Edoardo Gori

Edoardo Gori

16 MIN

Fuoco.

Rosso.

Dragoni.

 

È lo stadio più bello di tutti quanti, il più caldo in assoluto.

Ti dimentichi sempre delle temperature che si possono raggiungere in quel pezzo di prato e così ogni anno la sensazione ti colpisce e ti travolge di nuovo.

Come la prima volta.

Tutti dovrebbe andare almeno una volta su quelle tribune, per godersi uno degli spettacoli migliori che si possano vedere sulla faccia della terra.

 

La struttura si innalza nel mezzo del centro cittadino, nel vero cuore pulsante della città.

Una città che cambia il proprio vestito quando giocano i dragoni.

Una marea rossa che invade pacificamente ogni pertugio, ogni pub ed ogni via.

Strade tra le quali mi piace sempre passeggiare nelle ore precedenti alla partita.

 

Sono un osservatore, guardo tutto.

Sempre.

Scruto le persone, fotografo gli angoli che mi restano impressi, i volti.

E quando sono lì non manco mai di farlo, perché nei giorni in cui giocano quelli vestiti di rosso sembra che sia in corso un nuovo, chiassoso, colorato carnevale.

Tutti vestono le maschere, le magliette da gioco, si pitturano il volto ed iniziano a respirare rugby insieme alla loro nazionale come se due polmoni dovessero bastare per tutti quanti.

Sono matti da legare lassù, ma matti buoni, di quel tipo che vorresti sempre avere al tuo fianco perché ti rianimano la giornata.

Anche quella più buia.

 

Quasi 75 mila anime dentro, oltre 200 mila fuori, assiepate nei dintorni dello stadio ad accompagnare con le loro urla che escono dai pub, dai ristoranti e dalle piazze i giocatori che combattono per l’onore di tutti dentro il catino pieno.

 

Anche se l’enorme astronave dove rincorrerai la palla bitorzoluta si trova incastonata in mezzo alle case ed ai monumenti di una città costruita a misura d’uomo, ci si arriva sempre e comunque sull’autobus della squadra.

La polizia locale ti scorta a cavallo, montando delle bestie di incredibile bellezza.

Animali magnifici che superano i due metri al garrese.

Potenti ed eleganti.

 

C’è sempre la gara a chi riesce ad accaparrarsi i posti vicino al finestrino per passare quei 15 minuti di strada osservando le persone che si accalcano sui marciapiedi per vedere l’arrivo degli avversari.

È un momento magico, che ti connette ad un popolo tanto appassionato e che ti carica allo stesso tempo.

 

Un’altra, incredibile, botta adrenalinica ce l’hai all’ingresso sul campo da gioco, prima degli inni.

L’impatto è indescrivibile, le squadre escono correndo in fila indiana passando attraverso due enormi geyser che sparano colonne di fuoco verso il cielo.

Quando ci sfili in mezzo, con lo sguardo perso nel muro rosso di persone che racchiude il rettangolo verde, per un istante senti la pelle bruciare.

 

C’è il rischio di sentirsi persi a volte.

Sembra di essere un girone infernale dantesco.

Edoardo Gori

Poi però, dopo un attimo, mi accorgo sempre che in mezzo a quella lava solida piazzata sulle tribune ci sono delle rassicuranti macchioline azzurre.

Sono italiani.

Tifosi, famiglie.

Persone venute fin lì per farci sentire meno soli.

E quando li vedo non posso ripensare alla prima volta in cui, vestito io di azzurro, mi tremavano un po’ le gambe.

Prima convocazione e primo cap, Firenze, la mia terra.

Si giocava contro gli australiani, diciamo bravi direi!

Ed io non ero certo di meritare quella maglia color del cielo.

Quel giorno mi ero infilato nel cerchio pre-partita degli avanti, il mediano è sempre un ruolo di frontiera, e mi ero stretto a Castro, a Parisse e tutti gli altri per sentire le parole di Ongaro.

Ricordo l’orgoglio di quel momento, la foga, il senso di appartenenza che ho provato.

