Ci sono persone che sembrano lontane-lontane, più di quanto un uomo possa correre.
O spingere.
Crescono in case diverse, dentro abitudini diverse, imparano a stare al mondo in modi diversi. Poi, per caso, si ritrovano dalla stessa parte di una mischia.
E quelle differenze diventano il modo per riconoscersi.
M: io, per esempio, sono cresciuto nella trattoria dei miei genitori.
Papà e mamma lavoravano tutti i giorni, sette giorni su sette, e io stavo con il nonno, la nonna e la zia.
Siamo quattro fratelli.
I nonni non ci hanno fatto mancare nulla, neanche l'affetto. Soprattutto quello.
Per me, mia mamma, mio papà, mio nonno e mia nonna sono quasi allo stesso livello.
A mio nonno piacevano la campagna, gli animali, i campi. Ancora oggi se ho un cavallo a casa è un po’ colpa sua.
E a lui devo anche il primo ricordo.
Una foto: io piccolissimo, lui e il mio papà accanto.
S: sono sempre stato il più piccolo, forse il più viziato.
Di sicuro il più coccolato.
Mio fratello Lorenzo, che ha nove anni più di me, è stato anche una guida.
Un esempio.
È stato lui a farmi cominciare il rugby.
Andavo a vedere tutte le partite.
Venivo dal calcio, ma ero troppo irruento. Anche se sono milanista, mi sentivo come Materazzi per la fisicità, il modo in cui entrava.
Avevo bisogno di uno sport più di contatto, più ruvido. Sono andato a provare e mi sono rimasti impressi lo spogliatoio, l'ambiente: mi sono innamorato subito.
M: innamorato si, ma scarso.
Quando sono arrivato in Accademia eravamo in venti. E di quei venti, ero il più scarso.
Solo che avevo voglia di lavorare.
Con mio nonno e mio papà l’insegnamento è sempre stato quello: lavorare, lavorare, lavorare. Me lo sono portato dietro: ero il primo che arrivava e il primo che andava via. Le mancanze le ho recuperate nel tempo.
L'allenatore mi aveva preso anche per questo.
Aveva chiamato a casa: «Dov'è Mirco?».
«È al bar, lavora con mamma e papà».
«E nel tempo libero?».
«Aiuta il nonno».
Avevo sedici anni. Lui disse: «Non ce ne sono di ragazzi così. Prendiamolo».
Si chiamava Mattia Dolcetto. È stato il primo vero allenatore a credere in me.
S: da bambino ero molto introverso e timido. Sono caratteristiche che mi porto ancora dietro, soprattutto fuori dal campo.
In campo, invece, mi trasformavo. È il posto dove posso sfogare tutto.
La mia famiglia ha sacrificato tanto per me.
Eravamo sempre in giro per l'Italia per tornei e concentramenti.
Tutte le domeniche, tanti viaggi.
Per me ogni partita è un riassunto di questa vita.
Un modo per restituire e per non deludere le aspettative.
M: dai dodici ai diciassette anni non ho mai fatto un giorno di vacanza.
Se ci andavo io, mio papà doveva restare a casa in fattoria, soprattutto dopo la morte di mio nonno.
Così rinunciavo e loro potevano riposarsi un po’.
Stavo a casa con mia nonna, mi occupavo degli animali e dei campi.
Se vuoi bene a un genitore che ti ha dato tutto, quello non è neppure faticoso.
Pensandoci adesso, farei ancora di più per farli stare più tranquilli.
S: di momenti difficili ce ne sono stati tanti.
Momenti di dubbio, come quando avevo firmato per Tolone e sono rimasto in Italia.
Gli infortuni.
Il più lungo è stato quello al ginocchio: tredici mesi prima di tornare in campo.
È un peso che ti porti dietro. Un ritardo che senti di dover colmare il più in fretta che puoi.
Poi, però, più esperienza fai e più capisci quando devi staccare.
E più capisci che a volte, il tempo ha le sue esigenze.
M: nei primi due anni a Treviso mi allenavo anche nel giorno libero.
Ora basta.
Ho seguito Simone, perché è un grande esempio.
Alla sua età si allena più dei giovani. Entra per primo, esce per ultimo. Ha già 150 presenze e continua con quella mentalità. Non sgarra mai.
Mi ha fatto cambiare anche fuori dal campo, nel modo di mangiare e di allenarmi.
Ma mi ha anche spiegato che il giorno libero è per rilassarsi, per non pensare a niente. Che sarà anche banale, ma qualcuno deve dirtelo.
Te lo deve insegnare.
Anche se a modo suo.
S: da fuori mi vedono ancora come uno introverso, ma sotto sono sempre aperto alla risata, scherzoso. Dipende molto dalle persone che ho al fianco, da quello che riescono a tirarmi fuori.
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Ho visto commenti sotto una foto in cui sorridevo dopo una vittoria: «toh, è la prima volta che lo vedo ridere».
M: ah no, va beh, io invece sono così. Pensa che culo!
Ho preso da papà.
Anche papà è gran un lavoratore.
Però è uno che non ha un pelo sulla lingua, scherza: se deve fare qualcosa di stupido, lo fa.
S: Mirco mi ha aiutato a tirare fuori una parte più nascosta di me.
Con i suoi video ha fatto vedere agli altri un lato che non si aspettavano.
Ma che esiste. Esiste davvero.
Ed è un bene che esca.
M: la cosa che mi dispiaceva è che quasi nessuno si calcolava Simone, che è da dieci anni in Nazionale e prima o poi arriverà a 150 presenze con Treviso.
È un esempio di come il lavoro abbia dato i suoi frutti.
Dopo l'infortunio ha avuto un periodo bruttissimo, era 130 chili, poi è dimagrito e in questi due anni è scoppiato. Fortissimo.
La cosa bella è che tutti pensano che Simone sia quadrato.
Quadratissimo.
Ma è un pirla di prima categoria.
Noi piloni siamo sempre insieme.
Sempre insieme in palestra, a mangiare, in camera.
E lui se ne sta lì, zitto-zitto, poi, all’improvviso apre bocca, e ha sempre la battuta giusta al momento giusto.
S: mi ha aiutato a togliermi un po' questa roba che ho addosso e a essere davvero me stesso.
Ad accettarmi per quello che sono.
A sentirmi ancora affamato a 32 anni, e dopo gli infortuni.
La leggerezza mi serve per affrontare la competizione.
Ogni singolo giorno.
M: io in Nazionale vorrei avere più continuità, partire più spesso con la numero 1 e non con la 17.
Ma quello davanti a me è come me. A volte è meglio di me.
È un lavoratore. Io faccio un'ora in più di palestra e lui ne fa un'ora e mezza.
È uno stimolo ad alzare il livello, ad allenarmi di più.
Il segreto della prima linea sta tutto lì.
S: competere.
Più io sono meglio, più lui gioca bene.
Funziona così.
La mischia è il motore del rugby, il punto di contatto: se non ti porti dietro qualcosa di tuo, di profondamente tuo, non puoi sopravvivere.
Devi scendere in campo con la tua storia, con la tua infanzia.
Con i viaggi, con il trattore, con il nonno.
La reggono insieme a te.
E devi scendere in campo con la palestra fatta bene, ma con il tuo rivale per la maglia da titolare che l’ha fatta meglio, cosi sei incazzato.
È un incrocio di tante cose, non soltanto di braccia e di gambe.
Ma è anche l’essenza del rugby.
Il motivo per cui lo amo ancora, anche se io volevo essere Materazzi.
SIMONE FERRARI / Contributor
MIRCO SPAGNOLO / Contributor


