Simona Quadarella

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L’amore per il nuoto, diventato poi il mio mestiere, ha radici profonde dentro la mia infanzia e lo devo a mio padre, a mio nonno e a mia sorella.

Il nonno mi raccontava sempre di quando da ragazzo nuotava fino ad un isolotto in mezzo al mare, al largo di Siracusa, sperando che io ed Erica ereditassimo la sua passione, come già aveva fatto il papà prima di noi.

Il nonno Giovanni era la mia persona preferita in assoluto, avevamo un rapporto speciale noi. Quand’ero bambina, e come tutti i bambini non sapevo dire le bugie, se arrivavo in casa e lui non c’era correvo da nonna e mi lamentavo subito:

dov’è il nonno? Dov’è il nonno? Che io devo giocare con lui.

Nonna, paziente, me lo indicava senza gelosia, con lo sguardo di chi sapeva bene cosa ci fosse di speciale in quell’uomo. In fondo lei era stata la prima tra tutti a sceglierlo in mezzo a tanti.

Simona Quadarella

Il gioco preferito mio e del nonno era quello lanciarci le palline da tennis seduti a gambe larghe sull’enorme tappeto che teneva in salotto. Lui era bravissimo a rendersi ridicolo per farmi ridere, a raccontare le storie e a fare uscite comiche di ogni tipo. Quello era il nostro cantuccio speciale.

Mi ricordo ancora della sua grande sensibilità e di come fosse impossibile per lui trattenere le lacrime ogni qualvolta io piangessi, come se un filo di seta ci tenesse uniti sempre, obbligati ad un’empatia fortissima e costante. Se qualcosa, anche piccola, mi faceva stare male lui la sentiva arrivare.

Che non abbia fatto in tempo a vedermi diventare grande è davvero un dispiacere forte e anche se tutti, ancora oggi, mi ricordano di quanto lui fosse una persona incredibilmente amata in casa e sul lavoro, io ho la piccola, dolce, pretesa di essere stata quella che l’ha amato un pochino più degli altri.

Simona Quadarella

Il piacere di stare in acqua e di nuotare l’abbiamo imparato presto tutte e due, io e mia sorella. Quasi idolatravo Erica, perché quando eravamo piccoline, lei era quella più brava in tutto, sia a scuola che nello sport. Come tutte le bambine che hanno a che fare con una sorella maggiore piena di talento guardavo a lei con un desiderio indecifrabile, un misto perfetto di ammirazione e voglia di distinguermi.

Ricordo che le chiesero spesso di cimentarsi con i mille e cinque, in vasca, e che lei rispondeva sempre e comunque di no. Sono certa che li avrebbe saputi fare, e anche molto bene, ma forse pensava che quella fatica così grande non facesse per lei. Per cui quando Cristian, il mio allenatore, lo chiese a me, quasi non gli lasciai il tempo di finire la frase:

Sì! Sì li faccio.

Nel primo incontro con la specialità che poi mi avrebbe dato tante soddisfazioni c’erano in egual misura la voglia di essere come mia sorella e quella di non esserlo. Un’immagine perfetta per descrivere gli occhi con cui si guardano di solito i fratelli maggiori.

Simona Quadarella

I mille e cinque sono diventati subito la mia gara, quella che mi ha messo sulla mappa, e con lei ho un rapporto strano, come un abbraccio stretto di cui hai un po’ voglia e un po’ no.

Li affronto bene solo se sono tanto concentrata.

Certo conto le vasche, ma la cosa più importante in assoluto è la continua ricerca delle buone sensazioni.

Bracciata dopo bracciata il mio scopo principale è imporre a me stessa di sentirmi bene.

Concentro tutti i miei sforzi per mantenere l’equilibrio tra mente e corpo fisso sul positivo.

 

E basta.

 

La gara si prepara, ovvio, e Cristian a bordo vasca mi aiuta con i segnali a capire come la sto interpretando, se stiamo andando bene. Ma è come se ci fosse, per me, una linea sottilissima che divide il faticare dal prendere ritmo e non faticare più.

A volte cadi al di qua della linea, a volte aldilà.

Tutto il positivo che senti e che riesci a fare tuo durante le bracciate ti restituisce ritmo, il ritmo ti toglie fatica, e senza fatica abbassi i tempi.

È come una soglia, passata la quale il mio corpo accetta il sacrificio e si uniforma ad esso, trasformando tutto in una canzone d’accompagnamento di cui conosco a memoria gli accordi.

 

La mia crescita è sempre stata costante e a guidarla, dal punto di vista tecnico, c’è sempre stato Cristian. Ci conosciamo da tanti anni ormai e lui di me sa tutto quello che c’è da sapere.

Si accorge dei dettagli.