E come gli 80 minuti poi volarono via.

Ripenso a quel discorso e la marea rossa che mi circonda al Millenium Stadium di Cardiff magari non sparisce, ma si silenzia un attimo.

E va bene così, che poi la partita vola via anche questa volta.

Edoardo Gori

Verde.

Vela.

O’Driscoll.

Mia nonna veniva da queste latitudini.

È per questo una terra che conosco bene, dove sono tornato spesso, a prescindere dagli impegni ufficiali.

Lassù è tutto verde, verdissimo.

E non mi riferisco solo al campo, alle magliette o alle bandiere, ma a tutto-tutto.

Si ha sempre la sensazione di essere circondati, abbracciati da una nuvola verde che acchiappa tutto quello che si muove al suo interno.

Un lucentezza smeraldo così intensa da farla sembrare quasi innaturale.

Il verde, quel verde, a volte mi ricorda la Ghirada, a Treviso e l’impatto che mi regalò il giorno della mia prima visita come giocatore della Benetton.

Uscivo da tre anni di accademia FIR, il mio sogno di diventare un giocatore stava diventando realtà ed io non ci arrivavo esibendo il biglietto da visita che tanto avrei voluto.

Avevo un problema alla spalla, che nel rugby è sempre qualcosa di molto delicato.

Mi ero operato e me ne andavo in giro con il braccio legato al petto per velocizzare il recupero; sarebbe stato un tempo lungo: diversi mesi sicuramente.

Una specie di tortura per chi come me sente sempre il bisogno di fare qualcosa, di riempire la propria giornata di mille impegni.

Ma il verde di quella magnifica struttura, dove si susseguono campi da rugby a perdita d’occhio aveva il potere di rasserenarmi sempre.

Edoardo Gori

Dissipiamo questo ricordo con le mani e torniamo a quello stadio lassù, quello che si trova nella capitale dell’isola tutta-verde. Prima si giocava in un impianto diverso, era gigantesco: aveva persino i posti in piedi.

Un colosso che, per l’amore che hanno per la squadra, riempivano sempre ad ogni partita casalinga.

Quello nuovo è più piccolo ma altrettanto incredibile.

Sembra una nave, con una copertura per il soffitto che ricorda una vela e spinge tutti ad immaginare i giocatori all’interno come dei celti conquistatori che salpano alla volta del mare aperto, in cerca di qualche luogo da depredare.

In questo rettangolo ricordo l’incredibile festa, per loro, e la durissima sconfitta, per noi, che fu l’addio al rugby di quel campione che era Brian O’Driscoll.

Fu un onore anche solo esserci.

Uno dei miei migliori nemici di sempre.

Un’altra cosa unica, ma unica davvero perché la si può vedere solo su un campo da rugby, è una popolazione intera, divisa a metà (che poi proprio metà non è) che canta all’unisono una canzone che la rappresenta tutta, nessuno escluso.

Ireland’s Call.

Solo per la nazionale di rugby.

Unica squadra dove quelli del nord e quelli del sud difendono gli stessi colori.

Nella sua migliore interpretazione: solo all’Aviva Stadium di Dublino.

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Freddezza.

Freddezza, non mi viene in mente molto altro per descrivere il pollaio dei galletti.

È uno stadio che non mi piace: è spento, vecchio, tutto grigio.

Magari lascia questa sensazione nel cuore di un rugbista perché si tratta di uno stadio da calciatori, prestato al nostro sport, che non può che sentirsi ospite.

Sembra sempre di giocare in campo neutro.

Si certo: c’è l’inno. Che è una marcia trionfale che resusciterebbe anche i morti ma non si sente la cultura ovale gocciolare dagli spalti.

Io non percepisco alcuna legacy lì in mezzo.

La città però è una delle mie mete preferite in assoluto: enorme e densa di cultura.

Mille anime che si rincorrono e giocano a nascondino l’una con l’altra ad ogni angolo che giri.

Come se passando da un quartiere all’altro in realtà cambiassi proprio nazione.

