Lisa Vittozzi

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Mi incazzo spesso con me stessa.

Mi incazzo perché la continua ricerca della cose che non vanno è il mio più grande difetto e, molto spesso, alla fine, mi rendo conto che il pelo nell’uovo ce l’ho messo io. Non apposta magari, ma ce l’ho messo io.

Durante la stagione, il momento di felicità è fugace come quando incroci qualcuno che indossa un buon profumo, ma che cammina in direzione opposta alla tua.

Lo senti, quasi ti stupisce, provi a fermarti ma non fai neppure in tempo a capire perché ti piace, che lui, o lei, è già lontano e quella sensazione si è sciolta nell’aria.

Lisa Vittozzi

Quando mi fanno i complimenti, non so mai cosa rispondere.

“Grazie. Grazie. Grazie.” dico.

Ma non mi dispiacerebbe schioccare le dita e sparire, in quei momenti, per ritrovarmi altrove, lontana. Piccola.

Non mi dispiacerebbe tornare nel “mio” per sentire di nuovo addosso l’umiltà che ho sentito per tutta la vita. Quella che mi definisce.

Quella che avevo dentro anche da bambina.

Lisa Vittozzi

Sono cresciuta girovagando nell’albergo dei nonni, come gran parte dei miei fratelli e dei miei cugini. Una famiglia grande, sempre in movimento, come un piccolo branco di lupi, dove ognuno è capacissimo di stare per i fatti suoi, anche se siamo sempre insieme.

A me piacevano il nuoto e il tennis, che erano molto più belli della scuola.

E soprattutto, a me, piaceva da morire il calcio.

Su dai prati, giù dai prati: giocavo giorno e notte, sbucciandomi le ginocchia e, cosa ben più grave, macchiando di erba i pantaloni, che l’erba non va più via, per la gioia della mamma.

Alle altre ragazze il pallone non piaceva più di tanto e allora io giocavo soltanto con i maschi, che sono più competitivi, che sono meno permalosi, e che mi hanno sempre trattato come una di loro.

Lisa Vittozzi

Come binari paralleli che fanno, per forza o per amore, la stessa medesima strada, il mio mondo si è diviso in due metà inesatte.

Da un lato lo sport e dall’altra casa, la famiglia.

Io.

Che poi io, in realtà, a quei binari mi trovo proprio in mezzo, come a vivere due vite al prezzo di una. Metafora perfetta anche dello sport che mi sono scelta, in cui far bene una cosa sola significa non far bene niente.

In casa, il fatto che crescendo abbia iniziato a fare sport ad altissimo livello è sempre stato tanto importante quanto senza significato.

Tanto bello quanto completamente inutile.

Sono sempre stata libera di divertirmi, di fare le mie scelte, di provare, senza che nessuno si sentisse in diritto, oppure sentisse il bisogno di consigliarmi qualcosa.

E alla fine di ogni gara, loro erano lì, a sostenermi, a prescindere dal risultato.

Lisa Vittozzi

Che fossi sul podio o in ginocchio come un pugile suonato, al mio angolo c’era sempre la mia famiglia. C’era mia mamma.

C’era mio nonno, che ha sempre scrollato via il peso dei chilometri e la fatica della vecchiaia per il desiderio, puro e semplice, di essere un nonno.

Un nonno per davvero.

Orgoglioso e di parte, come tutti i nonni del mondo.

La felicità dell’appartenenza, dell’essere parte di qualcosa di più grande.

Qualcosa che non si rompe e che non si perde, neppure se ci provi.

Qualcosa che sopravvive ai tuoi fallimenti, che sopravvive ai tuoi successi.

Che sopravvive a te.

Lisa Vittozzi

Lo sport ha un contorno.

Un codazzo di uomini e donne che anche non centrando con esso, lo modellano, lo incartano.

Lo modificano.

Sponsor, tifosi, giornalisti.

Soprattutto giornalisti.

Persone che fanno soltanto il loro lavoro, ma che nel fare il loro lavoro, spesso, scavano alla ricerca del cadavere, della nota stonata, della risposta che stai cercando anche tu.

Io ho avuto due anni di totale black-out.

E la gente me ne ha dette di tutti i colori.

Sono cose che ti segnano, che non riesci a dimenticare, e ti restano addosso come un giudizio affrettato.

Ho sentito un grande malessere nel vivere lo sport.

Non ero più soddisfatta, dubitavo delle mie capacità, non riuscivo più a riconoscermi.

Ho avuto degli attacchi di panico, che se ci ripenso adesso mi vengono i brividi, come uno schiacciamento del petto. Come se fossi troppo tesa e ti dimenticassi di respirare.

Batosta dopo batosta, avrei potuto mollare.

Prendermi del tempo.

Chiudermi.

Ma qualcosa mi diceva che non sarebbe stato giusto, che era meglio soffrire fino alla fine. Toccare il fondo.

E quando poi l’ho toccato, a Pechino, ho sentito come un campanellino risuonarmi nella testa: più giù non puoi andare, puoi soltanto cancellare tutto.

Lisa Vittozzi

Sembra stupido ma non lo è.

Perché l’improvvisa consapevolezza che il mondo non era finito, che potevo davvero ripartire da capo, mi ha dato forza ed energia.

Sono state stagioni dure, in cui mi è successo anche di sentirmi sola.

Pur stando bene con me stessa, pur essendo capace di isolarmi per trovare i miei equilibri, a volte, mi sono comunque sentita sola.

I compagni sono più che conoscenti, perché con loro condividi il dolore, e quello non vale poco. Ma sono anche meno di amici, e non ti puoi sempre confidare, specie se, come me, ti fidi poco in generale.

E nei mesi più difficili, mi ha sempre dato conforto tornare a casa, e ritrovare ogni volta esattamente quel che avevo lasciato: una famiglia grande, a cui importava di Lisa, e di nient’altro.

Un posto dove quando capita che mi incazzi vengo fatta ragionare, e un posto dove il mio mestiere è soltanto un mestiere. Qualcosa di bello e di divertente, e anche di ammirevole, ma che non ha il potere di definirmi.

Lisa Vittozzi

Così è nata questa stagione, nella forza di chi mi conosce da sempre e nella scoperta nuova che quando tutto crolla, c’è sempre e comunque un modo per ricostruirlo da capo. E che il modo migliore di farlo è affidarsi a chi conosce davvero le tue fondamenta, perché è sempre stato qui.

Qui con me.

Quest’anno mi sono sentita felice, pienamente realizzata, e non ho fatto nulla per nascondere le emozioni, anche quando una parte di me, la solita, non avrebbe voluto darsi il tempo di festeggiare qualcosa.

Anche se continuo a non saper bene cosa rispondere quando mi fanno i complimenti, oggi sono più forte di ieri, e lo sono perché ho capito che le cose che contano non sono mai state spostate.

E mai dovranno esserlo.

Lisa Vittozzi / Contributor

Lisa Vittozzi