Marco Orsi

Marco Orsi

12 MIN

Sono sul blocchetto di partenza e sono il più grosso di tutti.

Ho il petto gonfio che si muove ritmicamente, non sono nervoso, è come se il mio cuore pompasse il sangue al doppio della velocità degli altri.

C’è stato il boato della gente quando ci hanno presentati, festa do Brasil.

Il pubblico continua a gridare ed è quasi impossibile sentire lo start.

È strano ma non ci faccio troppo caso.

Sono troppo impegnato a guardare gli avversari.

Mi sembrano tutti un po’ più fiacchi del solito.

Debolucci insomma.

Impressioni.

Nessuno ha le spalle belle larghe come le mie, sono sicuro che nessuno si è allenato duramente quanto me.

Marco Orsi

I 50 metri sono distesi, calmi piatti, davanti a me, li devo fare 2 volte, avanti e indietro.

50 x 2 fa 100.

100 metri totali e poi si festeggia.

Tra un attimo ci farò dentro uno tsunami.

Mi tuffo e parto con un’apnea prolungata.

20 metri.

30 metri.

40 metri e ancora non riemergo.

Arrivo alla virata e non sento ancora il bisogno di ossigeno nei polmoni.

Mentre mi giro nell’acqua mi tocco alla base del collo, sento dei piccoli taglietti regolari, mi sono spuntate delle belle branchie.

I piedi stanno sbattendo all’unisono, non riesco ad alternarli.

Butto un occhio e vedo che si sono trasformati in una grossa pinna grigia.

Finalmente mi sono trasformato in uno squalo.

Mi sembra del tutto normale.

Avrei dovuto aspettarmelo, dopo tante ore in acqua è la normale conseguenza.

E così pensa anche il pubblico.

Metà della vasca di ritorno, la mia pinna emerge dura dall’acqua e punta diretta verso il traguardo.

Incrocio gli sfidanti che increduli mi osservano; sono ancora a metà della loro prima vasca.

Poi il vuoto.

 

Un peso al collo mi trascina a fondo vasca inesorabilmente.

Non riesco a liberarmene. Perdo poco a poco la visibilità laterale e i contorni delle cose si fanno più sfumati.

Vedo solo delle ombre adesso, e sono proprio 7 ombre, quelle dei miei avversari a superarmi e ad arrivare al traguardo prima di me.

Toccato il fondo della piscina mi ritrovo sdraiato sulla pancia e avanzo con i gomiti nel tentativo di arrivare almeno alla fine della gara.

Finalmente tocco la parete.

Tutto finito.

Risalgo in superficie, la pinna è sparita.

Le luci della piscina sono spente, e la sola illuminazione arriva dalle grosse scritte EXIT sopra alcune porte.

Nessuno sugli spalti; nel silenzio irreale in cui sono riemerso quasi rimpiango il suono che si sente sott’acqua.

Sento qualcosa gracchiare dietro di me, mi giro senza uscire dall’acqua.

C’è un grosso televisore appeso sul lato lungo della piscina, una commentatrice brasiliana sta parlando di me, sullo sfondo una mia foto sorridente.

In sottoimpressione una scritta inaspettatamente in italiano: Marco Orsi lascia il nuoto.

 


Poi, finalmente, mi sveglio.

Non è il primo di questi incubo e non mi agito neanche più di tanto.

Me ne resto qualche istante a fissare il soffitto, aspettando che gli occhi si abituino al buio.

Il silenzio non è meno doloroso di quello che mi circondava nel sogno.

Solo un po’ più reale.

Altro giro di ruota.

E sono a Rio, dentro lo stadio.

Sono circondato da atleti e atete provenienti da tutto il mondo.

Stupendi colori mi avvolgono da ogni lato.

Le Nazionali dei diversi Paesi marciano compatte, mettendo a braccetto giganti che fanno getto del peso e farfalle della danza ritmica.

Altissimi giocatori di basket e arcieri con la pancia.

Una cosa accomuna tutti gli atleti: il sorriso.

Anzi no, ho sbagliato: quasi tutti, alcuni gruppi infatti marciano con rigore ed eccessivo ordine, le loro bandiere sono quelle di Paesi poco allegri, di regimi che ci tengono all’etichetta.

L’esercito dei selfie.

Il plotone italiano è nutrito e allegro, sfiliamo con un’elegantissima tuta di Armani, blu notte, all’interno ci sono ricamate le parole dell’inno di Mameli.

