Alice Robinson

Alice Robinson

9 MIN

La mattina del 31 ottobre del 2015, come tutti i neozelandesi, bambini o adulti che fossero, mi sono alzata prestissimo, praticamente all’alba, per vedere in diretta la grande finale.

Lo stadio era quello di Twickenham, nel pieno centro di Londra, e la sua atmosfera magica si poteva quasi respirare, anche dallo schermo della tv.

È una specie di tempio per chiunque abbia mai giocato a rugby, stracolmo di 80 mila persone, che erano arrivate fin lì per vedere chi avrebbe alzato al cielo la Coppa del Mondo.

Da un lato i nostri amati All Blacks e dall’altro lato del campo i Wallabies, i cugini australiani, in un derby che significa tanto per tutti e tantissimo per me, che in uno dei due Paesi sono nata e nell’altro sono diventata grande.

In più la vecchia cara Inghilterra era lo scenario perfetto per la resa dei conti definitiva (provate a mettere in fila le bandiere delle tre nazioni e tutto si spiegherà da sé!)

Adoravo quella squadra, perché in Nuova Zelanda sono cresciuta guardando tutte le partite di Richie McCaw, il capitano, e gli ho visto migliaia di volte buttare la testa e il cuore in buchi dove gli altri facevano fatica a mettere il piede.

Era il mio idolo.

Era l’idolo di una nazione intera.

E in quell’alba di cinque anni fa riportò a casa la Coppa, proprio come aveva fatto con quella dell’edizione precedente.

Alice Robinson

Quando ero piccola non guardavo molte gare di sci, perché semplicemente non le facevano vedere.

Lo sci non è abbastanza pop alle nostre latitudini.

O meglio: non ancora!

Ci stiamo lavorando!

Non di solo rugby vivevo, questo no. Qualche gara riuscivo sempre a seguirla, magari di notte, e miei modelli sugli sci erano Lindsey Vonn e Bode Miller.

Banale, lo so.

Ma le loro storie sono davvero larger than life, ed è impossibile non innamorarsene.

Lindsey vinceva sempre. Sempre.

Qualunque cosa le accadesse, qualunque infortunio, lei andava avanti, potente come un carro armato e allo stesso tempo leggera come un’aquila.

Mentre Bode…beh Bode era Bode!

Difficile aggiungere altro, con il suo stile pazzo, sempre spinto all’attacco, a prescindere dalla pista, dagli avversari, dal tempo. A prescindere dal buon senso!

Oggi, quando penso al mio modo di sciare, mi piace pensare di assomigliare un poco a lui, mi piace pensare di essere potente, forte, intensa. E nessuno mi farebbe un complimento più grande che dirmi che sembro Bode quando sono al cancelletto, preoccupata solo di arrivare in fondo il più velocemente possibile, no matter what.

Alice Robinson

Sono nata a Sidney, vicino all’Oceano, non posso dire che lo sci fosse il mio approdo naturale, il mio destino certo. Ma lo sport lo era, senza dubbio.

Ho provato il calcio, l’atletica e poi anche l’equitazione, sempre divertendomi come una pazza.

Mia mamma è cresciuta in una fattoria, mentre papà è originario del Queensland, un posto dove il sole e il mare oscurano il pensiero delle montagne. Non penso nessuno dei due abbia provato un paio di sci prima di diventare maggiorenne!

Ma quando ci siamo trasferiti in Nuova Zelanda, a Queenstown, io ho provato subito a vedere che effetto facesse, nella vicinissima stazione di Coronet Peak.

Non tenere le gambe a fetta di pizza! Fai le patatine fritte!

Le patatine fritte!!

Questa fu la prima lezione dell’istruttore per imparare subito a tenere le punte degli sci parallele, perché solo chi li fa scorrere bene arriva in fondo prima degli altri.

Non me lo sono fatta ripetere due volte! Avevo 4 anni.

Poco più tardi rimasi folgorata dai bambini che oltre a sciare durante la settimana facevano anche le gare, nel weekend, perché avevano delle tutine bellissime, e ne volevo una tutta mia.

