Filippo Tortu

Filippo Tortu

13 MIN

Quanto pesa un decimo di secondo?
Difficile a dirsi con certezza, eppure io sento di saperlo.
Anzi: io lo so, lo so con esatta precisione.

Se in allenamento, oggi, mi viene chiesto di correre i cento metri in 10 secondi e tre, o in 10 e quattro, io riesco ad avvicinarmi sempre all’obiettivo prefissato.
Centesimo più, centesimo meno.
Una distanza che copro spesso, durante le sedute, sono i 60 metri e c’è un esercizio in particolare che ha lo scopo di provare a mettere sulla bilancia il peso di ogni singolo decimo. Si tratta di una serie di ripetute con il tempo a scendere: nella prima devo fermare il cronometro a sette secondi e cinque decimi. Nella seconda a sette secondi e quattro, poi a sette e tre, e così via, fino all’ultima che devo chiudere in sei secondi e sei.

Il mio corpo ha una memoria propria e un orologio interno, che battono insieme e si stimolano a vicenda da sempre. Li alleno da anni, da quando ero poco più che un bambino e non ho ancora smesso di esplorarne i limiti e le potenzialità.


A dire il vero sono sempre stato un bambino veloce, velocissimo.
Girano ancora per casa i filmini di quando inseguivo una macchinina radiocomandata muovendomi a gattoni sul tappeto del salotto, scattante come un furetto.
Come tutti i velocisti, non avevo una gran pazienza: ricordo che mio cugino giocava con i LEGO e mentre si cimentava nella costruzione io stavo lì a guardarlo, ansioso di poter avere tra le mani il prima possibile un prodotto finito.
Per farci qualcosa.
Cosa ancora non lo sapevo.
Ma qualcosa.

Io e mio cugino eravamo come dei fratelli: cresciuti porta a porta, e spalla a spalla, condividendo una voglia matta di fare sport.
Avevamo provato il nuoto e poi il calcio: il pallone era e resta una mia passione fortissima, impossibile da sradicare, come per gran parte degli italiani.
Poi sono arrivati l’atletica e il basket, che ho portato avanti a braccetto fino ai 14 anni, per dedicarmi infine completamente al tartan.

Mi sono sempre riconosciuto nello sport. Che fosse di squadra o individuale io ci riuscivo comunque a rivedere dei pezzetti di me; dei motivi di continua soddisfazione e sfida. La perfetta espressione per il mio carattere.
Dello spogliatoio di una squadra amavo il bello di poter condividere un momento che andasse oltre la vittoria o la sconfitta. Il bello di sentire una scossa elettrica che attraversa tutto un gruppo e si trasmette di mano in mano, partendo dalla giocata di qualcuno. Come l’assist che fa felice un compagno o il singolo canestro che cambia l’inerzia ad una partita intera.
Mentre invece dell’atletica amo la piena responsabilizzazione.
Mi piaceva e mi piace ancora sentire che nella performance tutto dipende da me.
Si lavora in tanti, e tutti lo fanno bene, ma di fronte ai cento metri da correre veloci in gara, il merito, o la colpa, sono cose soltanto mie.
Oggi non riuscirei ad affidare il risultato del mio sacrificio nelle mani di qualcun altro, sarebbe troppo doloroso. Non mi servirebbe neppure sapere con certezza che un mio compagno la sera prima della partita ha fatto tardi: mi basterebbe averne il dubbio, e la mia serenità sparirebbe via all’istante.

Filippo Tortù

Ai Mondiali di Doha, nei giorni dedicati alla staffetta, ho avuto modo di vivere la squadra e di fare magnifiche esperienze di team building: dalle cene all’esplorazione del deserto sopra i quad.

Ma anche se mi piace provare in prima persona queste dinamiche, niente potrà mai pareggiare la sincerità individualista dell’atletica.
Nella corsa non puoi dire le bugie.
Non è uno sport di situazione, non puoi ingannare gli altri. E neppure te stesso.
Non puoi perdere perché hai colpito tre pali e poi subito un gollonzo in contropiede.


Per costruire qualcosa di solido, però, non bastano la voglia, la fatica e il tempo. Servono anche un po’ di fortuna e una visione precisa del futuro che desideri.
Negli anni del liceo, per esempio, sono stato fortunato, perché dove andavo io, il San Giuseppe a Monza, avevano ideato il “patto sportivo”. Una sorta di accordo tra la scuola e lo studente, che ti permetteva, se facevi sport ad alto livello e avevi un comportamento adeguato, di programmare tutte le interrogazioni.

Non solo uno studente.
Non solo un atleta.
Ma entrambe le cose.

Entrambe cose che continuo ad essere, frequentando la LUISS, a Roma, dove applicano lo stesso principio nei confronti di chi fa sport.

Filippo Tortù

Io personalmente lo renderei obbligatorio ovunque, perché chiunque ambisca a fare sport, prima o poi, rischia di trovarsi di fronte ad un bivio, nel quale essere costretto a scegliere una o l’altra strada.
E rinunciare allo sport controvoglia, a qualunque età, è una sofferenza che ti lascia incompleto per sempre, come se ti mancasse un pezzo.

Poi serve anche avere visione e quella è frutto del genio e della conoscenza.
O dell’inventiva e dell’incoscienza.
O forse di un miscuglio di tutte queste cose.

Mio padre prima si è laureato in giurisprudenza, poi ha passato anni ad occuparsi di pubblicità: non esattamente il curriculum esemplare per un allenatore di atletica. Eppure ha messo dentro quest’avventura una fede straordinaria, lungimirante e visionaria che mi ha permesso oggi, di correre come non avrei mai potuto fare senza il suo aiuto.

Quando andavo a giocare a basket ero l’unico bambino che si allenava con le normali scarpe da ginnastica.

