Martina Trevisan

Martina Trevisan

9 MIN

La natura si governa secondo un ritmo proprio.
Si prende il tempo che le serve a fare ciò che deve fare.
Non va né di fretta né con calma.
Segue il tempo, o forse è il tempo stesso a seguirnela cadenza.

Nessun’ape si permetterebbe mai di criticare un fiore che non ha ancora riempito di nettare i propri petali. Nessuna crisalide si rompe prematuramente per far nascere una farfalla.

La natura sa aspettare il momento giusto e forse, da questo, dovremmo tutti imparare qualcosa.
Potremmo imparare, ad esempio, che non tutti gli adolescenti crescono alla stessa maniera, che non tutti gli atleti hanno gli stessi interessi e che non tutti i talenti sono fiamme sulle quali dover soffiare.

Alcuni, magari, hanno bisogno di un po’ di spazio in più per poter crescere.

Martina Trevisan

L’uovo

Non ricordo la prima volta che ho messo piede in un campo da tennis.
Con ogni probabilità sono entrata al circolo prima ancora di esserne cosciente, nel pancione di mamma, che lì faceva la maestra.
La mia scalata però è stata rapida perché a 4 anni ero già la padrona indiscussa di tutto il Circolo Tennis Perignano.

Gonnellina nera, canotta bianca, scarpe all’ultimo grido, giravo per i campi trascinandomi appresso una racchetta dalle corde multicolor che, pur essendo per bambini, era alta almeno quanto me.

Quando finivo la mia ispezione, mi mettevo di fronte al muro, per giocare contro avversari immaginari. Di certo ispiravo simpatia agli occhi degli altri soci, che mi salutavano con la mano e avevano sempre parole gentili per me.

Martina Trevisan

Il bruco

Qualche anno più tardi ho scoperto, con grande rammarico, che il Circolo non è che fosse proprio mio-mio-mio, nonostante potesse comunque essere un posto mio. Un posto dove stare bene, dove divertirmi e sfogare le energie accumulate. Dove provare e riprovare i gesti che poi avrei dovuto ripetere fuori, davanti al pubblico e agli avversari.

Con il mio maestro, Matteo, avevamo fatto passi da gigante.

Poco prima di compiere 15 anni calcavo già i campi più prestigiosi ed ero ben piazzata nel ranking ITF, che è l’anticamera del WTA, il palcoscenico dei grandi.

Giocare a tennis mi divertiva.
Fino a quando non mi sono divertita più.

Ero giovane e talentuosa. Che non sono ne meriti ne colpe. Ma ho iniziato a sentire, forte, la fretta attorno a me di coglierne tutti i frutti prima ancora che l’albero avesse il tempo di radicarsi per bene nel terreno. Prima che le mie radici e il mio tronco fossero forti abbastanza da resistere alle intemperie, che, crescendo, prima o poi, arrivano.

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La crisalide

Dentro le mura di casa non si respirava unaria serena ed io passavo molto tempo ad allenarmi. Anche quando avrei sicuramente avuto bisogno di fare altro.

Anche quando avrei preferito avere qualche ora in più per fare un giro con le amiche o per riposarmi.

Dentro di me sentivo di avere una sorta di responsabilità. Come se la mia ferrea dedizione al gioco avesse in qualche modo potuto curare le ferite della famiglia intera.

Io dovevo essere la cura, non potevo certo stare male.

Avrei fatto bene a farlo, stare male intendo. Avrei dovuto imparare a pretendere ritmi più

tranquilli, per vivere con maggiore leggerezza un momento per me tanto delicato.

Momenti di decompressione, desiderati e mai avuti, che poi, di colpo, ho tramutato in 7 giorni liberi a settimana. Ho lasciato la racchetta nellarmadio di casa e non ho più voluto saperne del tennis. Stop.

Ero una quindicenne che voleva vivere come una quindicenne, recuperando, magari con gli interessi, tutto ciò che sentivo di aver perduto negli anni precedenti. Senza tante regole. Senza preoccuparmi di far tardi perché il giorno dopo avevo una partita. Senza il bisogno di nascondere i miei muscoli allenati dentro a maglie di taglie comode.

