Ana Patrìcia Ramos

7 MIN

Il mio primo ricordo è sempre lo stesso.

La stessa identica immagine che mi compare in testa.

Sono io, più felice che mai, mentre faccio sport, giù al club, proprio di fronte alla casa dei miei genitori.

Era la mia routine, la mia safe-zone.

Un luogo dove potevo esprimere me stessa, la mia natura più intima.

Tutte quante le mie emozioni.

Era una bambina molto attiva, sempre impegnata a fare sport o in un gioco qualsiasi con i miei amici.
Quella era la mia identità.

La nostra identità.

Ho provato così tante discipline durante l’infanzia: calcio, calcetto, pallamano, nuoto, e molte altre ancora, perché volevo fortemente sentirmi accettata.

Perché volevo sentirmi bene.

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© FIVB

Quando ero piccola, non appena iniziavo a praticare uno sport, uno sport qualsiasi, mi rendevo subito conto che ne imparavo i movimenti con estrema facilità.

Mi sentivo benedetta.

Tutto era così semplice.

Tutto era così naturale.

Ogni tassello finiva subito al posto giusto.

Non so se sia questo, quello che la gente chiama talento.
E non so se questo faccia di me una persona talentuosa, ma sono sicura che questa capacità mi abbia sempre motivato a fondo.

Era un qualcosa che mi faceva sentire potente.

Ed è un qualcosa che continuo a custodire dentro, anche oggi.

Sono cresciuta a Espinosa, nello stato interno di Minas Gerais.

È un paese molto, molto piccolo, nel profondo cuore del Brasile più rurale.

Un paradiso in miniatura, con poco più di 30’000 abitanti e a quasi 600 km di distanza dall’oceano e dalla spiaggia più vicina.

Lassù, il beach volley non dovrebbe essere nei sogni di una bambina.

Non dovrebbe essere scritto nel suo destino.

Forse persino lo sport in quanto tale, dovrebbe essere difficile da sognare.

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© Mihai Stetcu / Beach Volleyball Major Series / Red Bull Content Pool

Crescere in una piccola città mi ha permesso di avere un’infanzia felice, in cui mi sentivo sempre libera di correre nella natura selvaggia con i miei amici.

Nessun ripensamento.

Nessun dubbio.

Nessuno stress.

Ho dovuto fronteggiare dei bulli, ogni tanto.

I bimbi sanno essere cattivi, e a volte ho sofferto perché ero molto più alta di qualsiasi mio coetaneo. E forse questo è il motivo per cui, quando uscivo dalla mia comfort zone, ero davvero molto timida.

Il mio primo contatto col beach è avvenuto durante un provino con la squadra di Minas Gerais, la squadra della mia regione.

Fino a quel momento non avevo mai giocato.

Neppure una volta.

Ero stata “scoperta”da un allenatore, se così si può dire, durante una competizione studentesca, nel 2013. Anche se forse varrebbe la pena dire che quel giorno stavo giocando a pallamano.

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© Joerg Mitter / Beach Volleyball Major Series / Red Bull Content Pool

Ad essere onesta, la passione che ho sentito subito nei confronti del beach volley è legata profondamente alla dinamica di questo sport.

Sotto-sotto mi ero sempre sentita un’individualista, e quanto ho capito che nel beach avrei sempre partecipato all’azione, che avrei toccato la palla ogni singola volta, ho deciso subito che quello sarebbe stato il mio posto. Per sempre.

Qualcuno lo chiama egoismo.

Oppure bad attitude.

Ma in Brasile preferiamo chiamarlo “essere affamati”.

Da quel momento in avanti, il beach mi ha cambiato la vita.

Letteralmente.

Mi ha trasformato in una persona diversa.

Per tanto tempo, le persone hanno cercato di farmi credere che non fossi abbastanza, che non avrei mai potuto raggiungere la grandezza.

Ma da quando ho messe piede sulla sabbia i dubbi si sono dissipati, e mi sono scrollata di dosso il pensiero degli altri.

Anche prima di diventare una professionista, nel cuore ero già certa che in qualche modo sarei riuscita a realizzare il mio sogno e diventare un’atleta.

E per quella sensazione sono eternamente grata.

Spero davvero che il beach continui a trasformare tante vite come ha fatto con la mia.

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© FIVB

Ho avuto tante giornate speciali nel corso della mia carriera.

Vincere i Giochi Olimpici Giovanili nel 2014, probabilmente, è la migliore di tutte.

Mi ha colpito profondamente, forse perché quella è stata la prima volta in cui ho davvero toccato con mano uno dei miei sogni più intensi.

È stato magico.

Come riconnettersi ancora con la bimba che sono stata.

Come abbracciarla.

È davvero difficile separare le due cose.

La bimba e l’adulta.

La donna e l’atleta.

Me e l’altra me.

Nello sport tutto è così estremo, e per questo credo che soltanto in campo, mostriamo davvero chi siamo.

Errori e successi mostrano al mondo il nostro vero volto.

E dobbiamo abbracciare l’intensità del gioco, senza smettere di prenderci cura delle nostre emozioni, perché prima di tutto siamo esseri umani.

Spero davvero di essere il più integra possibile in futuro, per continuare a vivere momenti speciali con la mia famiglia e i miei amici.

Come ho fatto fin da quel primo giorno sulla sabbia.

Sono arrivata fin qui grazie alla mia passione e all’amore per il gioco, anche se forse, ad una bimba nata nel cuore del Brasile, non dovrebbe essere concesso di andare tanto lontano.

Ana Patrìcia Ramos / Contributor

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