marco fassinotti

Marco Fassinotti

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È buffo come io non riesca ad andare più indietro di così con la memoria, eppure per raccontare qualcosa di me non posso che partire dall’estate 2016, l’estate dei Giochi Olimpici di Rio de Janeiro.

Tanti anni di esperienze e di salti, con il mio mondo costantemente in una valigia; le pedane, gli allenamenti, le vittorie e le sconfitte, e ancora gli avversari, le battaglie e fatte di emozioni e di centimetri. Una realtà che oggi sbiadisce così tanto da apparire vissuta senza pathos da qualcuno che non sono io, lasciando spazio e colori ben più vividi a ciò che accadde da quel pomeriggio di giugno in poi.

Ero seduto sui gradini di una tipica terraced house del centro di Londra; una di quelle casette a schiera che si susseguono nei lunghi viali alberati della capitale britannica. Sono una attaccata all’altra: sobrie, eleganti, con i gradini che si aprono leggermente a ventaglio, dalla porta verso il marciapiede, il corrimano in ferro battuto, la facciata di un sedato color pastello, classico e austero, come lo spirito dei londinesi.

Marco Fassinotti
Marco Fassinotti

Pioveva una pioggia calda e tipicamente estiva, di quelle così discrete da lasciarti fradicio prima che te ne possa accorgere, ed io piangevo in solitudine lacrime di disperazione, di incredulità, di frustrazione, incapace di urlare la rabbia che provavo in quel momento. 
Durante l’ultima chiamata fatta, quella a mia madre, mi ero lasciato andare sciogliendo tutte le mie preoccupazioni in un pianto inevitabile. Prima di quella telefonata ce n'erano state tante altre: al mio staff tecnico, a quello medico, agli amici per comunicare l’esito del mio ultimo consulto e cercare conforto in ognuno di loro, senza però essere in grado di aprimi.

Nella mia testa rimbombava un solo dato di fatto: era l’estate di Rio e io avevo l’astragalo rotto. 
La stagione all’aperto 2016 era iniziato come spesso accade con alti e bassi, sia nei risultati che nelle sensazioni.
Doha, Rabat e poi Roma... asticella non troppo in alto, soprattutto rispetto al 2,35m del record italiano indoor siglato a febbraio, ma sensazioni buone: risentivo il mio ritmo, i miei appoggi, in attesa del picco di forma. 

Nel meeting successivo, a Birmingham, dove vivevo e mi allenavo da 4 anni, scivolo allo stacco. Un dolore strano, più un fastidio che parte dal tendine d’Achille, mi intorpidisce persino le dita dei piedi, una sensazione sorda, lontana ma fortissima e una serie di conseguenze che non potevo immaginare neppure nel peggiore dei miei incubi.

Seduto su quei gradini ero ferito e sconfitto: mi erano state offerte due alternative: andare a Rio sfidando la sorte, saltando e risaltando ancora su un osso quasi completamente spaccato in due, con la consapevolezza che avrebbe potuto essere  l’ultima volta che spiccavo il volo in vita mia. Oppure iniziare un lungo processo di cura lavorando ogni giorno in maniera conservativa per mesi e mesi senza reale certezza di guarigione.
Andare sotto i ferri avrebbe garantito una guarigione certa ma con ogni probabilità la fine della mia carriera sportiva di alto livello.

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Alcune scelte riviste con gli occhi del presente ci sembrano scontate, ma nell’attimo stesso in cui le devi prendere sei sopraffatto dalle emozioni, in balia di ciò che fino a un attimo prima sembrava a portata di mano e ora non c’è più.

Nel mese successivo a quella visita ho guidato per 4 ore al giorno cercando, con un fittissimo programma di terapie, di darmi un’occasione: l’occasione di volare a Rio. Un mese di cui non ricordo nulla se non la grigia monotonia che ricopriva ogni giorno, ogni singolo attimo che si ripeteva uguale a sé stesso, macinando chilometri, sempre guidando dal lato sbagliato della strada.

È difficile provare a descrivere cosa vive un atleta professionista quando si infortuna; sembra quasi di iniziare a vivere una realtà parallela, diversa nei ritmi, nei tempi, lenta e inesorabile. È come se quel filo conduttore che tiene unita tutta la tua vita di allenamenti, ritiri e gare, che si ripete da anni, venisse fagocitata da luoghi, gesti, sensazioni totalmente estranee; straniero nella tua vita tanto da sentirti fuori posto.

