Ian McKinley

Ian McKinley

13 MIN

Si dice sempre che il rugby è uno sport per tutti.

Soprattutto ai bambini nelle scuole irlandesi si insegna così.

Ed è vero.

Perché in una squadra di rugby servono delle seconde linee alte e con le braccia lunghe e dei piloni bassi, con un po’ di pancia.

Servono i mediani veloci di piedi, di mani e di testa.

E servono i trequarti che sono anche belli da vedere come i velocisti.

 

Però io credo che quando si ripete questa frase, che il rugby è uno sport per tutti, non bisognerebbe riferirsi solo alle diverse tipologie di fisico.

Lo sport deve essere quanto di più inclusivo esista, soprattutto a livello giovanile.

 

La mia storia potrebbe essere raccontata sotto tanti punti di vista diversi, approfondendo prospettive differenti.

Si parla di rugby, di filosofia dello sport in generale, si può approfondire il lato politico di quello che mi è successo, o quello psicologico oppure ancora quello umano.

O magari fermarsi a riflettere sulle sue implicazioni tecnologiche.

 

A me importa principalmente di due cose.

La prima è di trasmettere un’immagine positiva del rugby

Che è la mia vita.

Che è la cosa più bella del Mondo.

Uno sport duro e di contatto ma non pericoloso.

 

La seconda è iniziare dai fatti.

 

Ero un giovane promettente ed ero cresciuto nell’accademia del Leinster.

Avevo fatto il mio esordio in Pro12 e difeso i colori dell’Irlanda al Mondiale Under 20 in Giappone.

Insomma stavo crescendo bene direi.

 

Ian McKinley

Gennaio 2010.

Ero in campo con il College Dublin, la mia squadra universitaria, la partita era iniziata da due soli minuti e mi trovavo in fondo ad una ruck.

Uno dei miei compagni ha scalciato all’indietro colpendo con un tacchetto direttamente il mio occhio sinistro.

Lo ha praticamente bruciato.

 

La mia prima sensazione, prima ancora della percezione del dolore, è stata la rabbia.

Ho pensato ad un atto deliberato, volontario.

Sono episodi che putroppo capitano in tutti gli sport e avendo sentito gridare il mio nome contestualmente al colpo credevo che fosse stata una vigliaccata.

Per questo, in uno scatto d’ira mi sono messo a spintonare gli avversari più vicini che mi capitavano a tiro.

 

Poi la mia vista dall’occhio sinistro è sparita. Tutto è diventato nero.

 

Il dottore del college, entrato di corsa in campo, mi ha fermato di peso e mi ha detto che saremmo subito dovuti correre in ospedale perché l’occhio era fuori sede.

Non stava penzolando fuori, ma era spostato rispetto a dove doveva essere e di molto

 

È stato uno shock talmente grande che io non sono neppure riuscito a capire immediatamente la gravità dell’accaduto.

Ho iniziato ad intuirlo quando siamo arrivati al primo pronto soccorso dove ho fatto una lastra allo zigomo per vedere se c’erano fratture.

L’ho capito per come la gente mi osservava mentre ero seduto lì.

Non è una bella sensazione vedere negli occhi degli altri la paura che provano per te.

È terribilmente allarmante.

 

Secondo ospedale e chirurgia d’emergenza.

Sono stato 4 ore in sala operatoria, dove uno dei migliori specialisti d’Europa e la sua equipe cercavano di salvare il mio occhio.

 

Ho sempre creduto in lui e il suo lavoro durante il mio recupero è stato eccellente.

Anche perché era sempre pronto a spiegarmi tutto nei minimi dettagli: procedure, tecniche; questo mi aiutava a mantenere un briciolo di lucidità durante quelle ore frenetiche.


Quando mi sono risvegliato ero nella camera dell’istituto, e lì sarei rimasto una settimana con la benda sull’occhio.

La rimuovevano ogni ora per potermi inserire delle gocce nell’occhio.

Ogni ora, giorno e notte.

Dovevo mantenere la testa bloccata ad un angolo di 45 gradi per permettere al sangue di fluire nella speranza di ridare vita all’occhio.

La speranza di ridare vita all’occhio.

Questo era: una speranza.

Fino a che non ho iniziato a percepire le luci non sapevo se sarei stato in grado di vedere ancora.

 

Tornato a casa ho tenuto la benda sull’occhio per un mese.

Non sono praticamente mai uscito per tutto questo tempo. Il pericolo principale era la polvere e non volevo che nulla di inquinante venisse a contatto con l’occhio.

Uscivo solo per andare in ospedale per i controlli, 3 a settimana, e basta.

 

Poco alla volta ha iniziato a migliorare e insieme alla vista stavo recuperando anche la mia fiducia e la mia tranquillità.