Rio capitale del carnevale, orgia di colori.

Io però vedo tutto in bianco e nero, come la vista dei cani, ma senza la loro classica allegria.

Bianco e nero.

Rallentato, surreale.

Mi sento profondamente dispiaciuto di quello che è successo e vivo le Olimpiadi in una deprimente scala di grigi.

Questa volta però non ci sono occhi da aprire.

Sono già sveglio.

Marco Orsi

Oggi, settembre 2017, è il mio ultimo giorno di vacanza.

Il mio corpo è quasi tornato ad esprimere il suo 100 per cento e osservo il mare su una spiaggia della Sicilia; quasi tutti i turisti se ne sono andati e la spiaggia è rimasta senza padrone.

Mi tuffo in un mare abbastanza agitato godendomi una nuotata senza cronometro.

Mi resta il sale, sulla pelle e sui capelli.

Mi siedo in un bar con vista e prendo in mano il quaderno, oggi voglio raccontare qualcosa.

 

Mi sono qualificato per i Giochi quasi all’ultimo giorno disponibile.

Gara a Riccione, 100 metri. Una sofferenza pazzesca, un nuotata stanca e difficile, tocco il bordo e alzo la testa dall’acqua.

 

49 e 1. Il tempo limite per qualificarsi.

49 e 1. Il mio tempo.

 

Lontanissimo dal mio meglio ma sufficiente a difendere i nostri colori nella 4x100 a Rio.

 

Non riesco davvero a decidere se sono contento oppure no di questo risultato.

Sì è vero, andrò a Rio, ma io sono una che si ammazza in piscina, si spezza di lavoro, e doverci andare in condizioni pessime mi fa girare le scatole.

Il tempismo di questa sciagura è quasi impossibile da credere.

Come se qualcuno avesse infilzato una bambolina voodoo con gli spilloni appena in tempo per guastarmi la vita.

 

Lo avrete sentito dire spesso che per alcuni sport le Olimpiadi sono tutto o quasi.

Non come per il calcio, il basket o le corse con le macchine.

 

Se nuoti vuoi spaccare il mondo alle Olimpiadi, perché è alle Olimpiadi che il mondo ti guarda. Fine delle trasmissioni.

 

Io ci vado ma mi sento in una bolla. Se questo spazio mi piace o no, ancora non so dirlo.

Marco Orsi

Il mio calvario è iniziato circa un mese e mezzo prima.

Si arrivava a grandi bracciate al rush finale per preparare i Giochi, le mie distanze preferite, la velocità pura.

Da qualche settimana io mi sentivo a pezzi, completamente incapace di riconoscermi nella mia nuotata.

Lunedì nuotavo bene.

Martedì mi sentivo come un ciclista sullo Stelvio.

Mercoledì ogni bracciata una preghiera o un’imprecazione.

Giovedì riposo.

Venerdì benino di nuovo.

Sabato K.O. come se avessi preso un destro da Tyson.

 

Mi sembra impossibile, sono sempre stato un’animale da allenamento, ma non riesco a venirne a capo, né io né il mio staff.

Mi viene il fiatone al minimo sforzo e mi ritrovo ad arrancare litigando con il cronometro e con i miei muscoli.

Dopo inizierò a farlo anche con la mia testa.

 

70%

Questo conta la testa nella prestazione di un atleta.

Il 70%, non un centesimo di meno.

 

Penso di essere andato in overtraining e mi prendo una settimana di riposo; alla ripresa, dopo pochi giorni torno alle stesse, pessime, sensazioni.

Mi spacco di chilometri ogni giorno e faccio fatica a fare le scale?

 

A Rio mancano pochissimi mesi e io di stare male adesso dopo 3 anni pressoché perfetti non ne ho proprio voglia.

 

Voglio prendere il toro per le corna e vado al Sant’Orsola di Bologna, voglio fare degli esami del sangue e vederci chiaro.

Risultati sballatissimi, anche più sballati dei miei tempi in vasca di quel periodo.

Alcuni sono 4 volte più alti del normale.

Partono una sequenza pazzesca di visite specialistiche.


Siamo a casa, famiglia al completo quando ricevo la busta con i risultati e la diagnosi del virologo: citomegalovirus.

Ho abbracciato mamma e papà, poi ho pianto. Forse solo loro possono vedermi farlo.

La mente umana sente le lettere di virus alla fine di una parola e dà per scontato che ci sia sempre una pillola, un flacone, un vaccino, una cavolo di pozione magica che qualcuno, da qualche parte, ha messo a punto per sconfiggerlo e rimetterti in piedi.

