Daniele Lupo

Daniele Lupo

13 MIN

Neppure io credo agli eroi, in questo io e Paolo siamo assolutamente d'accordo.

Una differenza però c'è, eccome se c'è.

Grande, bella grossa eppure figlia delle più piccole sfumature.

Una distanza non di contenuti o di sostanza, ma piuttosto di colori e di dettagli.

 

È come guardare nello stesso istante dentro uno stagno di acqua placida, seduti fianco a fianco; saremo anche insieme ma i riflessi di luce che l'acqua ci restituisce non potranno mai essere identici per entrambi.

Sono increspature luminose, vive ed in mutazione perpetua.

Come pesci che giocano a nascondino sul tappo dell'acqua.

 

Analisi contro sogno.

Romanticismo contro quadratura.

Un incontro di filosofie che diventa dolce perchè contempla un'unica visione, una sola meta lontana.

Il bicchiere è mezzo pieno.

No ti sbagli, è mezzo pieno.

Come dirsi ti amo a vicenda ma in due lingue diverse, affidandosi a quella che l'altro intuisce ma non parla.

È fidarsi, sperando che quel gesto significhi proprio la stessa cosa che significa per te.

 

Io vivo sognando e dormo impaziente di svegliarmi per tornare a sognare, che di giorno mi viene meglio.

Quelli ad occhi aperti, quelli che di solito ti assalgono la sera, prima di dormire, quelli sono i miei preferiti.

Quei progetti misti ad ambizione folle eppure dolce, pensieri che sembrano sempre vicini, tanto vicini che forse basta allungare la mano e prenderli.

Sono quei sogni che al mattino molto spesso non ricordi più, frantumati dalle luci del sole come se fossero vampiri, creature notturne.

Ecco, quei sogni lì, per me, non muoiono mai.

Ci sguazzo dentro, li lascio trasportarmi dove è giusto che io vada.

La cosciente voglia di voler vedere questi pensieri incoscienti al timone della mia vita.

 

Credo nei sogni e credo nell'energia delle cose.

Credo nell'energia delle cose che sogno e credo nei sogni di tutti.

Indistintamente.

E lo faccio con una tale naturalezza che a volte i miei si avverano.

E si avverano per magia, o come ricompensa del karma.

Sogni e magia, i due emisferi del mio cervello, mi hanno saputo portare lontano.

Ed ancora lo fanno.

Credo non smetteranno mai.

A Rio, nel tunnel che ci avrebbe portato sul campo centrale per giocare la finale, sono stati proprio sogno e magia a prendermi dal bavero della canotta, alla base della nuca come fanno i gatti con i cuccioli, per trascinarmi via da quel posto.

Il posto dove avevo sempre desiderato essere era sotto i miei piedi, ma la mia mente ha voluto rapirmi il per un istante.

Catapultato avanti, o indietro o in un posto che era una via di mezzo senza tempo e data di scadenza.

Daniele Lupo

D'improvviso mi sono ritrovato sulla spiaggia di Fregene, all'imbrunire.

Inverno.

Il clima era piuttosto rigido ed il mare ululava arrabbiato.

Ma sulla sabbia alcune sagome, nere perchè in controluce al grosso sole arancione che si stava infilando sotto la coperta dell'orizzonte, stavano giocando a beach.

Sono sei, giocano tre contro tre.

Le righe laterali del campo sono state disegnate o meglio scavate infilando prepotentemente il tallone nella sabbia.

Di qua il "dentro", di là il "fuori".

Punto ed errore.

Vittoria e sconfitta.

Non esistono linee più nette di quelle disegnate con i piedi sulla spiaggia.

Mi sono avvicinato a loro piano, quasi di soppiatto per cercare di non disturbare l'incredibile, colorito miscuglio di parole che stanno affidando ai quattro venti.

Imprecazioni fatte con la leggerezza di chi sta giocando a briscola al bar, scommesse, prese in giro tra vecchi amici.

Nessuno di loro, nel tentativo di schiacciare, riusciva neanche lontanamente a superare il livello della rete ma si lanciavano in prodezze tecniche capaci di lasciarmi a bocca spalancata come Roger Rabbit la prima volta che ha visto Jessica.

Non si trattava di colpi da manuale, nessuna tecnica perfetta ma piuttosto bagher ad una mano sola, salvataggi di piede.

