Lorenzo Bernardi

Lorenzo Bernardi

10 MIN

Tu sei arrogante.
Tu sei presuntuoso!

L'ho sentito spesso, durante tutta la mia carriera.

Ma se pensi di offendere me parlando in questi termini del mio carattere ti sbagli: la cosa non mi ferisce affatto.

E come potrebbe farlo?

So di avere carattere, di averlo sempre avuto.

So di non esser mai stato uno yes man, non riesco neppure ad immaginare cosa significhi esserlo.

 

Perché, semplicemente, non ci credo.

Non credo a chi non fa domande.

Non credo a chi non dubita mai di sé e degli altri.

Non credo a chi cerca di farsi piccolo piccolo per ingombrare il minor spazio possibile.

 

Quando sono arrivato a Padova, giovanissimo, venni acquistato letteralmente per 10 palloni e qualche cassa d'acqua dalla mia precedente società.

La strada che avevo da percorrere sotto le scarpe di gomma era lunghissima, fatta di avvallamenti, piena di tombini aperti e colate fresche di cemento.

E se mi voltavo per guardarmi indietro ancora vedevo la porta di casa vicina, al punto che allungando la mano potevo toccarne la rassicurante maniglia.

Rimanere sulla strada maestra in questo tipo di percorso è tutt'altro che scontato, e non lo è neppure resistere ed andare avanti senza esitare.

Lorenzo Bernardi

© MICHELE BENDA

Eppure il mio carattere era già quello di ora, era già forte e curioso.

Che non sono certo in antitesi, anzi.

Certo è che solo gli stupidi non cambiano mai idea.

Solo gli stupidi non provano a smussare i propri angoli più acuti.

Quelli contro i quali qualcuno a te vicino ha sbattuto il mignolo e s'è fatto male.

L'approccio al lavoro cambia a 25 anni rispetto che a 20 o a 30.

E poi a 40 cambia di nuovo.

Ma il seme che coltivi dentro, la materia di cui sei fatto, quella no.

È come avere un sacchetto di farina tra le mani, avercelo da sempre.

Probabilmente inizierai col farci del semplice pane, ma se ci lavori, se ci lavori davvero, prima o poi finirai con l'impastare una pizza o col produrre della pasta fresca.

Poi magari alla fine ci saprai fare anche le torte, quelle grosse, quelle sulle quali di solito si mettono le "ciliegine-che-mancavano-solo-quelle".

Buone le ciliegie ma del fornaio non parla quasi mai nessuno.

Io ho discusso con Julio Velasco.

Una volta ho persino pensato: "questo è matto!".

Non sono in molti quelli che, giovanissimi davanti a lui, avrebbero argomentato le proprie opinioni senza pendere dalle sue labbra a prescindere dal contenuto del dialogo.

Eppure la forma della mia testa me l'ha impedito.

Come me lo impedirebbe oggi.

E come, probabilmente, me lo impedirà sempre.

Lorenzo Bernardi

© MICHELE BENDA

Qualche tempo dopo essere stato barattato per i palloni di cui sopra fui acquistato da Modena, che rappresentava per tutto il movimento l'eccellenza assoluta.

Per una cifra ragguardevole, tra l'altro.

Ma nel mio anno d'esordio con quella maglia lì non sono stato il primo palleggiatore.

Quello era Dall'Olio, ed io avevo anche chiesto di dormirci in camera insieme per provare ad imparare il più possibile da lui. Anche quando dormiva.

Ed in quella stagione non sono stato neppure il secondo palleggiatore.

Ero il terzo e non giocavo praticamente mai.

 

Vincemmo lo scudetto.

E, dopo averlo vinto, ci presentammo ad Arona a giocare la Final four di Coppa Italia.

Mi aspettavo di giocare almeno lì, ma non lo feci.

Qualche ora dopo, passeggiando sulle rive del lago Julio mi disse:

Lorenzo abbiamo comprato Fabio Gullo per la prossima stagione, per cui a te la scelta: o vai in prestito o decidi di fidarti di me, ti spostiamo di ruolo e nel giro di due anni sarai in Nazionale

Lorenzo Bernardi

© MICHELE BENDA

Mi è scattata una molla, il desiderio profondo di testarmi fino ai limiti, di scavalcarli.

Sollevarli con le mani e portarli più in là.

Ma il bottone che mi ha permesso di azionare questo meccanismo di costante sfida a me stesso, partito quel giorno lì, ce lo avevo già dentro.

Nascosto in bella mostra: the elephant in the room.

Essere titolare di un carattere forte e curioso a volte è come avere un candelotto di dinamite da maneggiare:

in molti si sentiranno minacciati, tu devi obbligarti alla massima cura di ogni particolare e c'è sempre il rischio concreto di far esplodere qualcosa.

Ma se sei fedele alle tue regole con costanza, se ti chiedi, ed ugualmente fai con gli altri, di abolire il compromesso stanco e conservativo allora puoi abbattere tutti i muri.

