Filippo Lanza

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Nella carriera di un atleta può anche succedere che una stagione inizi a sud e finisca a nord, che nell’arco di 10 mesi si viva tutto e il contrario di tutto, in un percorso sempre nuovo, che quando viene affrontato con il giusto spirito ha la capacità di stupirti persino quando ormai sei già grandicello.

Che l’anno sia stato strano non ci sono dubbi.

Strano per tutti e stranissimo per me, che l’ho iniziato in Italia, a Perugia, schiacciato in una vicenda che aveva dell’incredibile, e che finirà ad agosto, se me lo saprò meritare, con addosso una casacca azzurra, dopo che nel mezzo però ho già vestite altre due divise diverse.

L’estate scorsa si era chiusa con l’esplosione della questione Perugia, una querelle che si è trascinata fino a stagione inoltrata e della quale si è già scritto molto.

Non avrei mai pensato che potesse finire così.

Io, a Perugia, mi sentivo come a casa, e nonostante mi fosse servito qualche mese per iniziare a esprimere me stesso al meglio, ero certo di aver trovato l’ambiente perfetto.

Aver lasciato Trento, che sarà per sempre il mio posto speciale, per andare in Umbria mi aveva scombussolato l’animo, e ci è voluto del tempo, prima di riuscire a ambientarmi in una squadra nuova.

Per questo mi sono sentito scottato quando la società è arrivata al muro contro muro, proprio nel periodo in cui sentivo di aver finalmente raggiunto l’equilibrio perfetto con una città e una tifoseria davvero speciali.

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Ma si sa che lo sport è di chi mette i soldi, che dall’alto delle proprie idee le impone agli altri.

O quantomeno ci prova.

Ero talmente sorpreso e infastidito, che nei giorni più neri della discussione mi ero imposto di non accettare alcuna offerta di rescissione.

Perché accettare avrebbe significato creare un precedente, e un presupposto per farlo ancora, in futuro.

Io potevo già vantare le spalle larghe di un’età matura ma non potevo fare a meno di chiedermi come avrebbe potuto reagire un ragazzo più giovane, per il quale, un episodio del genere, metterebbe a rischio la carriera.

Mi sentivo come se stessi combattendo una guerra di idee e di principi, in cui le questioni di principio hanno un pieno diritto di cittadinanza.

Poi, il richiamo del campo si è fatto troppo forte.

Mi sono reso conto che il tempo trascorso in cattività non sarebbe mai tornato indietro, neppure se mi sentivo forte della ragione, e che sarebbe stato meglio tornare a fare ciò che amo di più, a prescindere dal successo della mia battaglia.

In fondo, avevo ampiamente messo in chiaro quale fosse il mio pensiero, e non aveva senso continuare a pagarne le conseguenze oltremodo.

Quindi ho deciso di accettare l’offerta e sono tornato a giocare.

Monza.

Una rivoluzione rispetto al passato.

Squadra nuova, nuovi obiettivi e un ambiente tutto da scoprire.

Nonostante gli interrogativi che avevo, su me stesso prima che su tutto il resto, l’avventura è iniziata fin da subito con il piglio giusto, memore anche di quanto avevo imparato dal passato.

Mi sono subito sentito al centro del progetto, capace fin dal principio di esprimermi come giocatore e come persona, riducendo al minimo i tempi di adattamento.

Certo erano cambiate le mie prospettive.

Da puntare a vincere tutto a sognare l’ingresso nelle semifinali scudetto, obiettivo che la società inseguiva da anni.

Dall’essere uno dei tanti grandi nomi di una squadra costruita per dominare, a ritrovarmi circondato da ragazzi giovani, che si aspettavano da me una leadership costante e le giocate importanti, fatte nei momenti decisivi.

Era da tantissimo tempo che non mi divertivo così in campo, e ho riscoperto la gioia della soddisfazione pura, quella del gioco, che si realizza pallone dopo pallone, nella semplicità di uno sport che in ogni azione ti da l’occasione di creare qualcosa di bello.

La stagione si è conclusa con un più che soddisfacente “due su tre”, con l’unico piccolo neo della Final Four di Coppa Italia, che insieme ad una posizione nelle prime quattro e l’accesso in semifinale, era l’obiettivo che ci eravamo dati.

Una boccata d’ossigeno, che mi ha riconciliato con la pallavolo, e nata sulle ceneri di un inizio stagione assolutamente disastroso.

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E proprio perché lo sport, come la vita, ti sa premiare quando te lo meriti, dall’energia sprigionata dalla nuova esperienza a Monza è spuntata, all’improvviso, un’ occasione.