Attacchi portati a casa con delle nocche talmente sensibili da far invidia ai miei polpastrelli.

Sempre più ammirato sono avanzato a passo spedito, fino al bordo del campo, al confine invalicabile fatto col tallone.

Io sono di là e osservo loro che sono di qua.

Non esibivano addominali scolpiti o gambe con dentro i candelotti di dinamite, la maggiorparte di loro erano anzi stempiati ed acciaccati.

Il numero di ginocchiere supera curiosamente quello delle ginocchia, se ne vedevano un po' ovunque, a protezione di quel che restava di muscoli ed articolazioni.

Calzini alti, di lana, per alcuni.

Persino i guanti da cucina per altri.

Il freddo si combatte anche così.

La partita è serrata, le scommesse si sa che vanno pagate subito e nessuno sembra aver voglia di farsi scucire le mille lire dagli amici di sempre.

Ma soprattutto nessuno vuole perdersi l'occasione di prendere un po' in giro i perdenti, più tardi al bar.

Ed infatti io in quella partita non ho visto una squadra vincere.

Sono andati ai vantaggi.

All'infinito.

Un alternarsi eterno di un punto fatto ed uno lasciato all'amico, di un commento scherzoso ricevuto ed uno sparato oltre la rete.

Il sole, rispettoso, non si è mai mosso da lì.

Mezzo tramontato e mezzo no.

In attesa della giocata finale.

Daniele Lupo

Sono stati loro i miei maestri, non di tecnica, ma di approccio, di felicità.

Erano gli amici di mio nonno.

Un manipolo di magnifiche canaglie, lavoratori, fratelli di gioie e di fatiche che ogni sera o quasi, cascasse il cielo, si incontravano sulla spiaggia per giocare insieme.

Per giocare.

A 30, a 40 o a 60 anni, finchè il cuore reggeva, a giocare.

E dico il cuore perchè le gambe era già da un po' che non li sorreggevano più.

Il mio amore per il gioco è nato vedendo il sorriso di un bambino, stampato sul volto degli adulti; dal desiderio di essere anche io come uno di loro.

Ognuno con il proprio soprannome, che valeva più di mille curriculum perchè sapeva condensare in una parola sola tutte le misfatte di una vita.

Ognuno con i propri cavalli di battaglia, i colpi vincenti e le debolezze.

I protagonisti romantici di una storia magnifica proprio perchè semplice, ordinaria e quotidiana, ma spolverata con quella dose massiccia di amicizia che rende tutto unico.

Straordinario.

È considerato ordinario avere un migliore amico, eppure il migliore amico mio è straordinario. Ma lo è anche il tuo, il suo ed il loro.

E questo fatto è quindi ordinario o straordinario?

La magia di quelle partite mi è riaffiorata prepotentemente mentre stavo per entrare in campo ad interpretare la scena finale, il pezzo cult, del mio film olimpico.

Sarebbe servito uno sceneggiatore fenomenale ed un regista ancora più bravo di lui, per scrivere e raccontare una storia tanto perfetta quanto quella che andavamo a completare.

Finale olimpica.

Finale olimpica dopo le mie difficoltà.

A Rio.

Contro i brasiliani.

E mi serviva un capolavoro dell'arte drammatica simile per provare a pareggiare l'emozione della sabbia di Fregene, di quel campo mitico dove le leggende del posto mi hanno fatto capire cosa volessi diventare.

Un sognatore.

Poi anche un giocatore.

Ma prima un sognatore.

Ognuno, campione o mestierante, professionista o ciclista della domenica, può scavare nella propria memoria e trovare, molti strati sotto quelle più recenti, le storie che l'hanno fatto innamorare dello sport.

E le prime, intendo proprio le primissime, non riguardano mai i grandi campioni che si vedono in tv, non contemplano i poster giganti da attaccare ai muri della camera, con gli atleti in pose plastiche come gli dei dell'Olimpo.

Le primissime sono sempre polverose, ricche di soprannomi e povere di nomi, ci sono i sassi a far da porta o fili del bucato a far da rete.

In quei ricordi la palla era sempre di qualcun'altro.


Il mio cerchio si chiudeva sulla spiaggia brasiliana.

Ultima pagina di un capitolo, non del libro intero, tratto dal maestoso disegno divino.

Me ne stavo lì, ascoltando l'inno più vibrante che sono in grado di ricordare, esibendo il mio io più cristallino, fatto di magia e sogno in egual misura.