Una volta certi che l’occhio fosse vivo i medici mi diedero una finestra temporale di un anno.

12 mesi per tornare in campo.

Dopo sei mesi, esattamente la metà, ho rimesso i piedi negli scarpini e giocato la mia prima partita.

La vista era recuperata al 50% ma tanto mi bastava per avere la percezione di essere tornato alla mia solita vita di sempre.

 

Gioco una partita. Poi un’altra.

Poi ancora una.

Scendo in campo con la prima squadra di Leinster, con la seconda squadra e con la mia nuova squadra di college: il St. Mary’s.

Sempre senza nessuna protezione per l’occhio.

 

Passa qualche settimana ed io mi faccio avvolgere dalla dolcezza della mia vecchia/nuova ruotine.

Avevo ormai recuperato il 70% della vista.

Ed il 100% della fiducia.

Ian McKinley

La squadra andava a gonfie vele ed abbiamo anche vinto l’Heineiken Cup, davvero il massimo a livello di risultati.

Io lottavo con tutti i miei compagni per restare stabilmente nella prima squadra e mi sentivo nuovamente vivo.

 

Il giorno dopo una partita della prima squadra nella quale non avevo giocato, sono sceso in campo con i ragazzi della seconda per un test contro la nazionale Under 20 Irlandese.

Pochi minuti dal via, meta per noi.

Prendo la palla per andare a trasformarla, ma quando alzo lo sguardo mi accorgo che non vedo più i pali.

 

Di corsa all’ospedale.

Mi era scesa una cataratta nell’occhio operato.

Ero stato avvisato di questa possibilità e, se abitualmente si tratta di un intervento da 15 minuti al massimo, la mia storia medica la rendeva un’operazione comunque delicata.

90 minuti di intervento e cataratta rimossa con successo.

 

Adesso facciamo un salto avanti e andiamo al 2011.

Tutto sembra tornato alla piena normalità, è estate ed io mi trovo a Galway per un weekend di svago con alcuni amici.

Siamo in macchina e ci stiamo spostando per il centro città, ci fermiamo ad un semaforo quando mi accorgo che non riesco più a distinguere i colori delle sue luci.

Corsa verso Dublino, immediata, preoccupata.

 

Mi avevano detto che la finestra di pericolo era di 6 mesi ed io ne avevo già trascorsi 18 abbastanza serenamente, per questo ciò che mi stava succedendo era strano.

Sarei dovuto essere fuori dalla danger zone.

Eppure.

 

Eppure la diagnosi parlava di distacco della retina.

Di nuovo sotto i ferri, in assoluta emergenza, questa volta affidato alle mani di un diverso chirurgo, specializzato in questo tipo di interventi.

È stata sicuramente l’operazione più dolorosa fisicamente, la retina infatti si trova nel retro dell’occhio ed arrivarci è complicato e laborioso.

Ma ciò che più mi ha ferito è stato il suo insuccesso: avevo perso la vista dall’occhio sinistro.

 


Io lo so che nella vita possono succedere cose ben peggiori di questa.

Lo sapevo anche allora.

L’ho sempre saputo.

 

Era dal punto di vista professionale che questa poteva essere una tragedia.

Mi sono preso un paio di settimane durante le quali ho pensato a tutte le opzioni sul tavolo, persino a quella di giocare con un occhio solo.

 

Poco dopo ho deciso di ritirarmi. A 21 anni.

Spezzare il mio legame con il rugby era impossibile anche in un momento del genere e ho fatto tutto quel che era in mio potere per iniziare ad allenare, ho studiato anche sport psicology.

Ciò che più mi pesava era vedere la commiserazione nei miei confronti quando andavo sulle tribune a seguire qualche partita.

Oh che peccato, eri un gran giocatore, sei stato sfortunato, and so on.

Anche se erano commenti onesti io non volevo più sentirli e ho deciso di partire per l’Italia, per Udine, dove mi avevano offerto una panchina.

 

La vita ad Udine scorreva piacevole, il vostro Paese sa essere accogliente come pochi altri al Mondo e vivere in una città in cui il rugby non era tutto come succede in Irlanda mi offriva pace.

Sarò sempre grato per questo all’Italia e adesso che sono anche entrato nel giro azzurro farò tutto quello che posso per restituire qualcosa al vostro Paese. Potranno dire che non ci sono nato quì e che non dovrei difendere questi colori, ma io non vedo l’ora di poterlo fare perché mi sento davvero come se fossi stato adottato dalla vostra terra.

 

Durante il secondo anno un giorno ho ricevuto la visita di mio fratello, una visita di cortesia, normale amore famigliare. Ma nel momento in cui mi ha mostrato delle foto di una partita giocata tra amici, su a casa, mi sono ritrovato in lacrime.

