Gregorio Paltrinieri

10 MIN

Nei mille e cinque non puoi mai barare.
In generale nel nuoto è difficile farlo, ma magari un cinquanta lo puoi portare a casa anche soltanto di nervi. Oppure d’orgoglio. O di rabbia.
Nei mille e cinque assolutamente no.
Visti da fuori, da appassionato, senza l’occhio del tecnico, possono sembrare una gara piatta e ripetitiva eppure dentro ad ognuna di quelle trenta vasche si nasconde un universo intero. In ognuno dei trenta 50metri che lo compongono possono succedere decine di cose differenti che lo sanno trasformare in una corrida, in una scazzottata o in una royal rumble a seconda delle situazioni.
E quello che io voglio creare per me, sul blocco di partenza di ogni gara che conta davvero, è la sensazione dello scontro tra titani sempre imminente.
Il testa a testa. Il duello.

Gregorio Paltrinieri

© La Presse ph. Gian Mattia D'Alberto

L’avvicinamento al Mondiale di Kazan del 2015, per esempio, è stato una lenta escalation testosteronica: la creazione dell’incontro perfetto, quello contro Sun Yang, che mi avrebbe dovuto aspettare all’altro angolo del ring.
Sia secondo l’opinione pubblica che secondo me.
L’anno precedente avevo nuotato più veloce di lui, ma lo avevo fatto in una corsia lontana 10 mila chilometri dalla sua: io agli Europei e lui ai campionati asiatici.
E questo non mi bastava affatto.
Ovviamente non bastava: a me serviva la sfida.
Desideravo guardare negli occhi uno dei migliori interpreti nella storia dei mille e cinque e batterlo. Toccare davanti a lui, vederlo deluso e ascoltare l’inno di Mameli risuonare per tutto l’impianto.
Io volevo quella roba lì.

È proprio una questione di approccio, una mia forma mentis: la sfida mi occorre come carburante di base e senza carburante lontano non ci vai.
Senza quello io mi accartoccio, vasca dopo vasca appassisco e finisco con lo svuotarmi completamente.

Quella gara, quella finale, sarebbe stata mia oppure di Sun Yang, non c’erano alternative. Non per me, non per la stampa, non per il cronometro.
A quella gara lui non si è presentato e su questa storia i giornali di tutto il mondo hanno ricamato lungamente. Ma del perché non fosse venuto in camera di chiamata non mi importava nulla.
La sola cosa che contasse sul serio per me era il vuoto che la sua assenza avrebbe provocato.

Avevo immaginato la gara migliaia di volte. Migliaia.
Il modo in cui entrare sul piano vasca, come mettere gli occhialini, il momento esatto in cui avrei dovuto guardarlo negli occhi e sorridere.
Tutto era pianificato nel mio cervello e tutto ruotava intorno al quel momento e quel momento senza di lui non sarebbe stato quel momento.
Tutti gli altri, sornioni, nascondevano a fatica un sorriso trattenuto, perché: fuori il più forte si apriva un posto sul podio. Mentre io mi stavo mangiando le mani.
Stavo letteralmente implodendo.

Gregorio Paltrinieri

© La Presse ph. Gian Mattia D'Alberto

Di tutte le mie simulazioni mentali alla fine si era avverata la sola che non avevo preso in considerazione neppure una volta: quella senza Sun. E all’improvviso, senza che io facessi assolutamente nulla, prima ancora di partire, quel chilometro e mezzo aveva smesso di essere il mio appuntamento per battere il più forte ed era diventata solo l’occasione di rendermi colpevole di non aver vinto, nel caso in cui qualcuno avesse toccato prima di me.
Sembra folle ma non lo è, perché non ero più lo sfidante in cerca della gloria, ma il favorito circondato dai segugi affamati.
Per un anno avevo spinto e mi ero caricato solo allo scopo di convincermi che io quella gara avrei potuto vincerla e poi, di colpo, mi era arrivata addosso la consapevolezza che se invece l’avessi persa me lo sarei rinfacciato per tutta la vita.
L’obiettivo sarà anche lo stesso, ma il cambio di inquadratura è bello deciso!
Così mi sono incasinato.
Ho nuotato male, senza un piano o un’idea, e la sola cosa che sono riuscito veramente a fare è stato difendere per tutta la gara qualcosa che in realtà non era ancora mio.
Perché nel nuoto nulla ti appartiene di diritto.