La semifinale si era chiusa di domenica e, come al solito, mi ero preso qualche giorno con la mia compagna per impacchettare tutto e organizzare la mia off season. Nulla di eccessivamente rilassante, c’è l’estate azzurra all’orizzonte, ma piuttosto il perfetto di mix di allenamento e di relax, per farmi trovare pronto poi al primo raduno.

Il martedì seguente, con gli scatoloni ancora tutti da riempire, ho ricevuto una chiamata inattesa.

Prefisso francese.

Il Chaumont, quarto in stagione regolare, aveva appena perso per infortunio un giocatore, proprio all’inizio della corsa play-off, ed era curioso di sapere se l’ipotesi di un’avventura oltralpe mi stuzzicasse.

Sulla panchina del Chaumont siede Silvano Prandi, un genio settantaquattrenne, icona del volley, che è la personificazione del concetto di “professore applicato allo sport”.

Mi ha convinto subito.

A ben vedere, se il mio scopo era quello di mantenermi in forma, perché non farlo giocando e lottando per qualcosa di importante?

La stagione appena conclusa, in Lombardia, aveva risvegliato in me non solo il desiderio profondo di giocare il più possibile, ma anche la convinzione di poter apprendere cose nuove e di crescere attraverso i cambiamenti, lontano dalla mia comfort zone.

Rapido consulto domestico e navigatore che cambia destinazione, da casa, nel senso di casa-casa, alla Francia, dove sono arrivato in fretta e furia e sceso in campo prima di subito.

Come spesso accade quando si fanno scelte di cuore e di pancia, la cavalcata nei play-off francesi è stata esaltante, con tanto di vittoria in semifinale sui favoritissimi di Montpellier, una squadra che in tutta la stagione non aveva perso una sola partita in casa prima di incrociare noi.

In finale abbiamo perso 2 a 1 contro il Cannes, gettando alle ortiche un’occasione più unica che rara.

Siamo arrivati ad avere persino la palla per chiudere la pratica scudetto, e scrivere il nostro nome nell’albo d’oro 2021.

Dubito che dimenticherò mai quel possesso, perché è successo, letteralmente, di tutto.

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Mi alzano la pipe, schiaccio fortissimo in zona 1.

Penso che potrebbe anche esser finita lì.

E invece no, perché la palla colpisce la spalla dell’alzatore.

Si impenna e si proietta fuori dal campo.

Prima che tocchi terra, però, il libero si lancia alla disperata.

La salva, e sul suo bagher in tuffo la palla prende la traiettoria perfetta.

E si trasforma nell’alzata ideale.

Schiacciata seguente che passa incredibilmente tra uno spiraglio invisibile del nostro muro a tre e finisce a terra.

Match point annullato e inerzia cambiata.

Abbiamo perso set e scudetto.

 

Anche se quell’azione e l’occasione persa me le ricorderò a lungo, quello che mi porto nella bisaccia per il futuro è il valore aggiunto di un’esperienza diversa e coinvolgente.

Mi sono sentito amato e coccolato fin da subito, senza la pressione di dover incidere per forza, pur essendo “lo straniero” venuto per fare la differenza.

Un viaggio che mi ha aperto la mente come atleta e come persona, nel quale mi sono adattato a vivere in un Paese diverso, a compagni conosciuti un istante prima di giocare partite da dentro-fuori, e addirittura ad un pallone differente rispetto da quello che ho usato per tutta la vita.

Se ripenso a quali erano le premesse dell’agosto scorso e a quanto riuscissi a vedere soltanto nero davanti a me, posso certamente dire di aver vissuto una storia a lieto fine, che abbracciando il cambiamento mi ha reso migliore.

In campo e fuori.

L’annata non è finita, e questo lo sanno tutti, perché di fronte a noi c’è un altro capitolo da scrivere, di quelli che aspetti una vita intera, e che, nel nostro caso, risveglierà ricordi agrodolci, come l’argento di Rio.

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Ma quello che è certo è che ho imparato a godermi le cose con leggerezza, e per questo spero di riuscire a divertirmi, spero di riuscire a viverla appieno, perché so che sarà l’ultima, e avrà per forza un sapore speciale.

 

La nazionale per me è stata un sogno.

È ancora un sogno.

E ogni volta che arriva una convocazione mi emoziono come la prima volta, perché so che non è scontato.

Nulla è scontato.

E quest’anno ne sono più consapevole che mai.

Filippo Lanza / Contributor

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