Completamente broken.

Come se il mio cervello avesse realizzato solo dopo mesi di incubazione che cosa avessi perso non potendo più giocare a rugby.

 

Ian McKinley

We decided to put our heads togheter, e abbiamo cercato una soluzione, dovevamo pensare outside the box.

Sono tornato in Irlanda e ho contattato un’università di design.

Cercavo uno studente che ci aiutasse a progettare degli occhiali protettivi che si adattassero perfettamente ad uno sport di contatto come il rugby. Non un’impresa semplice.

Dall’occhio sinistro non ci vedevo più e diventava di vitale importanza trovare un modo di proteggere il destro prima pensare di tornare in campo.

 Dopo 8 sole settimane abbiamo prodotto il primo prototipo, creato fisicamente da un’azienda italiana, a Bologna, con la quale ho lavorato durante tutto il processo, dando loro i miei feedback.

Gli occhiali sono entrati in commercio nel 2014 ma solo come prototipo, senza un’ufficiale riconoscimento da parte della federazione.

 

Bisognava dimostrare che non fossero pericolosi né per me né per gli altri.

 

A marzo dello stesso anno ho rimesso piede in campo, per la società che stavo allenando, in una partita di serie c.

Pioveva e si bagnavano le lenti ma era così bello sentire di nuovo la puzza dei rugbisti.

 

Ho giocato 10 partite e sono bastate per sentirmi mentalmente e fisicamente pronto per provare a salire di livello.

Con gli occhiali mi trovavo bene e ho deciso di prendere un nuovo agente e di darmi una chance al gradino superiore.

 

Biennale a Viadana.

Non posso negare che prima di iniziare ero molto nervoso.

Il professionismo è qualcosa di diverso dalla serie c, contatti molto più incisivi, velocità triplicata, insomma: una rivoluzione.

Ma ero tornato nel mondo dei pro e questo mi bastava, l’Italia mi aveva rimesso sulla mappa e ridato una gioia che avevo perso da troppo tempo.

 

A settembre le Zebre mi hanno contattato per giocare con loro contro gli Scarlet. Sarebbe stato il mio ritorno nel Pro12.

Ho giocato 35 minuti e non sono neppure riuscito a gustarmi la dolcezza del ritorno, perché la mia mente competitiva era solo arrabbiata per la sconfitta.


 

Ed è stato in quel momento che la politica è entrata a far parte dell’equazione.

Per giocare in ambito internazionale occorreva che anche gli altri Paesi approvassero gli occhiali come era avvenuto in Italia, ma non sembrava così semplice.

 

Infatti Inghilterra, Francia e la mia Irlanda non avevano voluto firmare.

Sui loro campi non potevo giocare.

 

Così quando le Zebre mi hanno convocato di nuovo per giocare contro Connacht, tra l’altro a Galway, un posto che nel cassetto dei miei ricordi ha uno spazio tutto suo, la situazione era diventata molto ingarbugliata.

 

-Tu non puoi giocare per ragioni di sicurezza e di assicurazione-.

Asciutto.

Stringato.

Lapidario.

 

Noi comunque non ci siamo dati per vinti, siamo pur sempre rugbisti, e nel giro di soli 4 giorni abbiamo raccolto 13 mila firme di persone che sostenevano la mia causa.

 

Ho preso tutta la mia forza di volontà ed i miei occhiali e sono andato su in Irlanda, a casa mia, a presentare i materiali ad una commissione medica, alla federazione, a chiunque avesse anche il più piccolo dei dubbi.

 

Due soli giorni dopo la federazione ha cambiato la sua posizione.

Era tra l’altro il periodo natalizio ed ero felice non solo per me ma anche per tutti quei ragazzi e bambini che hanno visto i loro tesseramenti “sbloccati” da questo cambiamento.

Quale regalo di Natale migliore che poter tornare in campo?

 

>Ho rigiocato una partita sul suolo irlandese dopo 5 anni, contro l’Ulster ed è stata una grandissima emozione.

 

Ora anche Inghilterra e Francia si sono adeguate ed io posso giocare in tutta Europa.

E come me possono farlo anche tutti quei bambini che sono troppo piccoli per mettersi le lenti a contatto ma con gli occhiali addosso possono scendere in campo per fare quello che amano di più.

 

Il rugby è uno sport stupendo ed è un patrimonio di tutti noi.

E lo sarà dei nostri figli e dei loro figli.

 

Per questo è importante che the blind side resti solo una delle zone del campo e non torni mai più ad essere la voglia di non vedere le esigenze di chi è solo un po’ diverso.

 

Perché a rugby possono giocare tutti.

Period.

Ian McKinley / Contributor

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