Stavo cambiando e il mio fisico cambiava con me.

Mi sentivo libera, e credevo di aver finalmente riacquistato il controllo della mia vita.

Ora, con il senno di poi, che è anche un poquello del mai, so che quella che chiamavo libertà era una semplice fuga. Ma mentre hai il vento in faccia è difficile capire chi è che corre e chi è che scappa.

Martina Trevisan

I nuovi equilibri su cui poggiava la mia famiglia mi avevano destabilizzata. A papà era stata diagnosticata una malattia degenerativa e questo lo ha reso sempre meno presente nella mia crescita.
Non è stato facile vedere mamma ricostruire la sua quotidianità con una nuova persona accanto, che aveva sempre fatto parte della mia vita, ma sotto unaltra luce.

Ero arrabbiata con lei e non conoscevo altra arma per ferirla che non il suo amore per me.
Combattevo contro tutto ciò che rappresentava il mio passato da atleta, sul quale tutti avevano riposto grandi speranze ed ambizioni, dimentichi della persona che dietro quell’atleta soffriva.

Detestavo il mio corpo muscoloso e mi imponevo diete al limite della sopravvivenza pur di perdere peso.

30 grammi di cereali e un frutto la sera.
Era quanto mi bastava per stare in piedi, e per far preoccupare mia madre, che correva a cogliere le pesche dagli alberi pur di vedermi mangiare qualcosa.

Nella mia testa, come in un paradosso, avevo limpressione che solo sparendo le persone sarebbero riuscite a vedermi davvero, ad interessarsi.

Ad occuparsi di me.

Per fortuna, giunta al punto di non ritorno, ho capito che non sarei potuta andare avanti così.
Avevo perso ogni interesse, mi ero chiusa nel mio bozzolo; in uno stato di apatia in cui neppure mi riconoscevo più. Non ero nemmeno più la brutta copia di chi sono per davvero, e così ho chiesto aiuto.

Dallanoressia si può guarire.

Martina Trevisan

La farfalla

Ricordo il primo giorno alla Clinica Stella Maris.
Davanti a me avevo un piatto di carne con dei piselli e la dottoressa Diana mi osservava senza dire una parola. Scaduta l’ora che avevo a disposizione per consumare il pasto mi chiese se avevo finito e io per tutta risposta dissi di si, e ringraziai.

Non avevo nemmeno toccato le posate, era tutto ancora li. Mi sono alzata e me ne sono andata.
Sono tornata la mattina seguente. E quella dopo ancora.

Sono stata rieducata a mangiare, a fare pace con le mie ferite. Ad apprezzare il mio nuovo corpo, a perdonare chi aveva sbagliato e a ritrovare il mio tempo per fare le cose.

Quasi senza accorgermene mi sono ritrovata di nuovo con una racchetta mano.

Prima per insegnare, così da avere una piccola indipendenza economica e condividere con altre persone la passione per il tennis. E poi, inevitabilmente, per gareggiare di nuovo. Quasi, e dico quasi, come se avessi voluto riprendere da dove avevo lasciato.

Certo non ero più lo stessa e ho pagato con diversi infortuni l’euforia del ritorno a discapito di un corpo che avevo a lungo maltrattato. Ma ho avuto il sostegno di molte persone che mi hanno riaccolta a braccia aperte e che mi hanno accompagnata verso una nuova vita.

Quest’anno ho conquistato per la prima volta l’accesso al tabellone principale di un torneo del Grande Slam, in Australia.
Ho lavorato molto e continuo a farlo per far sì che questo diventi il mio nuovo standard, il mio nuovo habitat.

Per riuscirci sono ripartita da alcuni elementi della prima versione me, come il mio allenatore, Matteo, con il quale abbiamo dovuto ricostruire un sodalizio molto delicato.

Ho portato con me tutto ciò che di buono la metamorfosi ha portato, ho eliminato le scorie con un battito d’ali, e ho finalmente ricominciato a divertirmi.

Martina Trevisan / Contributor

Martina Trevisan

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