Cristina Chirichella

10 MIN

Tarda estate, Napoli.

Era una di quelle fantastiche serate che la città sa offrire: il caldo quasi appiccicoso, le luci, il cielo limpido.

Mi trovavo sul balcone e guardavo fuori fissando un punto nel vuoto, tutto sembrava sereno intorno ma io mi sentivo nervosa, agitata.

Confusa, più che altro ero confusa ecco.

Dovevo scegliere cosa fare e purtroppo dovevo farlo piuttosto in fretta.

Amici, casa, affetti, prospettive, tutto mi girava vorticosamente nella testolina obbligandomi a dare risposta ad una domanda che forse non volevo neanche farmi.

Poi una voce calda ha rotto il silenzio.

L’uomo della mia vita, guardandomi con i suoi occhioni profondi, mi ha detto:

Ma vai! Tu non ti preoccupare, vai! Mal che vada vengo a prenderti e ti porto via, promesso!

L’ho guardato e sorridendo ho risposto:

grazie papà!

Avevo 14 anni e sapevo perfettamente che se avessi gridato “Aiuto” a voce abbastanza alta da farmi sentire da tutti, come le principesse dei film, lui sarebbe venuto con il cavallo bianco in mio soccorso.

Non è che non volessi diventare una giocatrice, anzi.

Semplicemente volevo di più stare a casa, vicina ai miei affetti, alla famiglia, al mio gruppo di amici.

Sono cresciuta nella città più bella del Mondo, Napoli, e tutto per me ruotava intorno a ciò che mi faceva sentire pienamente me stessa: quindi volevo a tutti i costi restarci e costruirmi una vita serena.

Volevo andare all’Università anche se in fondo a scuola non ero bravissima, per quanto me la cavassi bene in storia ed in matematica; avrei voluto passare la mia adolescenza condividendo i banchi con le mie amiche di sempre.

Il più a lungo possibile.

 

Lo sport era una variabile impazzita per me, una scheggia di follia e distrazione, nulla di più.

Li ho provati un po’ tutti: nuoto, karatè, basket, anche il salto in alto.

Cristina Chirichella

© Pietro Santi

Mi piaceva stare in movimento ma più che altro mi piaceva stare con la mia compagnia la maggior quantità possibile di tempo, passando i pomeriggi tutte insieme in qualche palestra, piscina o campo.

Erano tutte più grandicelle di me ed io con loro mi trovavo benissimo. Poi un giorno, in preda ad uno dei miei classici raptus da ho-voglia-di-provare-qualcosa-di-nuovo, ho deciso di buttarmi sul volley.

Ero molto alta e un po’ scoordinata ma me ne fregavo, mi piaceva fare la partita e mi piaceva ancora di più uscire in gruppo dopo la partita e tanto mi bastava ad essere felicissima.

Loro raccontavano sempre delle grandi campionesse che ammiravano, sognavano di diventare come la Piccinini o la Lo Bianco e lo dicevano forte ad alta voce: che più gridi e più è probabile che si avveri, coi sogni funziona così!

Io mi preoccupavo solo di godermi il mare, il sole, la mia città ed un’infanzia felice.

Poi qualcosina iniziò a cambiare. In campo ero brava, anzi più che brava ed ho finito con il ritrovarmi dentro le più svariate selezioni provinciali e regionali.

Una rapida escalation da cui, sinceramente, non sapevo bene cosa aspettarmi.

Fino alla sera del balcone.

Una lettera di convocazione mi invitava ad entrare nel prestigioso Club Italia, che è allo stesso tempo un punto di arrivo e un punto di partenza per tutte le piccole pallavoliste dello stivale che sognano di arrivare in alto.

Ma io, lì sopra a ragionarci insieme ai miei, non avevo ben chiaro cosa il mio cuore volesse fare: andare e provarci o restarmene a casa, protetta dall’amore della famiglia e godendomi la dolce routine di sempre?

Non è domanda da poco, non a 14 anni, perché la risposta che darai finirà con l’essere una di quelle che ti forma il carattere e la personalità.

Poi il gesto del mio papà-cavaliere, quelle parole così dolci e comprensive, mi hanno dato la spintarella che serviva e mi sono detta: “massì proviamoci! Quello che ho qui, a casa, sarà sempre in attesa di un mio ritorno!”

Cristina Chirichella

© Fabio Cucchetti


Quando sono andata a visitare le strutture ero super imbronciata. Ricordo ancora che mi ero piazzata sulla testa un cappellino della Nike schiacciato per benino, in modo da coprire anche gli occhi.

Ci ero già stata una volta lì, per un raduno, e il ricordo delle camerate mi rendeva triste e, forse, un po’ prevenuta. Ma questa volta sarebbe stato diverso, un po’ perché c’erano i miei ed il mio allenatore con me ed un po’ perché a questo giro non sarei tornata a casa dopo solo 3 giorni di allenamenti.

Ho resistito comunque.

Sì, ho resistito fino a pranzo!