Mi piace passeggiarci senza meta (che detto da un rugbista non suona tanto bene).

Ci cammino senza mappa diciamo allora, lasciandomi il gusto di perdermi involontariamente.

Edoardo Gori

Il terzo tempo che organizzano lì resta sempre la cosa migliore della trasferta.

Cambia spesso di location e permette ai cuginastri di mostrare la loro cura del dettaglio.

Particolare molto elegantemente latino, mediterraneo.

Una volta tutta la cerimonia si svolse in una barca che galleggiava placida sulla Senna.

E se ripenso ai miei primissimi terzi tempi, quelli a cui ho partecipato quand’ero solo un bambino, non posso che riflettere su quanto lontano io sia arrivato a suon di mischie, aperture e placcaggi.

Mio padre giocava.

Giocava da sempre.

Io lo osservavo dagli spalti nella mia piccola Prato.

Prato:

Casa.

Famiglia.

Amici.

Dopo le partite ci si spostava tutti nella Club House: i giocatori, le giovanili, le famiglie e gli avversari.

Soprattutto gli avversari.

E per loro si cucinava qualcosa e con loro si cenava bevendo birra e dimenticando le durezze del campo, prima che salissero sulle macchine o sui pulmini e tornassero alle loro, di club houses.

Sempre e comunque, a prescindere da: stagione, partita, risultato e quant’altro.

La Club House, un posto dove sentirsi a casa, non come lo Stade de France di Parigi.

Edoardo Gori

Tradizioni.

Leggenda.

Supponenza.

 

Questo stadio ha un nome che basta il nome.

È un tempio, forse il tempio.

Una cattedrale, forse la cattedrale.

 

Sembra davvero una chiesa gotica, si slancia verso l’alto e riesce quasi a farti dimenticare la sua gigantesca mole.

Ma poi, a mano a mano che ti avvicini inizi a riprendere possesso delle nozioni di tempo e spazio, finendo così con il sentirti sovrastato da quella struttura gigantesca.

 

Sono tante le tradizioni che portano avanti a quelle latitudini, a partire dal thè alle 17. Una delle mie preferite in assoluto è quella che spinge moltissimi tifosi ad accamparsi ogni anno nei prati fuori dallo stadio per trascorrere la notte precedente alla partita tutti insieme.

Bevono, mangiano e cucinano. In attesa del 15 della rosa che dovrà, di lì a poche ore, regolare l’avversario di turno.

 

Quando si arriva allo stadio gli ultimi 200 metri che devi percorrere a piedi per arrivare all’ingresso dello spogliatoio attraversano proprio questa zona verde e si vengono sempre a creare due mura di gente, un corridoio umano di tifosi avversari che ti sospinge verso la bocca dello stadio.

 

Tifosi avversari a destra, tifosi avversari a sinistra.

E tifosi avversari davanti perché di fronte ai tuoi occhi, proprio in prossimità della porta che conduce agli spogliatoi, si innalza una gradinata, dove si assiepano migliaia di persone.

È un vicolo cieco, nel quale passeggio sempre a testa alta, lentamente.

Me ne voglio assaporare ogni passo in quel luogo laicamente sacro.

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Quando metti la testa dentro percepisci immediatamente di trovarti in un posto fuori dal comune.

Un posto da leggenda.

Il corridoio da attraversare per arrivare al locker room è tappezzato da immagini gigantesche che ripercorrono tutta la storia dei Padri fondatori del gioco.

 

Le coppe.

I campioni.

 

Gigantografie a cui non servirebbe neppure la didascalia che hanno il compito di spiegarti bene dove ti trovi.

Vogliono metterti in soggezione.

A noi latini certe cose pesano particolarmente.

Non siamo pragmatici come gli anglosassoni.

 

La storia ci pesa addosso.

A volte è un bene altre è un male.

 

Sugli spalti poi, tutti bianchi ed immacolati anche il pubblico gioca la sua parte.

È cosi competente da sfociare nella supponenza a volte.

