Sarah Sjöström

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Dell’acqua mi sono innamorata subito.

Del nuoto invece no.

Ero in vacanza con i miei genitori e i miei fratelli quando ho capito che potevo galleggiare come facevano gli altri, e mi sono subito sentita felice.

Come se avessi trovato il mio posto.

Guardavo la gente tuffarsi e provavo ad imitarla, felice della sensazione che l’acqua mi lasciava addosso.

È stato amore a prima vista.

Poi ho cominciato a fare sul serio, nuotando per un club, e tutto è cambiato piuttosto in fretta.

Ho scoperto quanto fosse difficile stare sott’acqua, quanto fosse faticoso fare gli esercizi per imparare cose nuove e quanto fosse complicato padroneggiare i diversi stili. Ero pigra e ci è voluto del tempo per iniziare ad apprezzare la gioia della fatica.

Sono cresciuta “dentro” il nuoto, poco alla volta, lasciando a me stessa lo spazio per comprenderlo e per farne davvero un pezzo della mia vita.

Non succede dal tramonto all’alba.

Richiede ricerca, richiede maturità, e richiede sopratutto un processo, perché l’amore è una strada a doppia corsia, se vuoi farlo durare.

Così, la sfida e tutti gli aspetti mentali della disciplina sono passati dall’essere la cosa che mi piaceva di meno a quella che mi piaceva di più.

Sarah  Sjöström

© AlfredoFalcone / LaPresse

La soddisfazione arriva.

E arriva dalla consapevolezza di aver riempito tutte le caselle.

La gioia del “riuscire”, del raggiungere qualcosa.

Ci sono dei giorni in cui mi sento semplicemente imbattibile, ed è un sentimento che non ha davvero nulla a che fare con il successo in quanto tale.

Perché in quei momenti, che capitano spesso lontano dalle gare, non sono gli “altri” il mio metro di paragone, il mio obiettivo non è toccare la piastra prima di qualcuno.

È più una sensazione di conquista, quasi un dialogo col nuoto stesso, che si realizza nella sensazione di poterlo controllare, dominare.

Quasi di possederlo.

Significa “battere” ogni richiesta dell’allenatore, andare oltre le aspettative che ha riposto su ogni singola vasca, andare sotto i tempi richiesti e non sentire fatica.

E volerne ancora.

Significa sentire la performance, apprezzarla.

Sentire le braccia e le gambe essere in pieno controllo, un tutt’uno con l’acqua e, allo stesso tempo, espressione di uno sforzo massimale.

Sarah  Sjöström

Mi succede anche in gara, a volte, ed è quella consapevolezza di averne sempre di più, a prescindere dalla forza, dalla rabbia e dalla volontà delle altre.

Le vedo o le sento aumentare il ritmo, stressare l’andatura, cercare di spaccare la gara e dentro di me tutto si muove lentamente, come se sapessi che non hanno una vera chance di battermi, perché so di poterle andare a prendere comunque.
So di avere sempre una marcia in più da scalare.

È una sensazione di potenza, di pienezza, che definisce i giorni migliori, anche in allenamento. È una sensazione rara, ma che vale più delle medaglie e dei Record del Mondo perché rappresenta la differenza tra motivazione e dedizione: una sopravvive ai risultati, l’altra invece no.

Cercare motivazioni è una perdita di tempo e di energie.

Quando ci sono è perché sono arrivate da sole, e non serve spingerle più in là di così.

La motivazione è una forza instabile, soggetta all’emotività, al pensiero del momento, dipendente dal momento che stai vivendo come atleta e come essere umano.

È una carica di dinamite, che non sempre puoi far esplodere come e quando decidi tu.

La motivazione non il motivo per cui diventi un campione.

Quello è un merito esclusivo della dedizione, che è la chiave di ogni successo.

Sarah  Sjöström

© AlfredoFalcone / LaPresse

La dedizione è ciò che ti permette di continuare a spingere anche quando la motivazione è bassa, oppure quando manca del tutto.

È la capacità di scendere a compromessi con i limiti dettati dal tuo stato di forma, dal periodo e dal momento della stagione, senza sentirti completamente svuotata. Significa comprendere il valore della singola ripetizione, del singolo giorno, pur sapendo che i risultati sono invisibili o nascosti.

È il realismo richiesto dalla logica per alimentare il sogno di grandezza, che invece è irrazionale.

Dopo 15 anni di nuoto al più alto livello, riesco ancora ad avere dei sogni.

Sono obiettivi enormi, apparentemente irraggiungibili, illogici ma che mantengono fresca la mia fantasia, il mio desiderio.

Non raggiungerli non distrugge il mio animo, proprio perché conosco la mia dedizione e il valore del fallimento, ma averli mi aiuta comunque nel percorso di avvicinamento.

Penso ai Giochi di Tokyo e a come mi sia rotta il gomito a cinque mesi dal via.

Ricordo le ore passate sulla bici da spinning, a macinare chilometri per tenermi in forma, immersa in un sogno ad occhi aperti.

Mi visualizzavo sul podio olimpico, con una medaglia al collo, mentre nel braccio sentivo il sangue pulsare contro le placche di metallo.

Per fortuna non avevo bisogno di qualificarmi per le Olimpiadi, e ho potuto vivere la riabilitazione coccolata da questa doppia sensazione: il desiderio di stupire il Mondo, e la pace di non sentirlo necessario per dire chi sono.

Sarah  Sjöström

La medaglia, alla fine, è arrivata, con il suo solito carico di felicità e di aspettative.

Di gioia e di responsabilità.

Il tempo passa e tutto si trasforma: oggi non affronterei più una competizione con lo stesso approccio con cui, per esempio, ho partecipato ai Mondiali di Gwangju, dove ho fatto tutte le gare che potevo, e vinto medaglia in ognuna di esse.

Sono grata di essere in grado di scegliere gli appuntamenti che amo di più, per preservare il mio fisico e per sentirmi comoda in tutto quello che avviene dietro le quinte di un evento internazionale.

Voglio il mio tempo tra una semifinale e l’altra.

Tra l’antidoping e lo scioglimento.

Tra un’intervista e un massaggio.

Ma questo non cambia il mio modo di vivere il nuoto, né mai lo farà.

Uno sport che mi fa sentire bene, in equilibrio tra talento e dedizione.

Uno sport che mi ha dato tanto ma che ho dovuto imparare ad amare perché l’acqua è soltanto inizio.

Sarah Sjöström / Contributor

Sarah  Sjöström