenza non erano più fuori posto.
L’istinto nella linea.
Il desiderio di infilarmi dove altri non sarebbero entrati.
L’accettazione del rischio.

Lì ho trovato uno spazio.
Fisico e mentale.
E mi ci sono tuffato.
E ancora oggi, quando siamo in quattro e non in qualifica, mi ci tuffo allo stesso modo.

La bellezza dello skicross sta anche in questo: te lo devi proprio andare a cercare.
Non è dietro l’angolo.
Non basta un impianto e un po’ di neve.
Lo devi volere.
Lo devi trovare.
Devi essere forte per meritarti il diritto di frequentarne le piste.
Che sono poche e sono sparse un po’ ovunque.
Specie a quei tempi.

Simone Deromedis

Ho iniziato con la Coppa Europa.
Due diciassettenni e un diciottenne.
Una Punto del ’99.
Sei paia di sci sul tetto.
Migliaia di chilometri.

Partivamo.
Ci fermavamo ovunque.
Ogni città, ogni bancarella, ogni occasione, come adolescenti in gita.

Poi di nuovo in macchina.
Gambe addormentate.
Schiena bloccata.
Adrenalina addosso.

Arrivavamo.
48 ore.
Discesa, risalita.
Pochi mezzi, poche ambizioni.
Poca coscienza.
E si ripartiva.

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© Pentaphoto

Quanto l’abbiamo voluto.
Quanto l’ho voluto.

Per anni non ho corso per vincere.
Non per essere il numero uno.
Non ho corso per diventarlo.
Ho corso per continuare a correre.

Per farlo abbastanza bene da poterlo fare anche la settimana dopo.
E quella dopo ancora.
Mi bastava restare sulla mappa.
Dentro la fettuccia.

È così che sono arrivato a Pechino 2022.
Un outsider.
Felice di esserci.
Uno che corre per continuare a correre.

Sono arrivato vicino a qualcosa di grande.
Forse in anticipo sui tempi.
Se non fosse stato per quel contatto in semifinale probabilmente avrei vinto.

Erano tutti arrabbiati per me.
Io non lo ero affatto.
Perché contava esserci.
E sapere che ci sarei stato ancora.

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Crescendo, quel diritto è diventato dovere.
E il dovere, prima di Livigno e dei Giochi del 2026, mi ha portato in una dimensione differente.
Partecipare non bastava più.
Mi sono isolato.
Mi sono ripetuto che “era una gara come le altre”, finché ci ho creduto davvero.

Ricordo poco.
Ma quello che ricordo è calmo.
Calmo la sera prima.
Calmo dopo tre secondi di ritardo nel primo giro.
Calmo sotto la nevicata.
Calmo turno dopo turno.

Non saprei dire chi ho incontrato.
Quando.

Ricordo i compagni.
Le grida in finale.
La fatica.
Il rumore delle trombe prima dell’ultima curva.
Quello sì.
Mi faceva sentire come un pilota prima del rettilineo.

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Ti dicono che la vita cambia, dopo l’oro olimpico.
A parte qualche intervista in più, io mi sento uguale.
Felice di vedere gli altri felici.
Paziente al bar del paese, che un caffè dura due ore di chiacchiere.
Grato che quella medaglia sia un po’ di tutti.

Ma soprattutto continuo a sentirmi questo.
Uno che compete.
Uno che ne porta i segni sul volto: polvere e sudore.
Uno che corre per continuare a correre.

Finché può.
Finché mi farà sentire vivo.
L’uomo nell’arena.

Simone Deromedis / Contributor

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