Irma Testa

Irma Testa

11 MIN

Lo stadio è pieno e dagli spalti arriva un casino esagerato.
Ogni singolo posto a sedere è stato venduto mesi fa e dalle loro grida, là fuori, si capisce quanto stessero aspettando questo momento.
Il Mondo intero ha gli occhi puntati in questa direzione ed è come se tutti fossero in stand-by, in attesa di vedere cosa succederà nelle prossime ore.
Cosa succederà in pista.
Cosa succederà sull'erba, in pedana o sul ring.
Lo spettacolo creato per la cerimonia d’apertura, che occupava il centro del campo, si è appena concluso, con gli ultimi fuochi d’artificio sparati nella buia notte orientale che si spengono, lasciando traccia della loro scia luminosa, accompagnati dal boato del pubblico.

Il gruppo degli atleti azzurri è compatto.
Ma visibilmente impaziente.
Molti cercano di spiare fuori dal tunnel per vedere un pezzetto della pista.
Altri invece si danno a vicenda delle grosse pacche sulle spalle, cariche di attesa e di eccitazione.
Un po’ come quelle che tira Antonino Cannavacciuolo ai malcapitati aspiranti chef.

L’altoparlante grida forte il nome delle nazioni che precedono l’Italia.

Irlanda!

Israele!

Tutti gli atleti hanno in mano il proprio smartphone, con la fotocamera accesa e pronta a riprendere e immortalare qualcosa che è troppo grande, davvero troppo grande, per entrare sul serio in un obiettivo.
Tutti con la testa sospesa, e lo sguardo che vaga, metà sognante e metà attentissimo a non lasciare che lo schermo si spenga nel momento sbagliato.
Tutti tranne me.
Perché io, invece, preferisco infilare una mano in tasca e tirarne fuori un pezzetto di carta arrotolato.

Irma Testa

L’ho preparato mesi fa.
L’ho preparato per usarlo proprio in questo preciso istante.
Ci ho scritto sopra, in stampatello e con grafia chiara:

Serena e tranquilla. Essere qui è già un successo.

Questo è quel che immagino potrebbe succedere durante la cerimonia d’apertura dei Giochi Olimpici di Tokyo 2020, perché, anche se sono molte le cose che ho capito durante l’esperienza di quattro anni fa, nessuna è più importante di imparare a godersi il momento fino in fondo.
Come un respiro fatto a pieni polmoni quando arrivi alla fine di un allenamento duro o sulla cima di una montagna. Se sei arrivata fin lassù e non ti dai neppure il tempo di guardare il panorama e di sentire l’aria fresca che ti riempie il petto, cosa l’hai fatto a fare?

Irma Testa

Le Olimpiadi sono una cosa che puoi comprendere davvero soltanto quando ci vai, perché anche se hai passato tutta una vita ad immaginare l’effetto che fa partecipare da casa, o dalla palestra non puoi capirne la portata.

Quando sono atterrata a Rio, per esempio, mi sono resa conto subito che si trattava di un qualcosa di diverso da tutto ciò che avessi mai provato prima.
Era come se i 5 cerchi fossero impressi sulla città intera.
Come se Rio non fosse altro che il luogo dove fanno le Olimpiadi, ogni anno, da sempre. Rio come Olimpia.
Venivi fermata per strada, tutti chiedevano foto e autografi. Magari non ti conoscevano o non conoscevano la tua storia, ma il fatto stesso che tu fossi lì per la gente era la testimonianza fisica dei tuoi sacrifici passati, di quello che, come donna o come uomo, avevi saputo creare per te stessa.
E questo meritava il rispetto dei passanti.
A partire dall'accoglienza in aeroporto, tutto ruotava intorno agli atleti e alla loro celebrazione, in una sorta di grande rito collettivo che mi ha fatto sentire dentro qualcosa di enorme e importantissimo.
È stato difficile non farsi travolgere e schiacciare da tutta quella grandezza.

Irma Testa

Ogni atleta vive costantemente all'interno di una bolla speciale, in cui il proprio personale mix di allenamenti, aspettative, persone speciali e sogni da inseguire si amalgama e crea un profumo unico, che definisce il suo mondo.
Solo il suo.
E quello di nessun altro.

In quello spazio unico, trova casa anche il giudizio.
Per gli atleti che vogliono seriamente diventare forti, il proprio giudizio è sempre il più severo tra quelli che si possono ricevere sulla strada verso i risultati migliori.
Nonostante questo, nonostante io sia la principale critica di me stessa, il peso per la prima partecipazione assoluta di una pugile italiana ai Giochi Olimpici l’ho sentito eccome.

Parte del mio equilibrio si è spostato, di fronte ad un impresa tanto grande.
Al Villaggio mi sentivo proprio come una formichina, davanti ai campioni che fino al giorno prima potevo guardare soltanto in televisione.