Quelli della diffidenza, quelli dei traguardi, quelli dei record.

Chiedersi quotidianamente il 100 percento non significa quasi mai mettere in mostra il massimo del proprio valore assoluto.

Significa investire tutto ciò che hai in quel preciso istante senza remore, significa correre o saltare finché ne hai per quel giorno, per quelle ore.

Perché quando non ne hai più, se sei stato sincero e davvero non ne hai più, beh in quel caso non puoi fare altro che fermarti.

Andrà bene lo stesso.

 

Mettere su base continuativa il proprio meglio del momento a servizio del lavoro di squadra significa pretenderlo dagli altri con altrettanta ferocia sportiva.

Significa non permettere ai compagni di sedersi su ciò che fanno senza stressarsi.

Significa non smettere mai di fare domande all'allenatore; per capire, per crescere, non per puro spirito critico.

Non perché ci si sente investiti dell'autorità di una qualche licenza polemica perché si è forti, ma si è forti proprio perché non si smette non di indagare, di esplorare.

Lorenzo Bernardi

© MICHELE BENDA

Non dev'essere stato facile stare con me in campo, e non è semplice lavorare con me oggi.

Se mettevo a terra con successo 99 palloni su 100 io pensavo solo a quello che era andato fuori.

Non è retorica, neppure un po'.

 

Era ossessione, quel pallone.

Mentre gli altri 99 erano conseguenza.

Conseguenza pura e semplice.

Conseguenza del lavoro, del dettaglio e della fatica.

 

E così oggi, se con il mio staff sbagliamo un piccolo, insignificante, approccio a qualcosa lo prendiamo e lo mettiamo sotto il riflettore, al microscopio.

Lo trasformiamo in un errore significante, vogliamo sentirci scomodi dentro quell'errore e non lo commetteremo più.

Lorenzo Bernardi

© MICHELE BENDA

In Italia, dove lo straniero è alternativamente un malandrino o un eroe, dove xenofilia e xenofobia oscillano perpetuamente sopra un'altalena che va avanti e indietro senza stare mai in equilibrio, io ho spesso percepito il riconoscimento di Miglior Giocatore del XX Secolo come un limite.

L'espressione di un giudizio.

 

È stato a volte il pretesto per affibbiarmi il ruolo del presuntuoso o del raccomandato.

Sulla mia pagina di wikipedia quel premio è la prima cosa che compare scritta.

La voce palmares è giù, un po' più in basso, eppure è stata quella a rendere possibile il riconoscimento, ed è stato il mio carattere perfezionista a rimpolpare la bacheca dei trofei anno dopo anno.

 

Un carattere esigente e scomodo.

Un carattere che mi ha fatto sempre sentire soddisfatto di sentirmi insoddisfatto.

Un carattere che quando avevo già raggiunto il massimo delle vittorie e dei riconoscimenti mi ha obbligato a prendere in mano le mie tabelle e lavorare per superarmi.

Letteralmente superare il mio ultimo me:

quello della stagione scorsa o quello dell'ultima partita.

Lorenzo Bernardi

© MICHELE BENDA

Non credo che esistano scorciatoie, ma sono certo che il serbatoio delle motivazioni debba sempre essere riempito al massimo, senza eccezione alcuna.

Neppure l'eccezione di un giorno.

Come quando noleggi una macchina e devi riconsegnarla con il pieno: sulla via del ritorno finisci sempre col fermarti ad un distributore ogni 30 chilometri perchè non vuoi mai vedere l'indicatore scendere sotto il massimo che il serbatoio può contenere.

 

Neppure mezza tacca.

 

Quello dev'essere il rapporto con le tue aspettative, quelle che rifletti verso l'interno e non verso l'esterno.

Se lo farai finirai col pretenderlo anche dagli altri, da tutti gli altri.

E se lo facciamo tutti niente ci sarà mai precluso.

Lorenzo Bernardi / Contributor

Lorenzo Bernardi

La fatica non è soltanto uomo, la fatica è anche donna. Ma prima di essere uomo oppure donna la fatica è sorriso. Ho scelto uno sport di grandissima fatica come lo sci di fondo ed il rapporto con essa è stato tanto intimo da essere diventato il mio metro di giudizio di qualunque cosa nella vita: per essere meritevole qualcosa deve costare fatica. La fatica è un paradigma del fare, per potere così poi ottenere.

La libertà è ovviamente la condizione di poter scegliere, ma è anche una costruzione. Si può parlare di pura libertà solo quando fare ciò che vuoi, seguendo quindi l’istinto di ciò che è dentro di te, ti corrisponde appieno. Per questo, per essere liberi bisogna possedere una conoscenza istintiva della propria identità. Conoscersi, comprendersi, accettarsi, amarsi, e poi poter scegliere autonomamente: questo significa essere liberi.