Un fagiolo di Balzàr.

Non per il citomegalovirus.

Non esiste.

Come non esiste?

Mi è sembrata una domanda legittima.

Non esiste. Solo il riposo.

Illegittima risposta.

Mi hanno raccomandato 4 mesi di riposo perché lo avevo contratto in una forma super aggressiva, capace di sfiancare tutti i miei organi che già lo sport aveva portato all’estremo della sopportazione.

Si tratta di una specie di forma acuta di mononucleosi, in alcuni individui resta lì, nascosta e latente.

A me ha quasi portato al ritiro.

Ci ho pensato seriamente in 2 o 3 occasioni, soprattutto nei periodi a cavallo dei miei incubi notturni.

Non mi sono ritirato, questo è chiaro.

E se non l’ho fatto è perché mi hanno aiutato le persone a me più care: famiglia, staff e la mia compagna.

Marco Orsi

Fatevi una bella nota da qualche parte e preparatevi a rileggerla ogni tanto: quando sarete a terra, spezzati e sfiniti, se ne andranno quasi tutti, e resterà solo chi vede in voi più di quello che voi vedete in voi.

Non c’è da preoccuparsi, è una buona notizia.

Si può definire scrematura.

Si scremano i falsi amici, gli adulatori, gli sponsor che non ci hanno creduto più.

Ma rimane chi conta davvero: la famiglia, gli amici più cari, alcune aziende, certi colleghi.

All’inizio ti incazzi, poi non lo fai più, anche per rispetto di chi invece è rimasto.

 

Ho vissuto i giochi di Rio in tono minore.

Ho riposato solo un mese invece di 4 e poi mi sono rimesso a spingere in vasca pur di poterci andare, compromettendo però così la mia integrità fisica.

Ero l’ombra di me stesso, mi servivano tempi di recupero lunghi e i risultati restavano lontani da quelli miei soliti.

Sfogavo la mia frustrazione nella cucina bolognese: gloria eterna alla cucina bolognese che salva i matrimoni e riempie le pance.

 

Ho strappato un solo pass per i Giochi dove ho preso parte ad una staffetta un po’ sfortunata.

 

Il conto mi è stato presentato al ritorno.

Da settembre a giugno io sono stato in grandissima difficoltà.

Non ho mai smesso di allenarmi, ma ho inseguito uno straccio di forma decente fino allo sfinimento, ho portato il mio corpo all’estremo della sopportazione e ho rischiato di pagarla cara.

Raccogliendo tra l’altro meno del previsto.

Marco Orsi

Oggi a quasi un anno e mezzo dai primi esami del sangue, osservo il mare e mi godo l’odore salino che arriva dalla spiaggia.

Mi sento rinato, sono tornato la bestia di sempre e davvero non vedo l’ora che le ferie finiscano.

Sto ricominciando a sentire le vibrazioni che avevo prima di questo trambusto e muoio dal desiderio di ripagare chi ha sempre creduto nel recupero e di zittire chi non l’ha fatto.

Se sono riuscito ad andare a Rio lo devo alla mia caparbietà, alla presenza costante della mia famiglia e al sostegno di Jaked che non è mai venuto meno, anche quando i miei risultati non erano proprio quelli a cui li avevo abituati.

Perché la forza di volontà è sicuramente uno dei miei valori cardine, ma senza un aiuto concreto e oggettivo di chi crede in te a volte è semplicemente impossibile riemergere.

 

E tornerò volente o nolente a fare tabelle e programmi di allenamento, perché nuotare mi piace da morire.

Tornerò a lottare per far arrivare la mia cuffia al traguardo prima di tutte le altre.

 

Mi sento come uno sniper, un cecchino pronto a sparare.

Solo che non so dove puntare.

Olimpiadi 2020?

Più in là o più in qua?

 

Questo lo vedremo passo per passo.

Di sicuro quello che mi è mancato di più sono i dettagli.

Per noi velocisti il tempo è la conseguenza dei centimetri, degli istanti e soprattutto delle sensazioni che provi in acqua.

Decidere come mettere la mano nell’impatto, a quanti centimetri farla scivolare sotto il corpo.

Sentire la forza del braccio colpire a schiaffi l’acqua.

Per tornare a questo il tempo di attesa è finito.

Facciamo tremare un po’ la piscina col ruggito dell’Orso.

Marco Orsi / Contributor

Marco Orsi

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