Lotte Kopecky

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Sono sempre stata innamorata dei miei fratelli.

Sempre innamorata di mia mamma.

E sempre innamorata di mio papà.

Anche quando hanno deciso di non vivere più insieme.

 

Ero piccola quando i miei genitori hanno divorziato, ma non ho ricordi negativi di quel periodo. Fu tutto molto normale.

Fu tutto logico.

Come la conseguenza di un amore che finisce, quello tra loro.

E di uno che non potrebbe finire mai, quello verso i figli.

Ne sono molto grata.

Sono stata fortunata.

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Non ho tante immagini della mia infanzia, ma sono quasi tutte felici, che fossero con la mamma o con il papà, oppure, più probabilmente, in una lotta contro i miei fratelli, visto che io ero quella di mezzo e finivo nei guai ogni volta.

Eravamo competitivi, e lo siamo stati per tutta la nostra adolescenza.

Competitivi e indipendenti, capaci di prenderci presto le nostre responsabilità.

Spesso ci trovavamo in casa da soli, fin da piccoli, perché mamma doveva lavorare tanto per mantenere la famiglia.

Ora che la guardo con gli occhi da adulta, non deve essere stato facile, per lei.

Ma almeno noi abbiamo imparato a cucinare, a rassettare, a prenderci cura l’uno dell’altro.

Tutte cose della cui importanza, forse, non mi sono accorta subito, ma che mi tornano utili oggi, che affronto la solitudine del mio mestiere.

 

Perché viaggiare è bellissimo, certo, ma quando lo fai per il ciclismo, del Mondo vedi davvero molto poco.

Aeroporti.

Palestre.

Qualche albergo.

E strade. Tante strade.

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Un’infinità di bandierine che puoi attaccare fieramente sul tuo mappamondo, dalla Colombia alla Nuova Zelanda, ma poche cose che senti davvero tue.

Poche esperienze che ti facciano sentire connessa al luogo in cui ti trovi.

Poche possibilità di esplorare te stessa attraverso gli altri, e le loro culture.

Forse è stato anche questo, in parte, ad avermi reso una persona introversa.

In fondo, non sai mai quale sia lo scopo finale di chi ti chiede qualcosa.

Non sai perché dovresti davvero dire qualcosa di te.

Da piccola ero un uragano, sempre in movimento, sempre pronta a sfidare i maschi, soprattutto all’inizio. Ero rumorosa, sorridente.

Aperta.

Poi però questa vita mi ha spinto a chiudermi un po’, a impedire agli altri di vedere chi sono davvero, di avere accesso ai miei pensieri più profondi.

Ed è soltanto adesso, in questi ultimi anni, che il processo si sta lentamente invertendo di nuovo, e che riesco a mostrare all’esterno la vera Lotte.

Quella simpatica e leggera.

Quella che si mostra un po’ di più.

Che trova la voglia o la forza di parlare.

Forse il viaggio, questo andare e tornare, dentro e fuori, ha un prezzo da pagare.

Un prezzo in chilometri, e un prezzo in consapevolezza.

E io ho finito adesso di saldare il mio debito.

Quando ho iniziato a pedalare, anche in quel caso, l’ho fatto per seguire le orme di mio fratello. Niente di più e niente di meno.

Non mi piaceva l’allenamento, ma adoravo le gare.

La competizione mi dava una grande scarica di adrenalina.

La mia mente saltava impaziente da un weekend all’altro, in attesa della prossima gara, della prossima sfida.

È stato soltanto più tardi che ho capito che cosa significasse avere disciplina.

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A me, all’epoca, bastava gareggiare.

Mi bastava sentirmi parte del gruppo.

E non importa se non vincevo mai, contro i ragazzi, perché la sola cosa davvero importante era sentirmi una di loro. Vedere che anche se ero una ragazza, facevo il mio turno in testa, a tirare il gruppo.

È il senso di appartenenza ad avermi fatto innamorare del ciclismo.

Quel senso di obiettivi individuali e, allo stesso tempo, di sofferenza collettiva, dove la fatica ti rende fratello e sorella di tutti.

Poi sono andata in collegio, un collegio sportivo, dedicato ai ciclisti, e il livello ha iniziato ad alzarsi, e i risultati ad arrivare, nonostante ci fossero solo tre ragazze in tutto l’istituto.

Eravamo delle pioniere, certo.

Soprattutto se penso ai passi avanti che sono stati fatti in questi 10 anni.

Ma eravamo anche delle semplici ragazze, con tutto il diritto di vivere il percorso a modo nostro, e con i maschi come unico metro di paragone.

Una strada che avevano fatto in poche, prima di me.

E una strada che non sapevo neppure se sarei stata in grado di imboccare davvero, prima che il governo mi mettesse sotto contratto, a 18 anni, dandomi la possibilità di fare del ciclismo un mestiere.

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Chissà se è proprio la natura del percorso a motivarmi di più oggi.

Chissà se è proprio perché sono stata tra le prime, proprio perché è stato incerto, proprio perché è dipeso anche da forze più grandi di me, chissà se è per tutte queste ragioni che la mia motivazione principale è il non voler fallire.

Chissà se è per questo che sento sollievo, prima di tutto, quando ottengo un grande risultato.

Certo, poi c’è la felicità, quella arriva.

Personale, familiare, di squadra.

Da valore ai sacrifici.

Ma il motore principale è quel profondo senso d’urgenza, quella responsabilità che sento, verso il movimento, verso il passato, verso il Paese, verso la bimba che sono stata, verso le altre come me, e verso le atlete del futuro.

A volte fa venire le vertigini.

Allora smetto di pensarci. E mi rimetto in bici, mi butto sulla strada.

In attesa che un giorno, forse, quando deciderò di smettere, io mi possa sedere e mettere tutto in prospettiva.

E capire davvero che cosa ha lasciato il ciclismo, a me e alle altre, medaglie a parte.

Lotte Kopecky / Contributor

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