Milena Baldassarri

Milena Baldassarri

14 MIN

Per prima cosa mi hanno buttato in acqua.

Subito.

Ancora non sapevo camminare ed ero già lì ad annaspare in vasca, cercando con tutte le forze di raggiungere le braccia protese della mia mamma, che quell’elemento lo conosce molto, molto, bene. Lei è stata parte della nazionale russa di nuoto, partecipando ad un Mondiale e sfiorando una qualificazione olimpica, anche se poi in quell’occasione è rimasta a casa come prima riserva.

L’acqua, dunque, era stata votata in casa come il primo pianeta sul quale farmi atterrare, il primo posto dove avrei iniziato a muovermi e a prendere coscienza del mio corpo e di tutto quello che mi circondava. Ho iniziato davvero prestissimo e ancora oggi, che di tempo a disposizione per andare in piscina non ne ho proprio più, posso dire che me la cavo piuttosto bene.

Milena Baldassarri

Ho continuato a nuotare fino ai sette anni, più o meno, ma nel frattempo la mia vita era stata rivoluzionata dalla scoperta del mio amore più grande: la ginnastica ritmica.

Come capita spesso le cose più importanti della nostra vita accadono quasi per sbaglio oppure per una serie di strane coincidenze che a primo impatto non è ben chiaro dove ci stiano portando. Solo che poi, alla fine, risultano essere comode come un vestito fatto su misura.

 

La migliore amica di mia mamma si chiama Natasha, proprio come lei.

Sono dello stesso segno zodiacale e hanno due figlie coetanee tra loro.

Per cui quando una ha proposto all’altra di portare la figlia alla lezione di ritmica il è stato automatico.

 

Comunque io, che ho la testa sveglia e il cuore ancor più sensibile, non volevo saperne di fare uno sport solamente e ho iniziato a collezionarne diversi, come si faceva con le figurine. Questa ce l’ho, questa manca.

Nuoto, ritmica, danza classica. E poi anche l’equitazione, il sabato, perché volevo seguire l’esempio di una delle mie sorelle maggiori.

 

Per anni ho tenuto ritmi pazzeschi, alternando quattro diverse discipline, solo per il gusto di divertirmi e di passare tutto il mio tempo ad imparare cose nuove.

A me piaceva tutto. Tutto alla stessa maniera.

A mio papà invece quest’alternanza piaceva meno, perché lui, poverino, a volte si sbagliava. Era incaricato di venirmi a prendere a lezione finita e spesso finiva col confondersi: andava al maneggio mentre invece io ero in piscina.

Oppure aspettava mezzore fuori dalla scuola di danza mentre io ero in palestra a controllare dalla finestra se la nostra macchina spuntava all’orizzonte.

 

Papà ha smarrito spesso la mia agenda settimanale ma mai la pazienza.

E alla fine mi ha sempre recuperata con il sorriso.

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Arriva per tutti però, presto o tardi (ma è sempre più bello se arriva tardi), il giorno in cui devi decidere che cosa vuoi fare da grande e in quel giorno mamma mi ha chiesto di scegliere uno solo tra gli sport che facevo.

E cosa si fa quando ci piacciono alla stessa maniera tante cose diverse?

Si lascia che siano i dettagli piccolissimi e apparentemente insignificanti a scegliere al posto nostro.

 

Allora mi sono messa a ragionare, mani sui fianchi e faccia pensierosa, seguendo la logica dei bambini, che è sempre fantasiosa ma anche inattaccabile.

 

Dunque: il nuoto no. Perché a nuoto sento freddo.

 

E lo sentivo veramente: avendo imparato prima di tutti ero la più veloce, arrivavo a fondo vasca che il resto del gruppo era ancora a metà. E nell’aspettarli per poi ripartire insieme sentivo freddo. Quindi no, il nuoto no.

La danza no, perché mi avevano messo nel gruppetto delle ragazzine più grandi e non mi trovavo poi così bene, non era divertente come quando stavo con quelle della mia età, e allora, se proprio devo scegliere, la scarto.

 

Così, fidandomi dell’istinto e del fegato ho scelto la ritmica, abbandonando poi anche l’equitazione, appena gli impegni in pedana sono diventati troppo pressanti.