Poi ho vinto la prima gara, e mi sono resa conto che vincere è divertente.

È iniziato tutto così.

Alice Robinson

In Nuova Zelanda lo sci non è uno sport da copertina e per questo ho avuto il privilegio di un’infanzia divisa perfettamente a metà. Quasi una doppia vita.

Non ho frequentato scuole dedicate allo sport.

Non avevo un piano per il successo da seguire a ritmo serrato.

Sognavo di poter diventare una professionista, ma non sono mai stata “la sciatrice” prima di esserlo diventata veramente.

Solo Alice. Ero solo Alice.

Alice che andava a scuola la mattina e a cui piaceva sciare nel resto del tempo.

Sul Coronet Peak è stato come aver trovato una seconda famiglia, si percepisce sempre una community vibe, un senso condiviso, un’onda lunga di amore e fratellanza che unisce tutti gli atleti.

È il nostro modo di vivere lo sport: lavorare duro senza mai prendersi troppo sul serio.

Poi, intorno ai 14, 15 anni, i risultati hanno cominciato a diventare importanti e mi sono resa conto che, forse, questo sport sarebbe potuto diventare qualcosa di più di una semplice passione.

Da lì in avanti è stato tutto velocissimo (e lo è ancora): un roller coaster fattodi viaggi, di gare, di interviste da fare e di cose da migliorare.

A 16 anni mi sono ritrovata alle Olimpiadi, la più giovane di sempre a difendere i colori del mio Paese, e finite quelle si sono definitivamente aperte le porte della Coppa del Mondo.

Alice Robinson

Il primo anno nel circuito è stato un po’ spaventoso.

Non avevo una grande squadra intorno a me, nessuna compagna che mi potesse fare da mentore. Ci ho messo del tempo, ma quando ho iniziato a capire come funziona questa vita così strana, non ho più avuto pensieri.

Ho imparato che quella degli sciatori è una routine complicata, strana, ed è uguale per tutti.

Solo che per qualcuno è più uguale degli altri.

C’è chi pensa che la neve non sia un affare per gli atleti che vengono dall’emisfero sud, e quelli di noi che ce la fanno, devono mettere in preventivo di vivere 6 mesi all’anno ad un fuso orario completamente diverso dalle persone a cui vogliono bene.

Le mie origini attirano tanta curiosità.

Tutti si chiedono, e mi chiedono, come io abbia fatto ad arrivare qui, partendo da dove sono partita.

Molta fortuna, tanto lavoro, e altre random things.

A ben vedere è un po’ un mistero in effetti!

Ma è un bel mistero, e questo lo rende quite cool!

Alice Robinson

Al mio futuro ho tantissimo da chiedere, tanto lui lo sa che non mi deve prendere troppo sul serio.

Voglio diventare una grande sciatrice.

Voglio essere veloce.

Voglio avere un grande stile, che piaccia alla gente. Come Bode.

Voglio vincere una Coppa del Mondo.

Voglio vincere una medaglia Olimpica, così anche la tv neozelandese darebbe un bello spazio allo nostro sport.

Ma rinuncerei a tutto questo volentieri.

Lo farei se la mia carriera servisse per aprire una strada a tante altre ragazze come me. Giovani atlete che vengono dal sud del Mondo, o da Paesi piccoli e senza grande tradizione.

Piccole sciatrici e piccoli sciatori che, anche se non sono nati in Europa o nel Nord America sognano di diventare come i campioni di quest’epoca, e di prenderne il posto, un giorno.

 

È tanto da chiedere, ma la nostra è una generazione nuova, come non se ne erano mai viste prima. Viviamo in un mondo sempre più piccolo e abbiamo così tante opportunità per imparare cose nuove e per diffondere le idee in cui crediamo veramente.

Nello sport e fuori dallo sport.

Io farò il mio, lavorando sodo e mettendoci tutto il mio entusiasmo.

E quando qualcuna, o qualcuno, verrà a chiedermi un consiglio per cominciare a sciare, la prima lezione la offrirò gratis, tanto è facile da ricordare:

Fai le patatine fritte!

Alice Robinson / Contributor

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