Gregorio Paltrinieri

© La Presse ph. Gian Mattia D'Alberto

Lo sport è strutturato per creare sempre nuovi eroi, è nella sua natura più antica mettere in campo rivalità inedite che la gente possa osservare e con le quali riesca ad identificarsi.

 

L’atleta pian piano invecchia, ma la competizione resta giovane per sempre.

È uno dei grandi doni che ci regala.

 

Il favorito, il giovane, l’underdog, il campione: è la gara a comandare ed è sempre lei a decidere chi saranno i suoi protagonisti, volta per volta.

E più è breve e più risulta aperta.

Gregorio Paltrinieri

© La Presse ph. Gian Mattia D'Alberto

Nei mille e cinque, però, tutto è diverso perché l’atleta è più grande della gara stessa.
Deve esserlo per arrivare intero fino in fondo.

Come sono andati i 100?

Cos’hanno fatto Paltrinieri e Romanchuk?

C’è una grossa differenza.
Unicità che nasce nel profondo della gara più lunga, diretta conseguenza della sua natura nuda e cruda: si parte in otto, ma spesso si gareggia in due.
E l’aiuto esterno per scegliere il mio Joker in realtà non mi è mai servito: sono bravissimo a farlo da solo, anzi lo faccio prima da solo.

Gregorio Paltrinieri

© La Presse ph. Gian Mattia D'Alberto

Al centro dell’Arena, in mezzo al ring o sul dischetto del rigore faccia a faccia con il portiere. Il racconto dello sport che diventa un duello, puro e semplice. La sfida che non conosce il pareggio, che non conosce la buona prestazione o la pacca sulla spalla.

 

Vinci.

Perchè se non vinci allora vuol dire che hai perso.

Come nella migliore tradizione americana.

E perdere a me non piace.

Competere contro quelli forti a sufficienza da battermi. E batterli.
Mi piace così, questa è la faccia del mio nuoto.

Questo è motivazione inesauribile e sempre nuova, mi obbliga a non smettere mai di aspettare da me stesso cose che forse non è possibile fare per davvero, perché sono impossibili.
E quindi finisco sempre con l’essere quel tipo di atleta che non è mai contento della sua gara, che ci vede le imperfezioni ogni volta.
In qualche modo io una colpa a fine gara devo riuscire a darmela, o non sono felice.
Non sempre è un bene, ma io voglio fare la prestazione perfetta, voglio sentire il dubbio di poter perdere e sentire l’adrenalina salire al pensiero di poter vincere.
Vincere contro di lui.
Contro un lui specifico.

Gregorio Paltrinieri

© La Presse ph. Gian Mattia D'Alberto

Le mie gare sono dunque figlie di questo rapporto simbiotico con la sfida, che è benvenuta, che è necessaria e bellissima.
Il mille e cinque, distanza di testa e non solo di braccia, ti obbliga ad avere un approccio metodico e un orologio nel cervello, per cercare di nuotare dei tempi consistenti vasca dopo vasca.
Ma la mia voglia di spaccare tutto emerge subito, perché io mi butto in acqua e metto lì fin dalla prima bracciata un ritmo forsennato. Un ritmo pazzo.
Se vuoi starmi dietro, e ce la fai, beh: bravo.
Ma io parto così, perché voglio azzannare la competizione ogni volta.

Voglio toccare prima di te in ognuno dei 50 metri che ci separano dalla campanella, a partire dalla vasca uno e fino alla vasca trenta perché io voglio vincere così.
Mentre continuo ad inseguire la mia prestazione perfetta voglio continuare a vincere così.

Perché anche se fino ad oggi il mio modo di nuotare ha soddisfatto tutti, ad essere sincero, non ha ancora del tutto soddisfatto me.
Che sono pur sempre, e che sempre sarò, il mio miglior nemico.

Gregorio Paltrinieri / Contributor

Gregorio Paltrinieri
Se ti è piaciuta la storia, Clicca Mi Piace