Che poi è come siamo fatti tutti noi esseri umani.

La luna vibrava, tremando impercettibilmente nel cielo brasiliano con una faccia pallida ed emozionata.

Forse lo era per me, mi ha sempre sostenuto, e le ho chiesto di portarmi un po' di fortuna.

Sì, certo: parlavo alla luna, che possiede un'anima come tutto il resto delle cose, delle piante e degli animali.

Sentivo profonda la pace in fondo al trambusto, come se nel mezzo di un maremoto il mio vero io fosse custodito dentro ad una pesante ancora, piantata in fondo al mare, immobile, mentre intorno è il finimondo.

Finimondo festoso.

Essere una delle 2 parti di un 1 non aveva mai raggiunto un livello di riflessione così profondo come negli attimi prima di quella finale.

Non era necessario parlarsi, o comprendere perfettamente come l'altro stesse vivendo la situazione.

Era sufficiente lasciare che la propria proiezione del tutto prendesse vita, serenamente.

Paolo se ne sarebbe preso cura, e così avrei fatto anche io.

E le realtà cominciarono così a moltiplicarsi senza conseguenze.

C'era la mia.

C'era la sua.

E poi c'era la realtà in senso stretto.

Ho scoperto che l'ordinario ha una forma sola, la stessa identica faccia; ma lo straordinario invece no.

Lo straordinario è così potente da potersi esprimere in molte maniere.

Tutte diverse e tutte uguali.

La mia.

La sua.

Straordinarie.

Daniele Lupo

Il giorno della finale non è bastato nemmeno il mio rituale prepartita a far allineare i pianeti e farci vincere.

Prima di ogni partita io mi chiudevo sempre in camera a guardarmi qualche puntata di alcuni dei miei anime preferiti, One Piece su tutti.

Non ad ascoltare musica adrenalinica.

Non a ripassare gli schemi o a riposare.

Gli ultimi istanti prima di giocare li passo a coltivare il bambino dentro di me, a lasciarmi spegnere le preoccupazioni.

Mi faccio cullare dalla bellezza di una storia, e la storia la fanno i dettagli.

Il dettaglio è la storia.

La scalata invece è solo cronaca.

Vedere uno dei miei personaggi preferiti sconfiggere i nemici, lottare trasformandosi anche fisicamente rappresenta una grande metafora di quello che mi attende.

Il momento di eroismo, colorato a tinte scure.

La scena di autoironia con gli effetti sonori più stupidi e divertenti.

Lo sforzo estremo per protendersi oltre quello che si sa già, che si possiede già.

La ricerca di un qualcosa alla fine della strada: una conoscenza, una ragazza, un cattivo nuovo.

Tutto questo e molto altro è disegnato sullo schermo ed è metafora della partita che vedo davanti: l'errore, i miei punti di forza, la svolta nelle difficoltà.

Il lieto fine.

L'anime mi insegna a smussare gli spigoli della mia partita.

Il racconto della mia cavalcata non deve mai dimenticare la giusta leggerezza da mantenere.

Mi aiuta a non smettere di sognare.

Non avrò il braccio gum gum che si allunga a dismisura e raggiunge l'altra metà campo, ma ho i miei superpoteri anche io, che sulla sabbia lasciano scie luminose e vignette rumorose.

E lì hanno anche gli avversari.

Sempre.

È come quando giochi a GTA e poi passeggi in città: per un attimo, per fortuna un attimo soltanto, guardi le auto parcheggiate per scegliere la più fica, visto che basta premere il tasto triangolo per rubarla e correre all'impazzata seminando le gazzelle della polizia americana.

Io voglio vivere in quell'attimo.

Dove la magia, il gioco ed il sogno si fondono con la realtà.

Ci dicono spesso che il sognatore ha i piedi per aria e non concluderà mai nulla.

Ci dicono invece che il visionario è colui che è stato capace di vedere qualche cosa prima che fosse visibile a tutti.

Uno è bravo mentre l'altro, a volte, è solo un fesso.

Un cartone animato contro un manager.

Uno scrittore contro uno scienzato.

Ma tra il sognatore ed il visionario, esiste una sola, piccola differenza: i risultati e quelli li ottineni solo se ti lasci sempre lo spazio di inseguirli col sorriso.

Daniele Lupo

Daniele Lupo / Contributor

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