Ryan Cochran-Siegle

9 MIN

La maggior parte dei miei ricordi è legata alla famiglia, al Vermont, la radici.

Le montagne, la neve, il fuoco.

Il vecchio impianto, costruito da mio nonno Mickey, decine di anni fa.

È stato un atleta.

Poi un soldato, sul campo di battaglia in Europa durante la Seconda Guerra Mondiale contro i nazisti.

Poi un ingegnere, che partendo dal vecchio motore di una macchina ha costruito il primo impianto di risalita della nostra lunga storia.

E infine un allenatore, un grande allenatore, capace di portare tutti e 4 i suoi figli fino a rappresentare gli Stati Uniti d’America nel Mondo.

 

È una sensazione strana, parlarne adesso, un misto di ovvietà e di grandi scoperte, cose sempre nuove, che cambiano al pensarle, nonostante io le conosca da sempre.

So di conoscerle da sempre.

Immagini.

Pensieri banali, quasi scontati, forse persino sacri, e in quanto sacri intoccabili, scolpiti nella pietra, e impossibili da cambiare. Nè ora né mai.

Eppure, allo stesso tempo, però sono anche sensazioni completamente diverse da quel che si potrebbe immaginare. Pervase da un senso di dolcezza, di condivisione, più che dall’aura epica di un racconto mitologico.

Una sensazione tiepida di semplicità.

Ecco, di semplicità.

A volte parlare delle mie origini, che sono evidentemente larger than life, più materiale da film o da serie tv che da vita vera, rende difficile trasmettere davvero agli altri quello che ho provato io, giorno per giorno, crescendo in un ambiente così.

Ryan Cochran-Siegle

Nonno è morto che io ero piccolo, ma nonna Ginny (Mimi, come la chiamavamo noi nipoti) è stata il centro di tutta la vita familiare, vera matriarca, nell’anima e nel corpo.

Nello spirito e nel quotidiano, per ognuno di noi.

Una generazione alla volta.

Ricordo la loro grande casa di Richmond, e di come mia mamma, i miei zii e i miei cugini la vivessero sempre come se fosse anche loro.

Era come se ci appartenesse, nel profondo.

La più tradizionale delle Vermont’s life, vissuta all’aperto, nel selvaggio mondo dei bambini di montagna, coraggiosi quasi all’incoscienza, con più idee che tempo per realizzarle, con tante domande e nessun tempo per aspettare le risposte.

I mesi più freddi passati a pescare facendo le buche sul lago ghiacciato.

Le estati a correre nei prati.

Io giochi, le discussioni, i sogni di futuro.

Vivendo dentro il giardino della natura, ospiti suoi.

Come quando con mia mamma e mia sorella, rientrando tardi in macchina, trovammo il vialetto di casa occupato da un cervo, che ci osservava.

Lui guardava noi e noi guardavamo lui.

Incantati dalla sua bellezza e insicuri su chi fosse, alla fine, il padrone di quella terra.

Ryan Cochran-Siegle

D’inverno i nostri ritmi cambiavano, e l’intera famiglia iniziava a ruotare intorno allo ski club. Tutti sciavano, ognuno per le proprie età, competenze, ambizioni, volontà.

Tutti insegnavano.

E tutti imparavano.

Osservando quelli più grandi di noi, ammirandoli, preoccupandosi di quale sarebbe stato il passo successivo. Lo sci era parte di noi.

Non un business di famiglia.

Non una scelta obbligata.

Ma un pezzo del nostro DNA.

Ho imparato a sciare che avevo due anni, e non sarebbe potuto essere altrimenti, ma non è stata una vera decisione né un'imposizione.

Nè una causa né un effetto.

Era semplicemente la vita quotidiana, nella Cochrans family.

Ryan Cochran-Siegle

E uno potrebbe pensare che aver avuto uno zio e due zie che hanno partecipato ai Giochi, o che aver avuto la mamma campionessa Olimpica, a Sapporo, nel 1972, o ancora che aver avuto 5 cugini, 5 cugini diversi, tutti capaci di far parte anche loro, prima di me, dello U.S. Ski Team avrebbe potuto in qualche modo creare un ambiente competitivo, in casa.

