Ivana Dojkic

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Per anni ho pensato che il lavoro in campo bastasse a tutto, ad ogni parte di me.
Un’imperfezione quotidiana.
Necessaria e che brucia.

E la perfezione più intima.
Nascosta ma che dà pace.
Quasi religiosa.

Tutta la mia vita, fino ad ora, è stata mossa da due forze distinte e parallele.
Una visibile, l’altra invece no.
Una accessibile a tutti, con ogni spigolo e con ogni durezza.
L’altra che si mostra solo ora, solo a tratti, persino a me, un’alba alla volta.
Le albe di quando sono felice.

Ivana Dojkic

Se me l’avessero chiesto qualche anno fa, o anche soltanto qualche mese fa, sei felice, dubito che avrei risposto di sì.
Gioia, forse.
Felicità, quella no.
Dubito che sarei stata in grado di vedere e di raccontarmi oltre il campo, oltre l’ambizione.
Oltre il mio desiderio di essere brava.
Di essere forte.
Più forte del giorno prima.
Ancora e ancora.

Lo pensano in molti.
Lo dicono tutti.
Specie quando parlano con un allenatore, un dirigente, o con un microfono, perché è ciò che ci si aspetta da un’atleta. Da un artista, da un maestro.
Ma in pochi vivono secondo ciò che questa volontà comporta.
In pochissimi si alzano al mattino sinceramente consumati, nutriti e consumati insieme, dall’esigenza profonda di crescere.
Crescere. Imparare.
Superare il passato. Anche quello che hai messo a dormire la sera prima.

Ivana Dojkic

Pallacanestro, certo.
Ma anche esperienze.
Libri.
Lezioni.
Capire: ho sempre voluto capire.
Cose nuove, come se chi sono non mi bastasse, come se volessi scavare e innalzare. Fondamenta più profonde, grattacieli più alti.

Sono sempre stata così, fin da bambina.
Piena di energia.
Curiosa di tutto. Dipendente da nulla.
Credo di aver provato ogni singolo sport che veniva proposto nella mia città.

Ivana Dojkic

In famiglia c’era, e ancora c’è, grande attenzione all’argomento.
Sono cresciuta con un background sportivo, ma questa fame di ricerca, questo desiderio di testare continuamente me stessa, è solo mio.

Ho un’immagine molto precisa davanti agli occhi.
Erano gli anni dell’asilo, e la scuola aveva organizzato una versione speciale delle Olimpiadi. I giochi dei bambini mascherati dai Giochi dei grandi.
Me ne stavo ritta sul podio, passeggiando in mezzo agli altri bambini e bambine.
Al collo cinque medaglie, forse sei.
Salto in lungo, corsa, calcio in mezzo ai maschi, qualsiasi altra disciplina disponibile.

Era il mio linguaggio.
Il mio codice.
Non solo non so cosa sarei stata, senza lo sport.
Non so neppure se sarei stata in grado di raccontarlo.

Metafora. Vocabolario. Lingua.
Lo sport è sempre stato la mia lingua madre.
E nel volerla padroneggiare, mi ha obbligata ad abbracciare l’imperfezione necessaria, quotidiana. Quella che a volte ti illumina.
E altre volte ti scotta.

Ivana Dojkic

Appena abbiamo avuto l’età per farlo, io e mio fratello siamo andati a Zagabria.
O meglio, appena lui ha avuto l’età per farlo è andato a Zagabria.
Per diventare un giocatore di basket.
Io l’ho seguito.
Più piccola e con meno talento.
L’ho seguito mollando casa.
Mollando la pallavolo, le amicizie e tutto il resto.
Perché volevo vedere cosa ci fosse, ad aspettarmi.
Oltre. Volevo andare oltre.
Spinta da un pensiero che non sapevo ancora formulare a parole ma che era chiarissimo, dentro.

Adesso capisco meglio cosa hanno fatto i miei genitori per renderlo possibile.
Non so in quanti avrebbero fatto quel sacrificio: mia mamma è venuta con noi, mentre papà è rimasto a casa, per lavorare.
Siamo stati separati per una decina d’anni. Giorno dopo giorno.
Sorretti soltanto dall’amore reciproco, che più è intenso e meno pretende, e guidati da quella scintilla senza nome, che sentivamo bruciare noi bambini.

Meglio di ieri.
Essere meglio di ieri.