Quelle da basket sono troppo rigide! Ti addormentano il piede!

Mi diceva.

Filippo Tortù

Lavoravamo sempre sull’intelligenza motoria, cercando di allenare il mio corpo ad imparare ogni giorno qualcosa di nuovo. Lo spingevamo a memorizzare movimenti e tecniche propedeutiche all’essere veloce in futuro.

In futuro, non oggi.

A volte erano anche esercizi strani e ci hanno messo un po’ a convincermi della loro importanza. Mi ricordo perfettamente di quando, mentre un gruppo di ragazzi correva in pista, io dovevo girare sul cerchio esterno, quello di cemento, sopra un monopattino.
Busto rigido, una gamba in appoggio e l’altra che spingeva a terra.
All’inizio faticavo a capirne il senso e qualche dubbio, anche di fronte agli altri ragazzi, mi era venuto. Poi ho iniziato a rendermi conto che la gamba in spinta, grazie alle ruote del monopattino, poteva permettersi una fase aerea ben più lunga del normale e che quel tempo in più mi permetteva di meccanizzare il movimento perfetto della gambata.
Quando sono cresciuto e i miei muscoli sono diventati forti a sufficienza da farmi andare veloce le gambe conoscevano già la postura perfetta da mantenere durante il volo.

È l’inseguimento alla corsa perfetta e la nostra maniacalità mi salvava anche quando ero il più piccolo ai blocchi di partenza. Avevo il telaio di una Formula Uno, ma montavo ancora delle gomme troppo lisce per sgommare via veloce.

Una macchina perfetta è sempre preferibile a un motore potente.

Prendiamo la partenza, per esempio. Non sono mai stato un gran partente. Anni fa, quando ero ancora un adolescente avevo tempi molto più veloci dei miei coetanei ma la partenza restava molto lenta. Nei primi tre metri ne perdevo due e dovevo andarli poi a recuperare nel resto della corsa.

Filippo Tortù

Eppure papà mi diceva sempre di stare tranquillo perché:

abbiamo costruito la partenza giusta per quando sarai grande, anche se adesso la tua muscolatura non è in grado di sostenerla.

Ora che sono cresciuto e che continuo a crescere, la mia partenza sta uscendo pian piano, come previsto tanti anni fa.

Esistono molte strade alternative tra cui scegliere.
Ma nessuna è capace di farti saltare il sentiero della fatica, quello dei tentativi falliti e quello dell’ingegno.
Ho sempre trovato negli allenamenti, nel metodo e nella ricerca la forza per costruire poi le gare, che sono soltanto la punta di un iceberg gigantesco.

Recentemente ho avuto modo di parlare con Carl Lewis, che di per sé è già stata un’emozione incredibile, e lui mi ha detto che quando preparava un salto evitava di chiedere al pubblico ad accompagnarlo con gli applausi ritmati, come facevano tutti gli altri.
Non per arroganza o per supponenza, ma per rispetto del proprio lavoro.

Filippo Tortù

Non l’ho mai fatto!

mi ha detto

non mi serviva!
Avevo perfettamente in testa quello che dovevo fare.
Ho lavorato per questo!
Non mi serve nessuna spinta dall’esterno!

Mi gratifica sapere che anche una leggenda come lui scendesse in pedana con questa convinzione. Mi spinge a credere che sto facendo le cose per bene. Da quando ho iniziato il percorso nell’atletica il mio scopo primario è stato quello di crearmi degli automatismi perfetti, inattaccabili.

Quando sono dietro i blocchi e sento lo sparo: corro e vado.
Non c’è nient’altro da fare o a cui pensare, perché il lavoro vero l’ho già fatto.
So fare benissimo quello che so fare e per questo sono sereno.
Anche perché io di cartuccia ne ho solo una ed è meglio imparare a giocarmela con la mente sgombra.

Filippo Tortù

Ovviamente non è sempre una cosa immediata. Oppure semplice.
Tutt’altro.
In gara si aggrovigliano tantissime dinamiche incontrollabili.
Come trovarsi sul fondo di un imbuto nel quale tutto è finito ingolfato e un po’ schiacciato.
Capita di vincere la corsa e credere di essere andato fortissimo, poi invece ti giri e il cronometro dice che non è andata esattamente così.
Oppure magari finisci terzo e senti di aver corso male solo perché qualcuno è stato più veloce di te, ma poi il tabellone, vicino al tuo nome segna 9,99.
Ma fa tutto parte di un processo, è tutto parte della crescita.


Il prossimo grande step sulla strada della mia crescita è l’Olimpiade di Tokyo.
E dire che io di ricordi a cinque cerchi ne conservo già moltissimi. Quand’ero bambino, a sei, sette anni, invece dei cartoni animati passavo le ore a guardare ESPN Classic, dove trasmettevano i film delle Olimpiadi.
Io già costringevo i miei genitori alle maratone di sport in tv, una volta li ho obbligati a guardare le bocce e le freccette, figuratevi quindi cosa potevo fare di fronte a quei fantastici documentari.

Pieni di epica, con le musiche gloriose: mi emozionavano.
Anche se ero solo un bambino.

Il mio preferito in assoluto era quello di Roma ’60, perché Livio Berruti vinceva l’oro sui 200 metri. E ogni volta che lo riguardavo Livio vinceva di nuovo ed io esultavo sul divano.
Oggi, che mi vanto di poterlo chiamare amico, rivedo in lui e nel suo modo di intendere lo sport molto di quello che anch’io sento dentro.

Nella speranza, perché no, di finire anche io, prima o poi, dentro un documentario capace di ispirare tantissimi piccoli atleti.

Filippo Tortù / Contributor

Filippo Tortù