La consapevolezza di essere donna deve essere guadagnata. Esistono aspetti positivi e negativi dell’essere donna nell’immaginario collettivo. Donna è femminilità, maternità, bellezza. Ma donna è anche lottare per fare ciò che più aggrada contro gli stereotipi della società contemporanea. La fermezza di volersi esprimere liberamente. L’orgoglio di essere donna. La consapevolezza di essere prima di tutto una persona. Questo rende vere donne.

Quando facevamo competizioni internazionali molto spesso ci confrontavamo con atlete che arrivavano dai paesi provenienti dall’ex blocco sovietico. Esprimevano con i loro gesti la sofferenza che provavano: l’obbligo ad uniformarsi una con l’altra, il divieto di mostrare sé stesse pienamente e di esprimere la propria personalità. Per me la sofferenza nasce dalla discriminazione. Lo sport ha il compito di veicolare precisi valori di uguaglianza e rispetto che devono essere parte della retorica non solo di chi lo pratica ma anche di chi lo osserva, lo commenta e lo ama. Le violenze verbali, le violenze nascoste, le discriminazioni latenti sono sofferenze enormi, non sempre visibili a occhio nudo ma così profonde da forgiare il carattere. Soprattutto nei più piccoli. Mai discriminare: né per genere, né per abilità, né per simpatia, mai.

Il cuore è il motore di tutto. Tutto si origina dal cuore, rappresenta la tua più profonda intimità. La sola mente, il solo corpo non bastano, qualunque sia il risultato da voler ottenere: nello sport, nella società, sul lavoro, nella genitorialità. Il gesto fatto con il cuore ha in sé una potenza immensa, capace di restituire equilibrio nell’universo, perché produce effetti lunghi e duraturi.

L’amore è un sentimento propositivo. Se non ami nello sport non vai da nessuna parte. L’amore è ciò che trasforma la sofferenza in sorriso. Si tratta di un sentimento molto difficile da gestire ma incredibilmente potente. Crea un piccolo motorino interno, una propulsione aggiuntiva che ti permette di sentirti più forte perché guardiano di un fuoco inviolabile. Nell’amore tutte le cellule del tuo corpo si liberano, respirano, e puoi esprimere il massimo delle tue potenzialità.

Il mio biglietto da visita, il marchio di fabbrica. Esternazione di ciò che hai dentro, se ce l’hai, e coinvolge non solo le labbra, si sorride soprattutto con gli occhi. Si comunica una sensazione di benessere che diventa contagiosa e propaga energia intorno a sé. Genera un processo benefico di guarigione, andando a aiutarci nel quotidiano, a prescindere dal successo finale.

Scalato nel 2003 è stato il mio sogno, un regalo di Dio. La salita è stato un privilegiato percorso di purificazione. L’aria rarefatta, le visioni e lo smarrimento. Ma anche la bellezza della natura e la maestosità delle montagne. Ci si sente perduti. Allo stesso tempo minuscole particelle insignificanti ed ingranaggio vitale di un magnifico progetto divino chiamato vita. Sentire questo è una grande lezione di umiltà, anche se, come dico sempre, il vero Everest è tornare a casa e mantenere questo umile stupore anche quando si è immersi nelle problematiche di tutti i giorni. Ognuno deve cercare il proprio Everest, la propria sfida che cambi la visione del mondo.

L’impegno è un dovere. L’impegno è ciò che ognuno di noi deve restituire in cambio di ciò che nella sua vita ha ricevuto. È una forma profonda di rispetto verso l’universo. Nel mio caso: impegno nella politica, nella fede, verso le donne. Vivere il mondo in questo modo non sempre è una passeggiata, anzi: impegnarsi significa anche sfidarsi e non accontentarsi delle cose semplici. Il manuale della vita non esiste e non è importante fare tutto in un tempo determinato dalla società: io mi sono laureata quest’estate! Ma è importante ridare sempre al mondo un’impegno degno dei doni che abbiamo ricevuto.

Non importa quali siano state le esperienze che ci hanno formato, bisogna sempre e comunque usarle per offrire agli altri la propria conoscenza. Tra le mura domestiche, in classe, nello spogliatoio, condividere il proprio bagaglio umano e sportivo è fondamentale. Arricchisce gli altri perché regala loro una prospettiva nuova e li sprona a fare altrettanto con te. Il mondo dello sport forgia il carattere molto profondamente e diventa paradigma per tutto il mondo del lavoro. Ho iniziato tanti anni fa a raccontare la mia esperienza nelle conferenze aziendali, affiancata dal team di Luciano Sabadin, nell’intima convinzione di avere molto da raccontare. Soprattutto ai più giovani. Una collaborazione nata per poter dare alle donne una voce in cui riconoscersi appieno, oggi è diventata parte integrante del mio impegno per gli altri. Non importa chi vi stia ascoltando, e con quanta attenzione lo faccia; se credete fermamente nei valori che volete trasmettere fatelo, sempre! Tra amici, in famiglia, sul posto di lavoro. Condivisione è empatia.

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