Ivana Dojkic

Non so perché, ma devo essere meglio di ieri.
Senza la famiglia, tutto quello che è successo dopo non sarebbe accaduto.
Avere qualcuno che ti porta agli allenamenti, che ti domanda della scuola con vero interesse, che prepara la cena con una cura che valga più della scelta degli ingredienti.
Senza, non sarebbe servito a molto.
Questo ha fatto la differenza.

Così, l’imperfezione è diventata una guida.
Una fonte di opportunità.
È diventata l’architettura della mia persona.
Il castello del mio spirito, qualcosa che protegge chi ci vive dentro e che cresce con me, sempre di più, convinta che migliorare sia la risposta, ma anche ignara del fatto che il cielo è sempre più su.
Irraggiungibile per definizione.

Non sono stata sempre una compagna e una giocatrice facile.
Non da gestire.
Non da capire.
Non da frequentare.
E, ad un certo punto, la reputazione ha iniziato a camminare al mio fianco.
Brava, ma non facile”.

Ero rigida, molto protettiva.
Crescendo cambiavo città e Paesi.
Vivevo ambienti nuovi, che andavano tradotti e sintetizzati nella mia lingua.
Ho pensato a diventare forte, per sopravvivere.
Quando a 18 anni sono arrivata a Mosca, è stato come atterrare su un pianeta diverso, enorme e dispersivo. Straniero in ogni sua sfumatura.
Io, che venivo dalla mia piccola realtà, mi sono chiusa.
Chiusa in casa.
Chiusa in palestra.
Chiusa agli altri.

Ivana Dojkic

Se qualcuno non la pensava come me, erano problemi suoi.
Anche in campo mostravo sempre troppo le mie emozioni.
Avevo un piano.
Avevo obiettivi da raggiungere, capacità da affinare.
Volevo tutto, e sentivo di non avere niente.
Felice di essere infelice perché imperfetta.

Non ho mai dubitato della strada in quanto tale.
O del grande schema delle cose.
Ma ho messo in discussione spesso il valore di una singola tappa.

Da piccola avevo delle visioni di grandezza.
Sentivo davvero di essere destinata a un traguardo.
A un successo.
A qualcosa di importante.
Solo ora riesco a comprendere quanto sia sottile ciò che tiene tutto insieme.
Quanto la mia insoddisfazione perenne, il mio bisogno di chiedermi di più, ancora e ancora, abbia reso possibile questo viaggio.

Tra America ed Europa: viaggi, allenamenti, partite.
Alcune stagioni non sono mai iniziate e mai finite.
Sono state come un lunghissimo flusso di coscienza.
Sono state, per riflesso, la mia esistenza.

Lo faccio ancora, per tante ragioni.
Per capire fin dove posso arrivare.
Per la mia famiglia e i loro sacrifici.
Per restituire a qualcuno quel che ho ricevuto io.
Perché è la mia vita.

Ivana Dojkic

Ma l’età ha portato consiglio.
La fatica ha smussato gli angoli e, dopo aver amato l’imperfezione per anni, dopo averne fatto il perno del mio futuro, ho imparato anche ad abbracciare il perfetto.
Ho iniziato a sentire la presenza di qualcosa di enorme, sotto la superficie del quotidiano.
Ho iniziato a rendermi conto che sono viva, che sono in salute, che il basket è magnifico e che mi permette esperienze uniche. E che è perfetto così.
Anche nei giorni in cui mi fa male un ginocchio.
Quelli in cui non faccio canestro.
Quelli in cui non sono d’accordo.

Ho scoperto, con mia enorme sorpresa, che anche io posso essere al posto giusto e al momento giusto. Che sentirmi in disequilibrio mi ha aiutato a crescere, ma non mi basta più.
Ho scoperto che ho fame di altro, che voglio studiare, voglio uscire dalla palestra, voglio conoscere tutto. E che, nel farlo, il mio basket è migliorato.
Mi ha resa più capace.
Più disponibile.
Più serena.

Più mi bastano le cose semplici, e più mi è chiara la possibilità di scegliere ogni giorno chi voglio essere. E la risposta è, ancora, una giocatrice di basket.
Che è quello che faccio e quello che sono insieme.
Che è la mia sintesi dell’esperienza intera.
Il mio esperimento lungo trent’anni.
Il mio modo di mettere a sistema l’imperfezione umana e la perfezione del cosmo.
La mia lingua madre.

Ivana Dojkic / Contributor

Ivana Dojkic