Igor Cassina

10 MIN

Mi preparo ad eseguire il mio movimento, il movimento Cassina.
A questa sequenza il ginnasta deve arrivare dopo due granvolte nelle quali si dà lo slancio per la fase di volo, che sarà lunga e pericolosa.

Ed è in quel momento che ci si stacca dalla sbarra per effettuare una rotazione di circa 450° intorno all'asse trasversale della stessa: in pratica un salto mortale con il corpo teso, compiendo nello stesso tempo un'altra rotazione di 360° sull'asse longitudinale, cioè un’avvitamento.
È un movimento complesso, talmente unico da essere mio, sarà mio per sempre e per chiunque vorrà mai riproporlo in futuro.

Lo eseguo alla grande.

Proseguo la granvolta con naturale fluidità e riesco ad impostare il terzo salto di sbarra.

È un doppio salto raccolto con un avvitamento, lo aggredisco con estrema convinzione e padronanza.

igor cassina

Sento la tensione adrenalica trasformarsi lentamente in gioia, secondo dopo secondo, la parte più complessa dell'esercizio l'ho eseguita molto bene.

Lo so io.

Lo sanno i giudici.

Lo sa tutta l’arena.

In maniera attenta e concentrata eseguo un elemento con una mano sola, sono disinvolto, sono a mio agio con l'attrezzo.

 

igor cassina

Atene, 23 Agosto 2004, un caldo infernale dentro e fuori l’arena: è il giorno della finale Olimpica alla Sbarra.

Si uno degli attrezzi piu' insidiosi e rischiosi della ginnastica artistica.

Posso definirlo come uno dei giorni più importanti della mia carriera sportiva, uno dei giorni che ha maggiormente segnato la mia crescita personale come uomo.

Prima di presentarmi alla giuria sistemo i miei fedeli paracalli, li slaccio e li riallaccio come di consuetudine: un rito che si ripete sempre identico.

Scaramanzie, rituali, gesti che isolano l’atleta e lo riportano istantaneamente allo stato mentale di assoluta e perfetta concentrazione nel quale vive e lavora ogni giorno.
Ci si ancora a certi gesti.

Mettere la magnesia, come faccio accuratamente in ogni gara da anni, fa evaporare un po’ di quella tensione che, devo ammettere, cominciavo a sentire.

Nel momento in cui mi viene dato il via dai giudici mi presento loro alzando il braccio, in segno di saluto, uno dei formalismi rimasti nel mondo cavalleresco di cui faccio parte.

Mi avvicino alla sbarra accompagnato dal mio allenatore e scattano gli automatismi giusti, afferro l'attrezzo, prendo un po' di slancio e acquisto velocità con due granvolte che mi fanno eseguire il primo salto di sbarra, il Kovacs teso (un doppio salto mortale sopra l'attrezzo) lo eseguo molto, molto bene.

È il momento del Cassina.

igor cassina
igor cassina

Ho già visto tutto questo, io l’ho già vissuto.

Le ore di ossessiva ripetizione del gesto in palestra, l’allenamento portato all’estremo, ecco che torna tutto, esattamente così come lo abbiamo programmato.

Proseguo con uno stalder, un volo a gambe divaricate che mi porta all'elemento che precede l'uscita: il giro adler alla verticale con grande naturalezza mi accompagna alle granvolte che mi danno la giusta velocità per preparare la fase finale, mi rendo realmente conto che sto riuscendo nella grande impresa.

Eseguo il doppio salto teso con 2 avvitamenti ed a stento riesco a trattenere un sorriso che si allarga sul mio volto.

L'arrivo è ottimo e ho un grande controllo nel momento in cui i piedi prendono contatto sui tappeti.

Esulto portando le braccia al cielo, i pugni chiusi, duri come quelli di un pugile.

Igor Cassina

Igor Cassina

Gli sguardi della Giuria sono quasi stupiti per l'esercizio impeccabile che hanno appena valutato, ma io cerco altri 4 occhi tra tutti quelli presenti nell’arena.

Sono i 4 occhi meno stupiti, perché sono occhi che mi conoscono bene.

Papà Carlo e Mamma Tiziana sono immobili tra gli spettatori, quasi più elettrizzati di me.

Questo è il momento nel momento, la magia nella magia.

Vengo travolto dall’abbraccio del mio allenatore e del fisioterapista.

All’improvviso il ghiaccio che avvolgeva la scena si scioglie completamente ed io esco dalla trance agonistica, sento il trambusto: tutto questo trambusto.


La possibilità di vincere la medaglia d'oro c'è, aspetto il verdetto della Giuria con lo sguardo leggermente basso perché non voglio vedere dei numeri.

Voglio capire in base agli applausi del pubblico e alla gioia dell'allenatore qual'è il punteggio.