E istinto e fegato direi che hanno funzionato piuttosto bene considerando quanto felice mi sento adesso.

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Oggi so di essere un’atleta, nel senso pieno del termine, ma in quegli anni era diverso, non avevo ambizioni da professionista, mi sentivo di essere semplicemente una bimba dall’anima sportiva che voleva fare le cose che le piacevano.

Mi preoccupavo solo di divertirmi e, si sa, che divertirsi è una delle cose più serie in assoluto.

In fin dei conti stavo solo seguendo l’esempio delle mie sorelle maggiori: una faceva ritmica mentre l’altra saltava continuamente da uno sport all’altro. Sembra che io abbia imparato qualcosa da entrambe.

Che io all’inizio non avessi ambizioni particolari è testimoniato, splendidamente, anche dal magnifico disastro che ho combinato alla mia primissima gara in assoluto.

Si trattava soltanto di una competizione regionale eppure in palestra era facile vedere bambine in lacrime o genitori furenti per un quarto posto. Per un quinto posto.

Cose da pazzi.

Io invece mi sono presentata in pedana con il mio sorrisetto beffardo e ho allegramente sbagliato tutto. Non lo dico tanto per dire: ho letteralmente sbagliato tutto.

Sono partita dall’angolo opposto rispetto a quello in cui sarei dovuta partire e quindi tutte le mie diagonali sono andate a farsi benedire.

Ultima.

Ovviamente ultima, non ne avevo fatta una giusta

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Ricordo che appena uscita dalla pedana sono corsa dai miei genitori e li ho visti sorridenti e felici comunque. Mia mamma mi ha detto:

sei stata bravissima!

. E mio papà è riuscito a farmi subito sorridere:

guarda la classifica al contrario e sei prima!.

Ecco: loro mi hanno aiutata sempre.

Con un sostegno delicato, presente e per nulla invadente.

Sono loro, insieme a tutto il resto della famiglia, la mia forza ed io a loro devo tutto.

 

Ancora oggi quando gareggio, anche se nella mia testa tutto si spegne cercando di isolarmi dal mondo esterno, come se intorno a me ci fosse solo un muro e la musica suonasse solo per me, io comunque so che alla fine del pezzo i miei saranno lì e che per loro sarò stata bravissima.

È tutto quello che serve ad una bambina vivace per diventare un’adulta felice.

 

La mia crescita è stata lenta ma costante, senza strappi improvvisi.

Ho sempre avuto il diritto di cadere e, per fortuna, anche la voglia di rialzarmi.

Da piccolina in pedana mi muovevo come una medusa, ero molleggiata e avevo un modo tutto mio di fare le cose, ma qualcuno ha comunque avuto l’occhio per vederci del buono. Qualcuno ci ha visto del potenziale anche se ero diversa dalle altre, o forse proprio per quello.

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Passo dopo passo, dopo le prime esperienze nella squadretta locale, dopo aver fatto per tre anni avanti e indietro da Ravenna a Forlì, sono arrivata alle porte della grande occasione: Fabriano.

A 12 anni ci ho fatto un provino, davanti ad una leggenda della ritmica, Kristina Ghuriova, campionessa del mondo del 1979 e a sua figlia, Julieta Cantaluppi, che è stata olimpionica a Londra 2012, parte della squadra azzurra.

Due generazioni di campionesse, che diventano 3 contando anche la loro “nonna”, venerata in Bulgaria come fondatrice dell’intero movimento e tragicamente scomparsa in un incidente aereo nel quale morì praticamente tutta la nazionale bulgara dell’epoca.

Non ero sicura che il provino fosse andato bene ma mentre eravamo in macchina per tornare a Ravenna abbiamo incrociato un arcobaleno gigante e mia mamma disse che era un segno del destino, voleva dire che mi avrebbero presa. Il telefono ha squillato pochi minuti dopo.

Trasferirsi a 12 anni non è semplicissimo ma io ero abituata a viaggiare e a adattarmi molto in fretta ai cambiamenti. A volte in estate mia mamma mi portava ai campi estivi di perfezionamento in Russia, che erano molto impegnativi, per cui ero preparata ad affrontare qualunque tipo di difficoltà.

