Stefano Ghisolfi

9 MIN

La paura è un istinto, unemozione primaria radicata nella pancia di ogni uomo. Io non dovrei essere qui.

E’ questo che bisbiglia una vocina nella mia testa, quando sono appeso a 30 o 40 metri dal suolo.
Il peso di tutto il mio corpo poggia concentrato in pochi centimetri.
Sui polpastrelli delle mani, sulle punte dei piedi.

C’è una corda. E’ lì apposta, pronta a sostenermi nel caso dovessi cedere o scivolare, ma di questi discorsi logici a quella vocina frega gran poco.

Tutto quello che posso fare è fidarmi della mia esperienza e sforzarmi di ascoltare laltra voce che sento in lontananza, quella della razionalità.
La seconda voce deve gridare un po’ più forte della prima per farsi sentire. Mi continua a ricordare che io ho un obiettivo da raggiungere, che ho lavorato tanto per arrivare fin lassù.

Dice anche che aver paura è normale, ma raggiungere la catena sarà gioia pura. Quando ho iniziato ad arrampicare avevo circa 11 anni, ed ho avuto fin da subito la sensazione di essere finalmente al posto giusto.
Dopo anni di fatica, spesi su una mountain bike sulla quale mi divertivo ma non riuscivo a migliorare, grazie ad alcuni amici, ho scoperto l’arrampicata sportiva.

Stefano Ghisolfi
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I movimenti e i gesti necessari a salire una parete mi appartenevano quasi per natura, erano spontanei. Entrato in palestra mi sono immediatamente ricordato di quando da bambino mi divertivo a salire sui cartelli stradali o mi appendevo ai lampioni che trovavo per la strada.

Ho scoperto così, che di quel mio impulso naturale, qualcuno aveva fatto uno sport.

L’uomo, in genere, tende a voler affrontare la natura, a volerla domare, piegare.

Lo scalatore, che tra gli uomini è una categoria particolare, fa lesatto contrario, cercando di plasmare se stesso e il proprio corpo per adattarsi a ciò che la natura è, e che continuerà ad essere ben oltre il suo fugace passaggio.
Lo scalatore si guarda

attorno e vede vie da scalare dove gli altri vedono solo pareti di roccia cruda. Vede opportunità dove i più vedono muri. Sfide che per gli altri sono ostacoli

invalicabili.

Il numero di pareti naturali da scalare credo sia prossimo all’infinito.
E’ stimolante trovarne di nuove, cercando di immaginare una possibile linea da seguire. Come un pittore visionario di fronte ad una tela bianca.

Stefano Ghisolfi
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Quando uno scalatore completa per la prima volta una via mai salita prima, si dice che la libera.
Come se fosse sempre stata lì, in attesa di un pioniere che le desse un nome.

Non si ripete mai una via due volte. Appena passata la corda in catena, lo sguardo si posa più in là. Oltre.

Per poter arrivare pronti alla roccia vera e propria, labbiamo portata ad una dimensione più amichevole, più gestibile. Conosco scalatori formidabili che preferiscono restare tra le mura di una palestra e accetterebbero di non salire mai sulla roccia naturale. E conosco scalatori che non si sognerebbero mai di scalare su una parete artificiale.

Io sto nel mezzo, e uso luna come strumento per prepararmi allaltra.

La palestra ci permette di allenare anche i più piccoli dettagli, di farlo in massima sicurezza e di alzare lasticella della difficoltà un poco alla volta. Amo gareggiare, mettermi alla prova e sfidare gli avversari, ma più di ogni altra cosa amo sfidare me stesso. Ed è proprio qui la grande differenza.

In gara puoi vincere e puoi perdere con la stessa facilità, e se sei una persona equilibrata, nessuna delle due cambierà mai chi sei veramente.

Ma la roccia no.
La roccia ti cambia, metro dopo metro, perché sulla roccia te la vedi solo con te stesso.

Stefano Ghisolfi
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Non ci sono gelosie sulla parete.
Nessuno protegge i propri segreti, nessuno perde. Siamo tutti al servizio di tutti.

Le competizioni, specialmente le tappe di Coppa del Mondo, occupano gran parte del mio tempo.
Questanno, pieno di incertezze e di difficoltà per tutti, ho cercato di cogliere il lato buono di una situazione così delicata.

Ho approfittato del lungo periodo in casa e senza gare allorizzonte per dedicarmi e prepararmi ad un progetto ambizioso e forse un poazzardato.

Il mio progetto, che poi è diventato un obiettivo e poi ancora una conquista, era a duemila seicento sessantotto kilometri di distanza da me.

Si chiama Change.
È una via che sale lungo la parete di unenorme grotta tra i fiordi norvegesi, a Flatanger.
Quando è stata liberata da Adam Ondra nel 2012, è stata classificata come la più difficile esistente al mondo e, da quel giorno nessuno ha più tentato di ripeterla.

Preparare nei minimi dettagli qualcosa che accadrà a quasi 3 mila km di distanza, in un luogo che non si è mai visto prima e con pochissime informazioni aggiuntive, è impossibile.

La sola cosa da fare è studiare, essere pronti allimprevisto e poi partire.

Ho consumato le batterie del computer per analizzare il video di quando Adam è riuscito nellimpresa di scalare quella parete per la prima volta.

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Cercavo di simulare i movimenti, di adattare le mie sedute di allenamento a quelli che credevo sarebbero stati i punti più critici.

Ho allenato le spalle, perché nel video sembravano sottoposte ad uno stress incredibile. La via che mi aspettava è lunga 55 metri.

Il garage che fino a qualche anni fa ospitava la mia macchina è diventato un piccolo muro boulder dove io e la mia compagna Sara ci siamo allenati in vista della partenza per la Norvegia.

Quando, dopo 3 giorni di viaggio, abbiamo parcheggiato il nostro furgone ai piedi della strada che porta alle fauci della gigantesca grotta, è iniziato il nostro vero e proprio pellegrinaggio e il vero e proprio assedio.

Ci sono voluti quasi due mesi di tentativi. Passavamo giornate intere dentro a quellanfratto di terra. Si partiva al mattino e si scendeva al calar del sole.

Dopo alcune settimane in cui cercavo di capire come superare una parte della via molto complessa senza avere un gran successo, sono dovuto tornare in Italia per disputare, con le Fiamme Oro, il campionato nazionale. Sono riuscito a conquistare la medaglia doro. Ma pensando alla Norvegia ero frustrato, temevo di aver sprecato il mio tempo e iniziavo a dubitare di riuscire davvero nellimpresa.

Stefano Ghisolfi

Mi ci sono voluti tutti i kilometri fatti verso casa e poi di nuovo verso Flatanger per ricaricare le mie energie mentali.
E quando siamo tornati, a distanza di giorni, quella parete tanto ostile mi è sembrata come il viso di un vecchio amico, di cui impari a cogliere le emozioni dalle piccole rughe d’espressione.

Più confidenza, più sicurezza, e tutta la serenità che il paesaggio mi donava. Ho chiuso Change in un giorno di sole.

Troppo caldo perché le condizioni potessero definirsi favorevoli. Non cera vento, la roccia era umida.
Le dita sanguinavano molto.

Ho rischiato di cadere due volte, una a pochissimi passi dalla fine. Li ho contati, 185 movimenti. Da terra alla catena finale. E le mie due voci, in coro, hanno detto:

Si, io non dovrei essere qui. Ma quanto è bello il panorama da quassù.

Stefano Ghisolfi / Contributor

Stefano Ghisolfi

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