Io voglio che sia il boato ad assegnarmi una medaglia.

Eccolo, il boato.

Poi il punteggio: 9.812

La gara è conclusa da un po’ e me ne sto a metà tra l’incredulo e il sognante ai piedi del podio.

Al mio fianco Yoneda, il giapponese e Hamm, americano.

Non riesco a credere che di lì a poco sarò chiamato per ricevere la medaglia d'oro, me lo ripeto continuamente in testa, ma ci sono riuscito veramente?

Me ne sto lì con l’alloro sulla testa e la medaglia al collo, i brividi che hanno iniziato a scorrermi addosso durante l’inno.

Igor Cassina

Neppure me ne accorgo ma la mia mano premuta sul cuore è forte e dura come non mai, ne risulta una postura a spalle larghe, larghissime.

Mi sento un gigante.

Il Re d’Olimpia.

Come tutto sia cambiato dopo quella gara è quasi indescrivibile.

L’attenzione globale, una miriade di persone nuove che volevano incontrarmi, fare una foto o avere un autografo; camminare per strada o essere in macchina e non passare inosservato è stato veramente impattante dentro di me.

Io ero sempre lo stesso e facevo sempre le stesse cose ma, da un giorno all’altro, il mondo intero intorno a me si era capovolto.

La percezione che ha la gente di te e della tua fatica quotidiana cambia all'improvviso; tutti che ti vogliono, il telefono che squilla costantemente, la televisione, la stampa e le interviste.

Igor Cassina

Al mondo serve una medaglia a volte per capire l’abnegazione e il dolore che stanno dietro una vita così dura da essere quasi monastica.

Nulla di tutto questo avrebbe mai potuto cambiare la persona che sono, ma è impossibile negare che mi abbia affascinato tantissimo questa nuova prospettiva perché la riconoscenza delle persone mi ha dato molto di più di quanto le fatiche e le rinunce quotidiane potessero mai avermi tolto.

Impagabile vedere negli occhi di un bambino, di un adolescente, di un adulto o di un anziano (è uguale!) il desiderio di conoscermi e di farmi delle domande come se fossi venuto veramente dallo spazio.

Ricordo la prima onorificenza ricevuta, quella di Commendatore della Repubblica riconosciutami da Ciampi insieme a tutti gli altri medagliati di Atene, al ritorno dalla spedizione.

Un gruppo di uomini e donne muscolosi, atletici, ossessionati dai numeri e dagli allenamenti, che hanno donato la loro adolescenza e anche la loro infanzia al proprio sport.

Tutti insieme, ubriachi di gioia nelle polverose e ingessate stanze della politica italiana.

La Repubblica ringraziava noi.

Indescrivibile.

Igor Cassina

Come sostiene lo zio di spiderman: da grandi poteri derivano grandi responsabilità e questa medaglia, con la sua visibilità mi ha permesso a fare di più per gli altri.

Sono sono diventato testimonial AVIS e ADMO in maniera attiva e mi sono speso nel tentativo di essere di aiuto a chi soffre costantemente.

Io ringrazio quotidianamente quel bellissimo risultato di Atene che mi ha fatto scoprire quanto bisogna essere grati alla vita e a ciò che ci dona, grati a chi ti ha sostenuto ed aiutato a raggiungere i tuoi obiettivi.

Grato infine a chi ti invita ad essere un buon esempio.

A 27 anni ho realizzato un sogno cullato nei precedenti 26, ma in verità io lo sto ancora vivendo: nelle scuole, negli oratori, nel cuore di chi parla con me di sport e di vita.

Igor Cassinai / Contributor

Igor Cassina

La fatica non è soltanto uomo, la fatica è anche donna. Ma prima di essere uomo oppure donna la fatica è sorriso. Ho scelto uno sport di grandissima fatica come lo sci di fondo ed il rapporto con essa è stato tanto intimo da essere diventato il mio metro di giudizio di qualunque cosa nella vita: per essere meritevole qualcosa deve costare fatica. La fatica è un paradigma del fare, per potere così poi ottenere.

La libertà è ovviamente la condizione di poter scegliere, ma è anche una costruzione. Si può parlare di pura libertà solo quando fare ciò che vuoi, seguendo quindi l’istinto di ciò che è dentro di te, ti corrisponde appieno. Per questo, per essere liberi bisogna possedere una conoscenza istintiva della propria identità. Conoscersi, comprendersi, accettarsi, amarsi, e poi poter scegliere autonomamente: questo significa essere liberi.

La consapevolezza di essere donna deve essere guadagnata. Esistono aspetti positivi e negativi dell’essere donna nell’immaginario collettivo. Donna è femminilità, maternità, bellezza. Ma donna è anche lottare per fare ciò che più aggrada contro gli stereotipi della società contemporanea. La fermezza di volersi esprimere liberamente. L’orgoglio di essere donna. La consapevolezza di essere prima di tutto una persona. Questo rende vere donne.