Perché le difficoltà, ovviamente, arrivano.

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Nessuno si allena quanto chi fa ritmica.

Nessuno.

Quando mi capita di confrontarmi con atleti provenienti da altre discipline resto sempre stupita dalla grande differenza di ore di allenamento.

Il punto fondamentale è che negli altri sport si cerca la performance ma nel nostro si cerca la perfezione. E la perfezione costa una fatica straordinaria restando comunque irraggiungibile per definizione.

Proporre un esercizio significa padroneggiarlo come si padroneggia un respiro, in maniera talmente naturale da essere praticamente involontaria. Dopo mesi passati a provare è chiaro che “lo sai fare”, ma devi arrivare al punto in cui l’esercizio è diventato parte di te e nulla, nemmeno la distrazione di un secondo, può separarti da esso.

Crescendo ho imparato che questo livello si raggiunge solo senza prendersi pause, lavorando sempre sui dettagli, anche quelli minuscoli.

Una volta, quand’ero più piccola, c’erano giornate in cui sul mio corpo e sulla mia mente vinceva la stanchezza, ed io decidevo di gestire le mie forze.

Ma a gestirsi non si migliora come si potrebbe.

Oggi questo lo so e quando sento di essere al limite mi focalizzo sugli aspetti più piccoli del mio allenamento. Ne prendo dei pezzettini, e mi sforzando per trasformarli in meglio. Lavoro al massimo anche quando sono stanca, per dare sempre il cento per cento di quel giorno lì.

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Il cento per cento di oggi non è per forza uguale al cento per cento in assoluto ma resta comunque tutto quello che hai da dare in quel momento.

Essere individualista ha i suoi vantaggi in questo: scelgo io i miei momenti.

Conoscere i propri limiti è la base per provare a superarli.

Ha anche, però, i suoi svantaggi perché la solitudine ti espone ed amplifica tutto quello che fai. Per questo è importante ricavare degli spazi sacri, intoccabili, in cui andare a riposare il corpo e la mente.

Istanti dedicati alla persona, che ritornano, nel creare un equilibrio mio, che funziona, nel quale posso smettere, brevemente, di essere un’atleta.

Il tempo che passavo nella scuola pubblica ad esempio.

Il tempo che passo con i miei affetti più cari.

E, più di ogni altra cosa, il tempo che passo all’aria aperta, in mezzo alla natura, per respirare libera dopo ore passate chiusa in una palestra.

Milena Baldassarri

Oggi non sono più una bambina dall’anima sportiva ma sono a tutti gli effetti un’atleta professionista e mi ci sento già da tempo ormai, da quando ho iniziato a capire sulla mia pelle che la ritmica è un lavoro.

È un mestiere di forza e di perfezione: devi dargli tutto e lui, forse, ti restituirà qualcosa nel tempo.

A me la ritmica ha già iniziato a restituire parecchio ma mi sento ancora in passivo e lavoro ogni giorno per aumentare il mio credito con lei.

A partire dal mio primo Mondiale, quello di Pesaro 2017, per il quale sono stata convocata all’ultimo con una telefonata ricevuta la mattina di Ferragosto, nel mio solo giorno libero di tutta l’estate.

Proseguendo fino all’argento al nastro di Sofia 2018, vinto durante una spedizione straordinaria per tutta la nostra nazionale che, tra individualiste e squadra, ha raccolto moltissimo.

Per finire con quello che potrebbe restituirmi in futuro all’ombra dei 5 cerchi, che però non nomino per pura scaramanzia. Quello lì è un sogno che cresce dentro da più o meno tutta la vita anche se da bambina lo guardavo come uno spettacolo distante e muto perché era difficile concepirne la grandezza.

Oggi invece è una possibilità che fiorisce ma della quale decido di restare scettica per non finirne schiacciata. Per ottenerla fingo che non esista e mi limito a fare il mio dovere che, anche oggi, è andare in palestra e mettere sul piatto il mio cento per cento.

Il cento per cento di oggi.

Milena Baldassarri / Contributor

Milena Baldassarri

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