Ambra Sabatini

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Potrebbe sembrare che il mio percorso verso l’oro di Tokyo sia iniziato solo pochi mesi prima di partire per il Giappone, ma forse a pensarci bene quello è stato solo un tratto di un percorso più lungo, tortuoso e complesso, iniziato tanto tempo fa.

Babbo portava me e Lorenzo, mio fratello gemello e talento calcistico di casa Sabatini, a correre nella pineta vicino casa, io me la cavavo piuttosto bene e gli stavo dietro ma lo facevo un po’ controvoglia.

A me non piaceva correre, ma in qualche modo ho sempre sentito il richiamo primordiale di quel gesto libero e liberatorio.

Di sport ne ho provati davvero tanti quando ero piccola, e per ciascuno c’era qualcosa che non mi convinceva fino in fondo.

Prima il nuoto, con babbo come insegnante, poi un po’ di danza, infine è arrivato il turno del pattinaggio a rotelle e anche della pallavolo, alla quale mi sono dedicata per 6 anni.

Quando ci siamo trasferiti a Porto Ercole la palestra era comoda, vicino casa, e all’inizio mi divertivo a giocare, probabilmente crescendo sarei diventata un libero, ma con il passare del tempo sentivo forte la sensazione che quell’ambiente non facesse per me.

Un po’ quel gruppo, un po’ la pallavolo, un po’ gli sport di squadra in generale.

Il mio film preferito era Momenti di Gloria e sognavo i Giochi Olimpici.

L’adrenalina, il brivido della competizione, la responsabilità del risultato, che nella pallavolo non dipendeva solo dalle mie forze.

Ambra Sabatini
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Ambra Sabatini

Mentre aspettavo di comprendere a pieno cosa non funzionasse nell’equazione che vedeva me, un pallone e 5 compagne di squadra in un campo, ho sentito per la prima volta il richiamo della corsa, della madre di ogni gesto sportivo: l’atletica leggera.

La mia scuola partecipava al Palio dei Comuni, una competizione studentesca tra gli istituti di tutta Italia che inaugura il Golden Gala. Le regole erano semplici, ogni scuola selezionava due alunni, un maschio e una femmina, per gareggiare in una gara a staffetta. Da quando ho sentito parlare dell’iniziativa, partecipare al Palio è diventato il mio principale obiettivo. Purtroppo però a pesare sulla scelta della scuola c’era anche il rendimento scolastico e per un soffio il primo anno è stata selezionata la mia migliore amica.

L’anno successivo ogni tassello è andato al suo posto e non solo ho potuto partecipare al Palio dei Comuni ma ho ricevuto l’invito dell’allenatore a far parte della squadra di atletica.

Finalmente.

Io e l’atletica.

Correvo le gare di mezzofondo: un po’ per le mie caratteristiche e un po’ perché ci allenavamo principalmente sui campi di terra o sulle piste ciclabili.

Per poterci allenare in una pista vera e propria serviva andare fino a Grosseto.

Ancora ricordo l’emozione della prima volta che ho messo piede in quel posto. Era tutto fighissimo. La pista in tartan, gli altri ragazzi impegnati in sport diversi dal mio a pochi metri da me, mi sembrava una grande festa.

Ambra Sabatini

La mia carriera nell’atletica è stata piena di infortuni, c’è stato anche qualche buon risultato nei 1000 e nei 2000 metri, frutto più della tanta testardaggine che di talento puro e semplice. Correvo con le ginocchia un po’ basse, non avevo una falcata perfetta, ma ero bravissima a resistere quando le altre iniziavano a cedere.

Una combattente, direbbe qualcuno.

Il 5 giugno 2019 stavo andando in scooter con babbo gli allenamenti a Grosseto, quando un’auto che viaggiava nel senso opposto ci ha toccati di striscio.

La sfortuna ha voluto che la mia gamba restasse incastrata al montante della macchina.

La fortuna, invece, ha voluto che proprio dietro di noi ci fosse un camion dei Vigili del Fuoco. Sono rimasta cosciente tutto il tempo, ho sentito con le mie orecchie i medici dover fare scelte difficili.

Oggi lo so, che quel giorno tra le due chi ha vinto è stata la fortuna.

Mi sono chiesta spesso perché fosse successo proprio a me, me lo sono chiesta fino al giorno in cui ho deciso che non me lo sarei chiesta più.

E’ stato un percorso difficile. Non solo per me ma per tutta la mia famiglia, per la quale provavo ad essere la più forte del gruppo, ottimista e positiva.

Fin dal primo istante in cui mi sono risvegliata ho iniziato a fare domande sull’atletica paralimpica, sulle protesi, sui miei tempi di recupero.

Ambra Sabatini

Ho maledetto l’incidente. Non tanto per avermi preso una gamba, ma per non avermi lasciato il ginocchio, con il quale avrei potuto avere una corsa più agile e una protesi meno complessa. Avevo paura che nella mia condizione non mi sarei divertita a correre, che non sarei riuscita ad andare veloce.

Prima di ritrovarmici catapultata dentro, non conoscevo molto bene il mondo dello sport paralimpico. Ricordo che a scuola una professoressa ci aveva parlato di Bebe Vio, e che a casa mio padre mi raccontava le gesta di Alex Zanardi, nulla più.

Ora invece passavo le ore, nel letto di ospedale tra una seduta di fisioterapia e l’altra, a guardare i video di Martina Caironi, a studiarne il gesto, a immedesimarmi nella corsa.

Ci sono voluti 12 mesi per rendere quel pensiero un atto concreto.

Nel frattempo cercavo ogni modo possibile per tenermi attiva.

Un giorno ho legato la protesi al pedale della bicicletta con una sciarpa per non farla scivolare, e mi sono messa a scorrazzare nei dintorni di casa.

Poi mi hanno regalato una bici con la pedalata assistita e senza nemmeno accorgermene, di nascosto da tutti, ho percorso tutto il tour dell’Argentario.

Poi, è arrivato il momento di tornare in pista.

Ambra Sabatini

Alla prima gara sono caduta sia in partenza che al traguardo.

C’è voluto tempo per trovare la protesi giusta, giusta per me e giusta per correre i 100 metri.

L’invasatura deve adattarsi perfettamente al moncone, e siccome ogni gamba ha delle proporzioni particolari, servono competenze specifiche per riuscire a creare una protesi perfetta.

Una volta affidata alle mani giuste i risultati sono arrivati in fretta, sono arrivata alle Paralimpiadi di Tokyo da primatista mondiale e mi sono goduta ogni istante di quel mio momento di gloria.

Proprio come lo avevo immaginato da bambina.

Con la tensione, la competizione interna alla squadra azzurra, e la responsabilità del risultato e la necessità di fare affidamento sulle mie forze.

E come nemmeno un film avrebbe saputo raccontare, l’ultima scena racconta un podio tricolore fatto di 3 diverse generazioni vicine.

3 diversi pezzi d’ Italia tutti stretti in cima al Mondo.

Insieme a Martina Caironi e Monica Contrafatto abbiamo riscritto la storia, e mi aspetto che succeda ancora, e ancora.

E’ importante mostrare i nostri successi, i nostri risultati, far crescere il movimento paralimpico in Italia e nel mondo.

Un passo alla volta, una falcata dopo l’altra, perché i percorsi più belli sono quelli che, all’inizio, sono i più lunghi e tortuosi.

Ambra Sabatini / Contributor

Ambra Sabatini