Quando facevamo competizioni internazionali molto spesso ci confrontavamo con atlete che arrivavano dai paesi provenienti dall’ex blocco sovietico. Esprimevano con i loro gesti la sofferenza che provavano: l’obbligo ad uniformarsi una con l’altra, il divieto di mostrare sé stesse pienamente e di esprimere la propria personalità. Per me la sofferenza nasce dalla discriminazione. Lo sport ha il compito di veicolare precisi valori di uguaglianza e rispetto che devono essere parte della retorica non solo di chi lo pratica ma anche di chi lo osserva, lo commenta e lo ama. Le violenze verbali, le violenze nascoste, le discriminazioni latenti sono sofferenze enormi, non sempre visibili a occhio nudo ma così profonde da forgiare il carattere. Soprattutto nei più piccoli. Mai discriminare: né per genere, né per abilità, né per simpatia, mai.

Il cuore è il motore di tutto. Tutto si origina dal cuore, rappresenta la tua più profonda intimità. La sola mente, il solo corpo non bastano, qualunque sia il risultato da voler ottenere: nello sport, nella società, sul lavoro, nella genitorialità. Il gesto fatto con il cuore ha in sé una potenza immensa, capace di restituire equilibrio nell’universo, perché produce effetti lunghi e duraturi.

L’amore è un sentimento propositivo. Se non ami nello sport non vai da nessuna parte. L’amore è ciò che trasforma la sofferenza in sorriso. Si tratta di un sentimento molto difficile da gestire ma incredibilmente potente. Crea un piccolo motorino interno, una propulsione aggiuntiva che ti permette di sentirti più forte perché guardiano di un fuoco inviolabile. Nell’amore tutte le cellule del tuo corpo si liberano, respirano, e puoi esprimere il massimo delle tue potenzialità.

Il mio biglietto da visita, il marchio di fabbrica. Esternazione di ciò che hai dentro, se ce l’hai, e coinvolge non solo le labbra, si sorride soprattutto con gli occhi. Si comunica una sensazione di benessere che diventa contagiosa e propaga energia intorno a sé. Genera un processo benefico di guarigione, andando a aiutarci nel quotidiano, a prescindere dal successo finale.

Scalato nel 2003 è stato il mio sogno, un regalo di Dio. La salita è stato un privilegiato percorso di purificazione. L’aria rarefatta, le visioni e lo smarrimento. Ma anche la bellezza della natura e la maestosità delle montagne. Ci si sente perduti. Allo stesso tempo minuscole particelle insignificanti ed ingranaggio vitale di un magnifico progetto divino chiamato vita. Sentire questo è una grande lezione di umiltà, anche se, come dico sempre, il vero Everest è tornare a casa e mantenere questo umile stupore anche quando si è immersi nelle problematiche di tutti i giorni. Ognuno deve cercare il proprio Everest, la propria sfida che cambi la visione del mondo.

L’impegno è un dovere. L’impegno è ciò che ognuno di noi deve restituire in cambio di ciò che nella sua vita ha ricevuto. È una forma profonda di rispetto verso l’universo. Nel mio caso: impegno nella politica, nella fede, verso le donne. Vivere il mondo in questo modo non sempre è una passeggiata, anzi: impegnarsi significa anche sfidarsi e non accontentarsi delle cose semplici. Il manuale della vita non esiste e non è importante fare tutto in un tempo determinato dalla società: io mi sono laureata quest’estate! Ma è importante ridare sempre al mondo un’impegno degno dei doni che abbiamo ricevuto.

Non importa quali siano state le esperienze che ci hanno formato, bisogna sempre e comunque usarle per offrire agli altri la propria conoscenza. Tra le mura domestiche, in classe, nello spogliatoio, condividere il proprio bagaglio umano e sportivo è fondamentale. Arricchisce gli altri perché regala loro una prospettiva nuova e li sprona a fare altrettanto con te. Il mondo dello sport forgia il carattere molto profondamente e diventa paradigma per tutto il mondo del lavoro. Ho iniziato tanti anni fa a raccontare la mia esperienza nelle conferenze aziendali, affiancata dal team di Luciano Sabadin, nell’intima convinzione di avere molto da raccontare. Soprattutto ai più giovani. Una collaborazione nata per poter dare alle donne una voce in cui riconoscersi appieno, oggi è diventata parte integrante del mio impegno per gli altri. Non importa chi vi stia ascoltando, e con quanta attenzione lo faccia; se credete fermamente nei valori che volete trasmettere fatelo, sempre! Tra amici, in famiglia, sul posto di lavoro. Condivisione è empatia.

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