Poi mi è venuta un’isterica crisi di pianto! Una di quelle che fanno star male più mamma che te.

E così sono riuscita nell’impresa di esser convocata per la prima riunione privata con gli allenatori: Mazzanti e Mencarelli, dopo poche ore che ero arrivata.

Mi ricordo anche che mi dissero:

sai di solito queste riunioni si fanno un po’ più in là, non dopo poche ore...

Come dargli torto?

Io, per sfiga o per fortuna, avevo un carattere malleabile, ancora in formazione, mi facevo condizionare dalle idee e dalle valutazioni altrui, per cui quel dialogo con i coach e le parole di conforto delle future compagne che mi spingevano a provarci, mi hanno convinto e sono rimasta.

Cristina Chirichella

© Pietro Santi

Il primo periodo è stato di pura depressione, vedevo solo nero. Non sopportavo gli orari rigidi, le camerate fredde e vuote, mi mancava casa, insomma un disastro.

Ma è stato proprio in quel periodo che mi sono trasformata.

Il dottor Jekyll ha scoperto di avere un mister Hyde nascosto sottopelle.

E a mister Hyde allenarsi piaceva da matti!

Ho scoperto che nel mezzo di tutte le cose che non mi piacevano della mia quotidianità le ore di allenamento diventavano uno sfogo dolce, luminoso.

Non avrei mai voluto lasciare il campo per tornarmene in camera o andare in mensa.

Allenarmi mi ha ridato il sorriso ed è diventata una passione più che un obbligo.

Una passione che alimenta continuamente sé stessa.

Fuori dal campo tornavo ad essere il dottor Jekyll un po’ triste e solitario.

Chiamavo casa tutti i giorni, anche via skype, piangevo spesso e mi sentivo un pochino esclusa: facevo fatica a trovare un linguaggio comune con chi mi circondava.

Non solo in senso figurato! Perché quando sono arrivata lì, piccola com’ero, parlavo con un forte accento napoletano e spesso le ragazze non mi capivano proprio.

Dottor Jekyll e Mister Hyde hanno preso a crescere fianco a fianco.

Una bestia affamata e desiderosa di crescere in campo, una ragazza un po’ timida e nostalgica fuori. Ma le due nature, annusandosi a vicenda, hanno finito col conoscersi e così facendo con l’aiutarmi a conoscere me stessa.

I mesi passavano con il cielo che andava progressivamente a rasserenarsi, la mia consapevolezza aumentava e ho iniziato a stringere amicizie vere anche lì dentro, amicizie che contano tanto anche oggi per me.

Uscita da quella struttura ero una persona diversa, più pronta ad affrontare le sfide del professionismo e, perché no, anche quelle proposte dalla vita un po’ nomade dello sportivo.

Ho trovato i miei spazi, iniziato a vivere sola ed a gestire tutta quella carrellata di sentimenti che ti vengono gettati addosso durante la giornata: stanchezza, euforia, mancanza, felicità, ovviamente anche l’incazzatura.

Cristina Chirichella

© Pietro Santi

Io so di essere una privilegiata: faccio un mestiere che mi diverte e che non accenna a smettere di rendermi felice, settimana dopo settimana, giorno dopo giorno.

In campo io mi sento libera: grido, sbraito, mi incazzo ed esulto, sempre con il sorriso sulle labbra. E forse devo anche a questo parte del mio successo: dalle mie risate in campo è impossibile non notare quanto mister Hyde si emoziona giocando!

Il lato-gioco non sempre è pacifico ovviamente: alterna la scarica adrenalica per una giocata importante alla frustrazione di un errore, ma non ha mai smesso di tener fede alla premessa iniziale per me. E cioè che si tratta di un gioco.

Poi se uno deve giocare meglio farlo bene, chiaro!

E a me non basta stare semplicemente in campo, non mi è mai bastato.

Molti atleti stanno semplicemente in campo, senza troppa voglia di prendersi il rischio di una giocata, delle responsabilità.

Ma è normale, nella costruzione di una squadra serve chi suona il pianoforte ma anche chi lo sposta, se tutti lo volessero suonare e basta sai che casino?!

Io comunque amo avere delle responsabilità, sentirmele addosso.

Forse per questo sembro una veterana in campo: fare la giocata importante non mi spaventa, piuttosto mi carica.

Come diceva Maestro Yoshi in Star Wars:

Fare.

O non fare.

Non c’è provare.

Cristina Chirichella

© Pietro Santi

Per questo all’inizio posso stupire quelli che mi conoscono fuori dal campo e vedono quanto io sia timida o riservata, soprattutto se davanti agli occhi hanno di solito la mia versione carica, allegra e determinata che tutti vedono sul parquet.

Ma, proprio come il dottor Jekyll, io sono entrambe le cose ed il dono più grande che mi ha fatto la pallavolo è la spinta per iniziare ad aprirmi anche fuori dal campo, per riuscire, giorno dopo giorno, a farmi conoscere sempre un po’ di più per quella che sono veramente.

Cristina Chirichella / Contributor

Cristina Chirichella

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