Sa cosa fare quando sono triste, cosa fare quando sono arrabbiata. Sa cosa fare se in acqua mi sento bene, oppure se ho delle cattive sensazioni. Quello che ci unisce è qualcosa di molto raro, soprattutto nello sport di oggi, che tende a ridurre i rapporti a numeri, che consuma le risorse e la pazienza della gente con troppa fretta. Tra noi non è mai successo.

Simona Quadarella

Iniziare a fare grandi risultati ha cambiato un po’ le cose, ovviamente.

E lo ha fatto in meglio, perché ha messo delle fish in più su una mano che sapevo già essere quella vincente. Ha certificato quello che in fondo io sapevo già: quello che facciamo funziona.

Mi fidavo di lui quando da bambina mi disse di provare i mille e cinque, figuriamoci adesso. E mi fido perché ho una sola, incrollabile certezza: che lui vuole solo vedermi felice. In acqua e fuori. Il resto, così, passa per forza in secondo piano.

Non che non ci siano stati momenti difficili; quelli capitano nella vita di chiunque.

Nel mio caso sotto forma di paura, più che di dubbio.

La paura di arrivare un giorno, tra qualche anno, a dirmi che forse ho sprecato gli anni migliori della mia vita, sacrificandoli all’altare della fatica e degli allenamenti. A dirmi che forse quella leggerezza che mi sono negata in adolescenza è persa definitivamente.

Paure che durano certamente meno di quanto dura una mia gara.

Si prendono lo spazio di un istante e poi scompaiono all’ombra dei ricordi belli e dei sogni futuri.

La forza delle cose belle guadagnate potrà anche sembrare semplice. Ma non lo è.

È un dono che ti sei fatta da sola e che resta lì, da usare quando serve, come salvagente o come molla.

Simona Quadarella

Tra le cose belle guadagnate spero che ci saranno presto anche le Olimpiadi, perché a Tokyo, io, ci voglio andare eccome. Finora i cinque cerchi li ho visti soltanto dalla televisione, se si escludono le Olimpiadi giovanili e anche se tutti, durante quei Giochi, mi ripetevano che erano davvero simili ai loro fratelli maggiori, a me puzzava un po’ di bugia.

L’edizione di Londra 2012 me l’ero vista quasi tutta in televisione, a partire dal nuoto e dai tuffi, uno sport che mi affascina tantissimo. Avevo solo quattordici anni e l’Olimpiade non era altro che un sogno grande, per il quale abbandonarsi volentieri sul divano.

 

Quattro anni più tardi, guardare l’edizione di Rio da casa, non fu altrettanto semplice, ed infatti mi limitai alle gare di nuoto, spegnendo lo schermo appena finivano quelle. Il dispiacere di non prendere parte all’evento è stato forte e non riuscivo a prenderla a cuor leggero.

Ho sofferto un po’ la sensazione di non essere stata all’altezza.

La mia gara principe a Rio non c’era e mi ero dovuta adattare sugli 800 per provare a qualificarmi, ma quella rimaneva comunque una delusione sincera.

 

Oggi, quando mi riguardo indietro, penso che sia stata solo una tappa saltata, una pagina del libro incollata alla precedente. Un treno su cui non sono salita in tempo, ma che perdere è stato comunque utile.

Mi è servito per riuscire raddoppiare i miei sforzi.

Mi ha spronato a migliorare sensibilmente anche nelle altre gare.

Che non si potesse più ripetere di dovermi adattare a qualcosa che non sentissi mio fino in fondo.

Aiutati che il ciel t’aiuta.

La saggezza popolare di solito non sbaglia e mentre io miglioravo sensibilmente anche sui 400 e sugli 800, ecco che i miei mille e cinque entravano diritti nel prossimo programma olimpico.

All in tutto in un colpo.

 

Non nego di aver fatto i salti di gioia quando ho ricevuto la notizia.

 

Ora so che la mia vita è definitivamente cambiata e che finché continuerò a nuotare indietro non si torna. A volte mi sono sentita sotto pressione, a causa dei giornalisti o delle persone che parlano di me, ma fa tutto parte di un’equazione precisa e non si può fingere che non ci sia un equilibrio da trovare in tutte le cose nuove.

Pensare ai bambini che mi seguono, per esempio, e che magari iniziano a nuotare dopo aver visto una mia gara, rimette in linea tutti i miei pensieri e li infiocchetta perfettamente.

Simona Quadarella

Capita che qualcosa dell’anonimato mi manchi.

Serve una cura attenta, a tutto.

Soprattutto nei gesti e nei comportamenti, perché quasi tutto quello che fai è potenzialmente facile da male interpretare, per quelli che non aspettano altro o non hanno di meglio da fare.

È altrettanto vero però che se vuoi vincere su tutta la linea, e quella è sempre molto sottile, la cosa migliore da fare è non dimenticare mai come sei fatta veramente, perché ad essere se stessi si piace di più anche agli altri e la vita è molto, molto più semplice.

Simona Quadarella / Contributor

Simona Quadarella