Mi sono sentita piccolissima.
E non una volta soltanto.
Mi è capitato spesso.
Piccola.
Minuscola.
Trasparente.
Schiacciata da qualcosa di grande e invisibile.
Di indescrivibile e potente.
Qualcosa che mi apparteneva e che non mi apparteneva.
In equilibrio tra il sapere e il non sapere.
Tra essere e sparire.
Tra l’amarmi e il suo contrario.
Piccola e testarda.
Come uno dei bocia a cui facevo da maestra, quando ho dovuto iniziare a lavorare per permettermi di fare l’atleta.
Mi divertiva passare il tempo con loro.
Mi manca farlo.
Anche se non riuscivo a sopportare di dovergli ripetere le stesse cose più e più volte, per riuscire a farmi ascoltare.
Che poi, a dirla tutta, le devono ripetere più volte anche a me, prima che io ci creda per davvero.
Piccola.
Come la bambina che ho capito di essere ancora.
Come quella palla di energia, che si stufa di tutto e non si innamora di niente.
La bambina che ero, e che evidentemente sono, dentro, da qualche parte, anche se ci ho messo mesi a riconoscerla. Forse anni.
Piccola.
L’anno scorso mi sono sentita piccola.
È successo quando, in teoria, avrei dovuto già essere grande.
Ed è successo quando, in teoria, avrei già dovuto essere forte.
Prima, a gennaio.
E poi, di nuovo, a fine stagione.
Due istanti vuoti.
O forse un istante solo, lungo e ruvido, in mezzo al quale, semplicemente, mi sono dimenticata di vivere.
Momenti pieni di nulla che abbia davvero un nome.
Una sensazione nauseante, ma sottile.
Come un mal di testa fastidioso, sufficiente a farti stare male, ma non abbastanza per farti riconoscere agli altri d’essere ammalata.
Il vestito di sempre, che diventa improvvisamente scomodo e non sai il perché.
Che si restringe da un lavaggio sbagliato.
È sempre lui, sei sempre tu.
Eppure non funziona più.
Uno spazio che collassa lentamente.
Muri che vedi soltanto tu, e che si avvicinano pian piano.
E non importa quanto punti i piedi per respingerli.
Per contenerli.
La terra frana comunque, le unghie graffiano, e tu sei sempre più costretta.
Più rinchiusa.
Più piegata.
E dire che quella stessa casa che stava crollando, io l’avevo costruita con orgoglio.
Con tenacia.
Non senza fatica.
Ci era voluto tempo, e gran coraggio, per scavarci il mio angolino.
© pentaphoto
Ricordo ancora il timore che provai nell’entrare in gruppo la prima volta.
Ero relativamente nuova allo snowboard, e c’era soltanto un’altra ragazza, in squadra A. Avevo paura di non essere capita, di non riuscire ad amalgamarmi con gli altri.
Di non appartenere.
Avevo paura di non farmi degli amici.
Mi chiedevo cosa sarebbe successo se mi avessero trovata poco simpatica.
O se avessero scoperto che sono una rompiballe.
Innanzitutto per me.
Ma cosa cambia se annoiando te stessa annoi anche tutti gli altri?
Ho imparato a spiegarmi, un poco alla volta.
Traducendomi.
Riassumendomi.
Forse, in parte, nascondendomi.
È stato un percorso ripido, perché non sono esattamente una persona plug-&-play, e perché in palio non c’era soltanto la mia vita. C’erano tutti i miei sogni.
Proprio per questo, proprio per l’enormità di questo investimento, quello che è successo l’anno scorso mi ha turbata nel profondo.
Fatto sentire piccola.
Sentirmi vuota a fine gara, io che ho sempre desiderato la competizione.
Sentirmi confusa.
Sentirmi incapace di raccontare il presente. Anche allo specchio.
Quasi attratta dal fallimento, dall’errore, dal buio.
Dolcissima, può essere la resa.
Così sono tornata a casa, a stagione in corso.
Recuperata, sorretta da chi mi ama da sempre.
A partire da chi mi ha messo sugli sci prima e sullo snowboard poi. I miei genitori.
Circondata d’affetto che non sentivo di riuscire a ricambiare.
Assillata da dubbi senza faccia.
Che non sapevo neppure cosa stessi davvero affrontando.
Frammenti di sguardi.
Speranze sussurrate.
Frasi che mi sono rimaste impresse.
Una su tutte, “pensa al tuo adesso”, che nell’immediatezza di una semplicità spiazzante mi ha fatto sentire microscopica, di fronte ad un’impresa gigantesca.
Capire chi sono e cosa volessi.
Ero io o non ero io.
Cosa importa?
Che differenza fa?
L’importante è stato capire che siamo tutti, indistintamente, piccoli.
E che quel che conta è riuscire a condividere il proprio limite, la propria paura, la propria fragilità.
Una fragilità fisica e una fragilità mentale.
Che ho affrontato aprendomi, parlando agli altri.
Accettando di non sapere tutto.
Comunque desiderosa di capirne di più.
Impaurita da quel che avrei potuto trovare in fondo al pozzo.
Ma convinta che l’uscita fosse proprio lì.
Magari i pensieri torneranno, in futuro, e io ricomincerò a sparire.
Ma ho capito che sentirsi piccola non significa per forza esserlo.
Ho scoperto di avere ancora una scintilla d’infanzia incastrata da qualche parte nelle mie budella, e che da lei dipende la mia felicità.
O almeno un pezzo di essa.
La medaglia olimpica è arrivata così: dando voce a quella scheggia.
Prendendomi spazi miei, quando ne sentivo il bisogno.
Andando a surfare a gennaio.
Tornando a sentirmi spensierata, disgiunta dal risultato.
Giusta.
Come la bambina che sogna ancora la carvata di pancia, attaccata alla neve.
Quella che i nonni avevano messo nel vialetto di casa, sugli sci.
Sotto al sole e con la ghiaia. Chissenefrega del perché.
E chissenefrega di una medaglia bellissima.
Quando sono arrivata in albergo con il bronzo al collo ho incrociato la sola persona che avrei voluto incontrare. Mi ha sorriso e mi ha detto “goditela, perché è tua”.
Ed è proprio quello che farò.
E lo farò mettendola via.
Nel cassetto.
Che quell’oggetto non sono io.
Io sono piccola e, parallelamente, anche gigante.
Lucia, basta e avanza.
Lucia Dalmasso / Contributor