Irma Testa

Quand'ero piccola, le cose in casa non erano sempre facili e, a volte, la gioia della quotidianità si legava ad abitudini semplici, quasi inattese.
Scampoli di normalità, costruita su momenti unici, soltanto nostri.
Il mio primo ricordo olimpico è proprio uno di quei momenti.

Durante le giornate di Londra 2012, tutta la mia famiglia si riuniva intorno al tavolo all'ora di pranzo e, mangiando, guardavamo i Giochi.
La mia disciplina preferita erano i tuffi.
Non riuscivo a capire molto bene il meccanismo dei punteggi, anche perché, a me, sembravano tutti bravissimi.
Ma era come se sentissi sulla mia pelle la tensione degli atleti che, dopo il loro tuffo, aspettavano con il naso all'insù il voto dei giudici, immersi nell'acqua.
Mi trasmetteva una scossa di adrenalina, un senso di attesa e di suspence che mi restava addosso per tutta la giornata.

Irma Testa

Oggi che sono diventata grande, ho imparato a gestire tutte le emozioni, anche di fronte agli obiettivi più grandi, creando per me stessa un ambiente che rispetta in egual misura l’atleta affamata di successi e la donna che vuole realizzarsi con naturalezza.
Oggi, per esempio, riuscire a divertirmi in palestra è importante almeno quanto lo è allenarmi bene e fare la giusta quantità di fatica ogni giorno.
Rispetto a quattro anni fa, ad essere cambiate sono molte cose, prima tra tutte ho smesso di buttarmi sulla schiena la pressione per le aspettative che gli altri ripongono in me.

Io non devo dare nulla agli altri.
Quello che voglio io è qualcosa di grandissimo, sì.
Ma lo voglio io.
A volerlo sono io.
Perché voglio soddisfare me.
Non mi interessa degli altri.

Irma Testa

Potrà sembrare un cambiamento piccolo.
Irrilevante.
Eppure è come passare dalla notte al giorno e questo interruttore ha trasformato tutto il mio Mondo.
Non sentire più la pressione degli altri sulla propria pelle è stato come togliersi di dosso una maglietta troppo stretta che mi impediva di muovermi liberamente.
All'improvviso i limiti sono spariti e tutto il mio orizzonte è diventato sereno.

La serenità è una cosa che percepiscono anche quelli che lavorano con me perché è contagiosa.
Se io sto bene, stanno bene tutti.
Non è un caso che abbia avuto un 2019 magnifico, il miglior anno della mia carriera.

Non ho mai creato false aspettative su quello che avrei davvero potuto fare sul ring, ma sentirsi dire per tanto, tanto tempo che: “tu sei una speranza” era diventato quasi un peso.
Qualcosa che non avevo chiesto e di cui mi era stata data la responsabilità.

Se viene, bene. E se non viene non fa niente!

Questo è diventato il mio mantra, che ho ripetuto così tante volte da averlo fatto mio sul serio.
Non è una bugia da dire a voce alta.
Non significa giocare a nascondino con i miei sogni.
Ma solo imparare a guardare tutto con gli occhi giusti.

Nella boxe non puoi non avere fame.
O voglia di vincere.
Perché se non li hai, non solo perdi, ma le prendi pure.
Negli attimi che precedono la salita sul ring prevale sempre l’ansia da prestazione, è scontato.

Quella fa male o non fa male?

Questo si chiede il tuo cervello.
Non ci puoi fare niente.

In un incontro, a lottare insieme te, in prima linea, c’è il tuo corpo, che hai allenato proprio per questo: per prenderle, rialzarti e darle indietro.
Dove non arriva il tuo corpo provi ad arrivare con la testa.
E dove non arriva nessuno dei due, beh lì sei fregata e devi imparare a soffrire.

Irma Testa

Tutto questo processo avviene nello spazio di un battito di ciglia, perché il pugile è l’atleta più solitario tra tutti, lanciato sopra ad un ring in compagnia soltanto di due pugni pochi amici e della propria testa.
In quell'attimo di lucida follia in cui tutto può succedere il cervello prende vita propria, e compie decisioni lampo, senza filtro, che in un secondo possono decidere il corso dell’incontro.

Ho imparato, con il tempo e a spese mie, che per permettere al corpo di soffrire con passione serve una coscienza a posto.

Ho imparato, con il tempo e a spese mie, che per permettere alla coscienza di essere a posto serve una mente serena e, per quella, spensieratezza e felicità contano infinite volte di più della cattiveria agonistica.

Per questo guardo al futuro felice, senza sentire più addosso il peso di nulla che non mi appartenga.
E quando la grandezza del momento proverà di nuovo a schiacciarmi, metterò una mano in tasca e rileggerò, convinta, il mio mantra.

Irma Testa / Contributor

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