Dave Ryding

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Spesso le persone mi dicono: “immagina se avessi cominciato sulla neve nelle Alpi, quanto saresti stato bravo.”
Ma io non ho mai guardato indietro in quel modo.
Il mio percorso è il mio percorso, e io ho sfruttato al massimo ciò che avevo, quando lo avevo.
Ecco perché ho raggiunto la top 30 soltanto verso la fine dei vent’anni, a 28.
Credo di aver ottenuto la mia prima top ten poco prima dei 30, e il mio primo podio a 30.
Mi ci è voluto più tempo per diventare bravo sulla neve, semplicemente perché non l’avevo vissuta a lungo quanto gli altri.
Ma questo mi ha anche dato quell’etica del lavoro necessaria per arrivare.
La porto sempre con me, ed è per questo che posso competere ancora a 38 anni.

Non so che sapore ha il successo ottenuto da giovane, come accade alla maggior parte degli sciatori, quindi mi è difficile paragonarmi agli altri.
Ma ricordo quando ho vinto la mia prima Coppa del Mondo a 35 anni e ricordo come, sul podio, mi ritrovai a guardare indietro, a tutti quegli anni, a tutte le persone che mi avevano aiutato, tutti gli sponsor, da quando ero bambino fino a quel giorno.
E ho pensato davvero di averlo fatto per loro.
Ho dimostrato che il loro supporto meritava di essere dato.
Ho provato un profondo orgoglio perché le loro speranze e aspirazioni per il mio sci si erano finalmente realizzate.
Ho esaudito la loro scommessa.
E l’ho fatto seguendo un percorso diverso, un sentiero che nessuno aveva mai percorso prima.

Dave Ryding

Sono stato un bambino molto attivo.
Praticavo tutti gli sport. Giocavo a calcio per la squadra locale e per la scuola.
Giocavo anche a rugby per la squadra di quartiere.
Ma sono cresciuto molto tardi rispetto ai miei compagni.
Così, tra i 14 e i 17 anni, quando gli altri ragazzi diventavano grandi, forti e veloci, io mi sentivo arrancare, distante da loro.
Il solo luogo dove riuscivo comunque a competere era sulle piste artificiali del Regno Unito a un buon livello, grazie al mio talento, alla mia volontà e al supporto della mia famiglia.
Mio padre era un grande fan dello sci, quasi un fanatico, e mi portava ad allenarmi sulle nostre vecchie piste di plastica.

Fin da quando ero piccolo, mio padre mi ha trasmesso una forte etica del lavoro e l’importanza di valorizzare ogni opportunità. Anche la più piccola.
Ogni volta che potevamo permetterci di andare sciare, cercavamo di sfruttare al massimo il momento, per fare un giro più degli altri.
Arrivare all’orario di apertura, e uscire dopo la chiusura.
Ogni singolo minuto disponibile.
Non sono sicuro che i miei genitori sapessero davvero in cosa si stavano cacciando.
Ora, da padre, capisco cosa significa lottare per sostenere i propri figli.
Posso provare a comprendere cosa avranno provato i miei genitori quando avevo solo quattro o cinque anni.

La mia famiglia è stata incredibilmente di supporto..
Allora, non sapevo quanto avessero effettivamente sacrificato.
Erano persone comuni, senza lavori prestigiosi.
Mia madre era una parrucchiera, mio padre lavorava al mercato, e poi si è riciclato come ingegnere del gas per guadagnare di più e poter pagare il mio sci.
Sono sempre stati dietro a me e mia sorella, dedicando le loro vite ai figli.
Hanno dato tutto ciò che guadagnavano ai loro figli. Letteralmente.
È il mio ricordo più caro che ho dei miei genitori: che tutto il guadagnato era investito per darci la migliore opportunità possibile in ciò che amavamo di più.

Dave Ryding

© Getty Images

Crescendo, quando ho comprato casa, intorno ai 30, ho iniziato a chiedermi: “Potrei fare quello che hanno fatto loro per me? Per mio figlio?”
La domanda resta, e non ho ancora una risposta definitiva.
Soltanto allora ho iniziato a capire quanto costa la vita, quante difficoltà comporta.
Mi sono chiesto se sarei in grado di fare gli stessi sacrifici per i miei figli.

E poi mi sono ricordato il divano.
Hanno avuto lo stesso divano per 25 anni.
E quando si è rotto, invece di comprarne uno nuovo, mio padre ha preso un pezzo di compensato e lo ha infilato sotto il cuscino.
Lo ha riparato alla bell’e meglio.
Funzionava comunque e quei soldi erano utili per sciare una volta di più.
Così, allo stesso modo, affrontavamo lo sport e le sue difficoltà: aggiustando tutto e adattandoci sempre.
Una lezione preziosa, soprattutto quando poi mi sono ritrovato a competere al più alto livello mondiale praticamente senza una squadra.

Ora, nelle stagioni recenti, i giovani stanno arrivando e il futuro sembra luminoso.
Negli ultimi tre anni le cose sono cambiate.
Ma prima, ero in viaggio da solo.
Mi allenavo da solo.
Spingevo e motivavo me stesso da solo.

Una cosa che ho sempre chiesto era che il mio tecnico e il mio allenatore fossero britannici e della mia età, così che nella vita quotidiana, per 250 giorni all’anno, condividessimo la stessa educazione, gli stessi interessi, lo stesso modo di pensare.
Volevo persone attorno a me di cui potessi fidarmi e da cui potessi imparare, ma con le quali potessi anche condividere un film, una birra, una riflessione.
È stata una scelta intelligente e importante.

E forse è anche per quello che amo ancora ciò che faccio.
Amo ancora svegliarmi al mattino, cercando di essere il miglior atleta possibile, che sia in palestra, in bici, a correre, o sugli sci.
La mia vita ruota tutta attorno all’allenamento.
Anche quando le sessioni sono dure, cerco di creare un ambiente dove il lavoro non sembri davvero lavoro, ma qualcosa di più divertente..
Amo sciare.
Amo concentrarmi sul miglioramento del singolo, minuscolo, aspetto tecnico.
Prima o poi, la mia età diventerà il fattore decisivo.
E per questo ho deciso che sarà il mio ultimo anno.
Ma amo ancora lo sci, e sono ancora motivato a inseguire un’altra vittoria, un altro podio.
La ciliegina sulla torta sarebbero le Olimpiadi, a Milano Cortina.

Chissà cosa proverei sul podio olimpico, dopo questo lungo percorso?
Chissà quanto di questo viaggio sia davvero mio, quanto appartenga ai miei genitori, e quanto sia stato plasmato dalla geografia di una terra senza montagne, dove ho dovuto imparare a sciare sulle piste di plastica?
Chissà quanto sarei stato bravo se fossi nato sulle Alpi; o quanto peggio sarei stato, se i miei genitori avessero comprato un divano nuovo invece di aggiustarlo, portandomi ad un paio di allenamenti in meno?
Chissà che tipo di atleta sarei se non avessi viaggiato da solo per il mondo, per tanti anni?
E chissà cosa penserei della mia carriera oggi, se mi fossi arreso quando i risultati non arrivavano?
Tutte domande che, per fortuna, non ho davvero bisogno di farmi.
Non ora, non alla fine della stagione.
Nè probabilmente mai.

Dave Ryding / Contributor

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