Joel Retornaz

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Che il calcio non fosse la mia vocazione fu presto evidente, quando, nella squadretta del paese, mi assegnarono d’ufficio il poco ambito ruolo di secondo portiere. I corsi di tennis andarono un pochino meglio, ma non poi così tanto, mentre invece degli sci, i miei genitori raccontano che, la prima volta che ne infilai un paio, dissi loro che in effetti “camminavo meglio senza”. Leggenda vuole che avessi due anni.

C’era l’equitazione western, di cui ancora oggi sono un nostalgico appassionato dai toni vintage. Quando, di recente, sono tornato a vivere in Svizzera ho dovuto rinunciare a possedere ed addestrare cavalli, ma durante l’adolescenza furono una bella fetta della mia vita, al punto che, dopo aver preso parte a qualche garetta internazionale, finii addirittura in Nord Carolina per tre mesi, ad imparare l’arte direttamente dai migliori cowboy locali.

Joel Retornaz

© WCF World Curling Federation

L’incontro con il curling, che sarebbe diventato il “mio” sport, avvenne invece piuttosto tardi, e la maggior parte del credito va al trasloco che abbiamo fatto quando ero soltanto un bambino.

Da Ginevra a Cembra.

Dalla Svizzera all’Italia.

Dalla grande città ad una comunità di poco più di duemila anime.

I miei primi ricordi sono già legati alla destinazione di quel lungo viaggio, con la mia silhouette smilza intenta a scivolare nel vialetto di casa “nuova”, in equilibrio precario, a bordo del fedele skateboard.

Parlavo già fluentemente due lingue, perché qualsiasi cosa chiedessero i miei genitori, veniva ripetuta sempre due volte, una in italiano e l’altra in francese. Mi adattai piuttosto bene al cambio, o almeno è così che me lo ricordo oggi, visto che l’uomo che sono non mi sembra poi tanto diverso dal bambino che ero.

Sto bene anche da solo e non ricerco molto la socialità, ma quando mi ritrovo in mezzo agli altri sono sempre sicuro nell’affrontarla, nel rispetto del mio carattere e dei miei modi.

Joel Retornaz

Crescendo, lo sport ha sempre fatto parte dell’equazione, in parte per attitudine mia, che non amavo affatto stare sul divano, e in parte perché mamma e papà non volevano che diventassi un ragazzo solitario. E così, tra gli altri, a undici anni, quasi “finalmente” direi, provai il curling, e da qual momento in avanti non mi sono più voltato indietro.

In principio non fu esattamente una passione, ma piuttosto una cosa divertente che mi piaceva fare, e in cui il caso, la fortuna e il talento hanno deciso che avrei dovuto investire molto di più di quello che avevo immaginato in partenza.

Era il 1994, e in Italia a giocare eravamo veramente in pochi; in più, io, ho dimostrato subito di avere tutte le qualità fondamentali per diventare bravo in fretta: precisione, freddezza, lucidità mentale e una naturale propensione a controllare tutto e a dirigere gli altri.

Lo sport, di per sé, ha un fascino senza tempo, che rimane immutato, identico a quello dei padri fondatori, anche se nella sua evoluzione tecnico-tattica, tutto cambia stagione dopo stagione. È un gioco caldo, a prescindere dalle rigide temperature invernali, perché l’orecchio di chi guarda è sempre vicino alla bocca di chi sta giocando, ed è facile immedesimarsi nei pensieri e nelle riflessioni strategiche degli atleti che sono in campo. Sembra accessibile, intuitivo, persino semplice, senza che ai giocatori venga neppure chiesto di mettere un pattino per scivolare sul ghiaccio.

È uno sport che, in realtà, pochi possono fare ad alto livello, ma in cui tutti si sentono facilmente rappresentati.

Joel Retornaz

Sono entrato prestissimo in nazionale e non ne sono più uscito, felice com’ero di toccare con mano il panorama internazionale, in pratica fin dal giorno dei miei inizi. Girare il Mondo, viaggiare tanto, vivere il livello più alto che ci sia: tutto questo ha contribuito a farmi sentire la persona giusta al posto giusto, continuando su una strada che, poco alla volta, veniva abbandonata da tutti coloro che avevano iniziato insieme a me.

Vinte anche le ultime resistenze da cowboy, che hanno vissuto il loro canto del cigno proprio nei tre mesi di vacanza americana, mi sono dedicato interamente al curling anche se all’epoca, quando sono diventato maggiorenne io, non esisteva ancora la possibilità di farne sul serio un mestiere.

