Santiago Orduna

Santiago Orduna

8 MIN

Nelle prime partite della stagione siamo stati un po’ la sorpresa del campionato.

Vittorie.

Entusiasmo.

Bel gioco.

Mi trovo ospite ad un’elegante cena di squadra, con tutti gli sponsor in fila.

Grandi imprenditori, self made men, gente che prende decisioni ogni giorno, persone che oggi che vogliono contribuire nello sport.

Nel nostro sport.

Sono persone che conoscono la fatica che serve fare per emergere.

Come me.

Devo fare un discorso.

Penso, penso, penso a cosa dire.

Devo riuscire a non smorzare questo entusiasmo che è bello e sano.

Ma anche far capire che la strada è lunga, difficile e il cuore deve continuare a macinare chilometri e fatica.

Mi scavo dentro qualche minuto per cercare le parole giuste da dire. Ripenso alle mie origini.

Sono nato in Argentina e come tutti, ma proprio tutti laggiù, il mio cuore batte per il calcio. Per l’Albiceleste del pallone si ferma il Paese.

Anche a casa mia era così.

Ma a casa si respirava anche tantissimo volley, una religione minore rispetto al futbol, ma comunque una religione.

Mio papà è un allenatore e io l’ho seguito un po’ in giro per il Mondo mentre lavorava, lo osservavo dirigere gli allenamenti e insegnare il gioco.

E mi ritrovo in campo insieme a lui, credo fosse la conclusione naturale.

Sono bravino, anzi sono bravo.

A 17 anni finisco nella selezione giovanile argentina ma dopo un allenamento solo mi fanno fuori.

 Santiago Orduna

Ha le mani, il cuore e la testa. Ma gli manca il fisico

questo dicevano di me.

Mio padre mi guarda e mi vede deluso, dispiaciuto.

Sono 1 e 80, non sono un gigante, ok, ma ho un cuore molto grande e soprattutto sono uno che non smette mai di crederci!

Mi incazzo, ovvio.

Voglio di più e sono pronto a sbucciarmi le ginocchia per ottenerlo.

Vuoi fare sul serio?

Certo papà!

Mi chiude in palestra. Un’estate intera a lavorare sul fisico, sulle mani e sulla testa.

Il cuore era già abbastanza allenato e muscoloso.

Riparto con un’armatura nuova.

E torno in nazionale, under 19 questa volta.

Eravamo in 6 palleggiatori.

Non ero sicuro che ce l’avrei fatta.

 

Coach Cichello qualche settimana fa è venuto a Ravenna e mi ha ricordato di quel raduno.

Mi ha detto che lui vedeva in me un cambiamento rispetto all’estate precedente, che c’era qualcosa di diverso e che disse agli altri dello staff:

-stavolta non lo tagliamo, ha le mani, ha visione, portiamolo!-

 

Rimaniamo in 4, poi in 3 e poi in 2: sono tra i convocati.

 

Ero il secondo.

Il primo palleggiatore era alto 2 metri e 5.

Ma io non mi sono accontentato e non ho smesso di volere di più per me stesso, neppure per un secondo mi sono seduto.

 

Primo set della prima partita, lui sbaglia due palle di troppo ed entro io.

Non ho più lasciato il campo fino alla finale del Sudamericano Under 19 con il Brasile.

 Santiago Orduna

Anni dopo ho anche avuto l’onore di difendere il mio paese nella nazionale senior, quella dei grandi!

 

Ma le persone da far ricredere non erano finite.

In Europa non può giocare!

Dicevano.

Spagna.

Faccio cambiare opinione a tutti.

Di nuovo.

 

Ma io volevo laurearmi all’Università del volley: in Italia.

Prima stagione a Catania: Serie A2 e tantissime aspettative sportive su di me, e sulla squadra in generale.

Non in serie A, ma in A2.

Me la volevo guadagnare sul campo la massima serie.

 

L’Italia è un posto magnifico.

La pressione mi carica, mi sprona a dare di più. Mia moglie trova squadra vicino a me e sarà al mio fianco, è tutto perfetto.

Mi sento pronto a spiccare il volo.

 Santiago Orduna

Ma dopo una sola partita la squadra fa boom, esplode.

Cash out!

Ridimensiona tutto, manda via i 3 giocatori migliori e quelli che restano lo fanno senza garanzie economiche.

Si gioca, ci si allena, si riceve il minimo per sopravvivere con le proprie famiglie.

Un periodo duro, che mi ha messo alla prova, un periodo che mi ha ricordato ancora una volta che io sono uno di quelli che non smette mai di spingere, di credere e di lottare.

Insieme alla mia compagna resistiamo, lottiamo fianco a fianco.

Combatto la nostalgia di casa bevendo il mate, accendendo ogni tanto la mia fedele griglia per fare l’asado e ordinando online il dulce de leche.

E gli alfajores.

L’oceano Atlantico così mi sembra più piccolo.

 

Io e i miei compagni quell’anno abbiamo dimostrato qualcosa.

Dimostrare.

Che parola strana. Sembra che in pochi si ricordano cosa vuol dire.

Ora ai giovani non interessa dimostrare, loro vogliono.

Loro parlano delle loro esigenze: le scarpe, il giorno libero, i minuti in campo.

 

Credere nelle cose che fai.

Se ci credi allora finirà che dimostri.

E se dimostri ottieni.

Quando hai ottenuto allora puoi chiedere.

 Santiago Orduna

Sono in Italia da 10 anni ormai e amo il vostro Paese.

Anzi il mio Paese, visto che ho la seconda cittadinanza e che qui noi ci sentiamo a casa.

Ho giocato in tante squadre, più o meno prestigiose, ma in ogni posto non ho mai smesso di restare fedele alla mia natura, al mio cuore di combattente.

Quella di oggi è una sfida nuova.

Ma sarà sempre una sfida nuova.

 

Nello sport conta solo il presente.

Possiamo raccontarci il passato e leggere storie magnifiche.

Ma quando finisci di leggere l’articolo conta solo la prossima partita, il prossimo set.

Conta la voglia che ci metti.

Conta quanto hai voglia di lottare e di migliorare anche a trent’anni.

Conta cosa insegni ai giovani

Conta come vivi lo spogliatoio: come se fosse la tua seconda casa o come un semplice ufficio?

 

Ci devi mettere sempre del tuo: coi compagni, con te stesso, col coach.

 

Mi alzo e prendo il microfono in mano:

guardo gli invitati che sono a cena, poi guardo i miei compagni più giovani.

Spero abbiano le orecchie belle aperte, pronti ad ascoltarmi.

 

Perché ho deciso di cosa voglio parlare.

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Santiago Orduna / Contributor

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