Il tifoso inglese capisce il gioco quasi quanto lo fa il giocatore in campo ed il tifo più che un rumore di sottofondo è un commento alla partita.

Una telecronaca spontanea, corale.

 

Uno spettacolo di legacy.

 

C’è però un momento anche su quel campo, come su tutti gli altri campi del Mondo, che è solo mio: l’ingresso in campo nel pre-riscaldamento.

 

Ancora nessuno è sugli spalti.

Provo i tacchetti.

Provo i calci.

Ascolto il silenzio, la calma prima della tempesta.

Quel momento mi riempie di energia sempre, come se mi avessero attaccato ad una presa di corrente.

 

In quegli attimi siamo io e le mie cose, la mia concentrazione, che sia un campo di periferia o Twickenham a Londra, la cattedrale.

Edoardo Gori

Cornamuse.

Orgoglio.

Cannone.

 

Due grosse strutture si guardano nel centro della città: il castello e lo stadio.

Lo stadio è una stupenda bomboniera, ma in effetti di elegante e raffinato ha ben poco, assomiglia piuttosto all’arena gladiatoria degli antichi romani.

Romani che qui ci sono anche arrivati in fin dei conti.

 

Sono un popolo che suda orgoglio.

Sono duri, duri e ancora duri.

 

Quando arrivi allo stadio, come da tradizione, sei costretto a camminare gli ultimi 200 metri prima di infilare la testa dentro il corridoio e sparire dalla vista della gente per un po’.

Ci metto quasi dieci minuti a percorrerli.

 

Ci sono 30 cornamuse che accompagnano i giocatori verso lo stadio con il loro suono stridulo, quasi sacrilego.

Passo dopo passo ti accompagnano in mezzo ai tifosi.

 

È uno strumento unico, mi tocca delle corde profonde.

Delle note che piacciono ed infastidiscono nello stesso momento, roba da pelle d’oca.

 

Ti accolgono così, con tutti gli onori, gonfiando il petto, e non solo per svuotarlo poi dentro le cornamuse ma anche in senso figurato.

 

Dentro il tunnel che conduce al campo a volte mi trovo a riflettere sulla durezza della battaglia che mi aspetta.

E trovo la forza nel ripensare agli scogli più duri che ho superato con questa maglia addosso.

La mia mente torna al mio esordio, quello di prima, quello con gli australiani, quello del discorso di Ongaro.

Ero giovane, giovanissimo e mi sentivo un po’ fuori posto, come se quella maglia non mi appartenesse ancora del tutto.

Ero un giovane ragazzo di Prato.

Ero l’ultimo arrivato a Treviso.

E stavo per esordire contro mostri sacri come Genia e Cooper.

Edoardo Gori

Poi un colpo di cannone.

Non per dire: un vero colpo di cannone.

Lo sparano sempre in Scozia prima dell’ingresso in campo delle squadre.

Il rumore assordante mi riporta con la mente sul presente.

 

Sulla battaglia di oggi, nella quale metterò sul piatto tutto quel che ho, come sempre.

Ci ritroviamo sulla linea dei 15 metri per l’inno davanti ad un popolo intero.

Ognuno dei presenti sugli spalti vorrebbe poter entrare in campo per placcarci.

Sono pur sempre loro i protagonisti di Braveheart.

 

L’inno è l’ultimo, disperato tentativo di incuterti timore prima del calcio d’inizio.

Tornano le potenti cornamuse ed una voce si alza fortissima dallo stadio tutto.

 

Flower of Scotland risuona facendo vibrare gli spalti, o forse sono le mie ossa, che poi è uguale.

 

Poi di colpo la musica si ferma.

Le cornamuse tacciono e tutti i presenti continuano a cantare a cappella.

 

Impossibile non essere attraversati dai brividi.

l’orgoglio fatto canzone, fatto stadio.

Orgoglio fatto sport.

 

Solo a Murrayfield, Edimburgo.

Edoardo Gori

Un po’ di me dentro tanto del 6 Nazioni e dei suoi fantastici stadi.

Edoardo Gori / Contributor

Edoardo Gori

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