Una sorta di pressione.

Vera o percepita, che fosse.

Visibile o invisibile.

Una voglia necessaria di confrontarmi con loro e di primeggiare.

Di mettermi sulla mappa della famiglia. Di dimostrare di avere il talento per farlo.

E invece no.

Niente.

Mai.

In parte perché il tempo ha un gran valore, e quando sei piccolo ne ha persino di più.

Un anno, due anni, tre anni di differenza, cambiano completamente le prospettive e le capacità. Se sei un adolescente che sta iniziando a sciare forte, fare i paragoni con chi ci è passato prima di te è del tutto inutile, perché non puoi inforcare gli sci e competere sul serio, fianco a fianco.

Pochi mesi bastano a rendere impossibile quel confronto, da un punto di vista tecnico, mentale, fisico, persino muscolare.

E non solo non funzionava, ma non mi interessava proprio.

Ryan Cochran-Siegle

Ma non è soltanto questo, ad avermi protetto dal peso di un’enorme eredità familiare, dalle responsabilità che porta con sé il nostro cognome.

Ne sono stato immune, prima ancora di comprenderla davvero.

Perché c’è sempre stata in casa una potentissima forza normalizzante.

Un senso latente, nel midollo, di comunità, che oscurava tutto il resto.

La capacità di essere sempre e comunque figli, e genitori, e nipoti e cugini, prima che studenti, prima che atleti, prima che sciatori.

Vedere gli altri andare avanti, ottenere grandi risultati mi ha permesso di sapere, da sempre, che “era possibile” farlo, che la grandezza sportiva esiste davvero, che è a portata di mano, che c’è un percorso per arrivarci, dopo tutto.

Ma anche che non è ciò che ci definisce.

Non definisce nessuno di noi!

E non lo farà mai.

È liberatorio, e lo è stato prima ancora che me ne rendessi conto.

Ancora oggi, quando ci troviamo tutti insieme, per qualche grande e importante festa nazionale, come il Memorial Day weekend, quello che dipingiamo in giardino è il più classico quadretto americano.

Qualcuno che griglia.

I bambini che saltano in piscina.

I grandi vecchi di casa che parlano di cosa significhi essere genitori, oppure nonni.

Le generazioni che si specchiano l’una nell’altra, senza neppure saperlo.

I discorsi sul basket e sul football.

Ryan Cochran-Siegle

Nessuno è uno sciatore e basta.

Nessuno è un atleta e basta.

Ed è questo che rimane di più, quando penso alla mia infanzia, e ai miei inizi.

Un percorso iniziato su una pista che portava e che porta ancora il nome di famiglia, ma che non mi ha mai chiesto, esplicitamente o no, di farmene carico.

Che non mi ha mai chiesto di fare altro che essere Ryan.

Un resort piccolo, senza troppe risorse, community oriented: le radici di un’esistenza semplice, molto più accessibile al privato di quello che il racconto in sé potrebbe far trasparire.

Una vita complessa economicamente, ma ricca in tutto il resto.

E un’esperienza che vorrei che tutti i bambini e i giovani del mondo che amano lo sci potessero avere.

Soprattutto ora, che lo sport professionistico ha raggiunto livelli mai visti prima.

Ora, che i contratti di sponsorizzazione e i premi sono così corposi da spingere i genitori a considerare i figli talentuosi come un investimento.

Un investimento economico, non un investimento in felicità futura.

Il talento non si misura dal conto in banca di una famiglia, ma dal cuore e dalla tenacia di ogni bimbo o bimba che si affaccia al cancelletto per la prima volta in assoluto, e guarda in giù senza avere paura.

Che cade senza preoccuparsi della propria reputazione e delle proprie ginocchia.

Ch si diverte nella fatica..

Che guarda gli altri per imparare e non per invidiare.

Questa è la nostra definizione di talento, e da 4 generazioni di Cochran non esiste altra unità di misura. E io non ho mai desiderato altro che farne parte.

Ryan Cochran-Siegle / Contributor

Ryan Cochran-Siegle