Tesserato Fiamme Oro, ma non arruolato, il che ha sempre voluto dire fare il giocoliere tra lo studio, il lavoro e lo sport, nonostante in palio ci fossero traguardi importanti, come gli Europei, i Mondiali o addirittura i Giochi Olimpici. Mi sono rimboccato le maniche nell’azienda di famiglia, iniziando molto presto e saltando il College, proprio come aveva fatto papà, che è solito chiamare la vita vissuta “l’università del campo”.

Ho avuto la fortuna di avere due genitori comprensivi, pronti a sostenermi e a concedermi giorni di ferie in più per allenarmi e per inseguire i miei sogni sportivi. Una premura senza la quale non avrei certo potuto sognare in grande.

E, nello sport, non c’è niente di più grande dei Cinque Cerchi.


A Torino 2006 siamo arrivati da perfetti sconosciuti, e siamo andati via da eroi nazional-popolari. Abbiamo letteralmente bucato lo share, portando per la prima volta il nostro sport nelle case degli italiani.

Mi sono ritrovato in un posto che non conoscevo, forte di una qualificazione ottenuta d’ufficio e con sulle spalle il peso di un capitanato precoce.

Le Olimpiadi in casa: tutto era grande, tutto era importante, ed essere riusciti a fare qualcosa di buono per il nostro movimento ci ha lasciato addosso una consapevolezza nuova.

Io avevo soltanto 22 anni, mentre il vice-capitano invece ne aveva 46, e sul ghiaccio, sportivamente parlando, prendeva ordini da me. È servita tutta la leggerezza e forse l’incoscienza della gioventù per non venire schiacciato dal meccanismo che le nostre stesse performance avevano messo in moto.

La gente ci fermava per strada, chiedendoci gli autografi, e a Giochi conclusi siamo finiti persino sul palco di Sanremo, la cosa più pop che esista in Italia, e che è forse il solo appuntamento ad avere effettivamente più spettatori delle Olimpiadi.

Anche se la mia preferita in assoluto è stata la sfilata del carnevale veneziano, dove più di qualche gruppetto di persone aveva deciso di travestirsi da nazionale italiana di curling, con tanto di stone, scope e nomi sulle maglie.

Joel Retornaz

Nei sedici anni successivi, fino a Pechino 2022, sono rimasto attaccato al gioco, in un percorso lungo quasi due decenni, al quale mi sento di sommare anche quello che lo ha preceduto. Fatta eccezione per due soli momenti, tre mesi nel 2011 e sette nel 2013, in cui lavoro e studio mi hanno portato in oriente, prima a Honk Kong e poi a Shangai, non ho mai smesso di regolare il mio orologio biologico e spirituale sul curling e sui suoi appuntamenti più importanti.

Conoscere nuove culture e sperimentare il sapore di una vita altrove è sempre stata un’esigenza forte, ma, alla fine, si è sempre piegata all’amore per il ghiaccio.

Dal 1994 al 2022, è un’era glaciale intera, durante la quale sono riuscito a mantenere intatto, se non ad aumentare, il livello del mio gioco, e di questo vado molto fiero. Rimanere lì, insieme ai migliori, per un arco di tempo così ampio, mentre si alzava il livello di ogni cosa, dagli avversari alle competenze tecniche, ha richiesto un’enorme stabilità emotiva e mentale. Un equilibrio che si rimodula giorno dopo giorno, risolvendo i conflitti quotidiani con mente aperta, cosciente che cambiare significa crescere.

In Cina, a 38 anni suonati, ho vissuto i Giochi con un approccio diverso, attento a cogliere tutte le cose che, in passato, non mi davo il tempo di cogliere.

Ho cercato di essere meno passeggero del momento, e di farmi garante delle mie stesse emozioni. Il tempo che scorre da maggiore valore ai traguardi raggiunti, che sono ogni volta la chiusura di un capitolo e l’inizio di una ricerca nuova.

In tanti mi chiedono quando smetterò e se vedo nel mio futuro una partecipazione alle Olimpiadi del 2026 che, a vent’anni da Torino, chiuderebbero un cerchio di cabalistica perfezione numerica.

L’anniversario pieno sarebbe davvero un’idea romantica, sulla carta, ma nel percorso che ci separa dal festeggiarlo potrebbe succedere qualsiasi cosa, persino che io non mi diverta più nel giocare a curling.

Difficile da prevedere, anche se io mi sentirei di scommettere sull’esito contrario, perché se dopo tante stagioni sono ancora qui a fare sacrifici per lo sport, è improbabile che la passione si esaurisca nel prossimo futuro.

Quel che è certo è che questo sport mi ha dato tanto, e provare a restituirgli qualcosa in casa, per una seconda volta, sarebbe un bel modo per ripagarlo.

Joel Retornaz / Contributor

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