Non sono andato a Rio e non ho gareggiato alle Olimpiadi: il sogno a 5 cerchi mi è stato tolto ad un passo dal renderlo reale.

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Un mese prima dell’inizio dei Giochi, dopo una visita in una struttura tedesca, dopo aver preso un taxi e un treno in direzione Torino, sono rientrato finalmente a casa: mia madre mi attendeva in stazione con le stampelle che mi avrebbero accompagnato per 9 settimane.
I dubbi lo avrebbero fatto molto più a lungo.

Le Olimpiadi vissute da spettatore, insieme all’argento e al bronzo vinti con misure decisamente alla mia portata, hanno cambiato molto la mia percezione di me stesso, del mio lavoro e della mia vita. La finale dell’alto non avrei neanche voluto vederla eppure mi sono svegliato di soprassalto esattamente all’ora d’inizio, svegliato dal mio preciso orologio biologico, quello stesso che per anni mi ha fatto svegliare un minuto prima della sveglia per prepararmi agli allenamenti. Ho guardato il primo turno di salti e sono tornato a letto, incapace tanto di dormire quanto di staccare gli occhi dal livescore della gara sul sito dei Giochi. 

Marco Fassinotti
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È stato proprio in quei giorni vissuti in balia di un costante contrasto, tra un vuoto assordante e una rabbia sorda e profonda, che ho sentito crescere una versione nuova di me stesso, consapevole, affamata, quasi feroce. Guardando il lento scorrere dei Giochi di Rio dal divano di casa con le stampelle al mio fianco ho  realizzato quanto ogni salto significhi per me, quanto io mi metta in gioco ogni volta che inizio quella rincorsa, quanto io abbia da guadagnare ogni volta in cui scendo in pedana. 

A settembre la fine del tunnel non era ancora vicina, mi ci sono voluti altri quattro mesi di lavoro di cui un mese di clausura passato tra la camera iperbarica e il nuovo macchinario per la magneto-terapia, sotto il quale passare almeno 10 ore al giorno.

Non sono mancati i periodi di sconforto accompagnati dai dubbi più atroci: la paura di sapere se l’osso fosse in necrosi oppure no e la voglia disperata di sentirmi di nuovo un uomo volante, come lo ero stato per tutta la mia vita. Spesso sono state le persone che avevo intorno a fare la differenza, sia quelle con cui lavoravo quotidianamente come fisioterapisti e preparatori, sia il mio ortopedico che ad un certo punto, percependo la mia crescente paura e al contempo il timore di affrontarla, mi chiese di giocare insieme a golf per parlare con più tranquillità.

Marco Fassinotti
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Tra una buca e l’altra il mio desiderio di avere informazioni mediche più che valutazioni sullo swing si faceva sempre più forte e faticavo a nasconderla. Avevo bisogno di conferme. Mi rispose di correre fino alla bandierina. 

Pensai sorpreso: “Ma come?! Faccio di tutto per stare a riposo e mi chiede di correre così, a cuor leggero?” 

Presi un respiro profondo e con tutta l’attenzione di cui ero capace corsi fino alla buca e ritorno. 

“Hai sentito dolore”. 

“No”. 

“Ecco, vedi? Andrà tutto bene” e si sciolse in un sorriso caldo e sereno. 

Quel momento mi ha dato una tranquillità e una forza indescrivibile.

Sentivo che il giorno in cui avrei avuto l’ok per riprendere ad allenarmi e a caricare sul piede non sarebbe stato un semplice ritorno, ma un vero e proprio inizio che avrei onorato con la professionalità più estrema e la massima cura dei dettagli.

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Il pensiero di tornare in pedana per una gara mi emozionava come un bambino alla sua prima esperienza, faticavo anche a dormire immaginandola, ma questa eccitazione è energia che ho saputo usare a mio vantaggio.

Anche oggi che sono tornato a saltare posso dire che la sensazione più forte dall’inizio di questa mia odissea l’ho provata corricchiando a piedi nudi sull’erba, per la prima volta dopo 10 mesi. Una banale routine d'allenamento che mi aveva sempre annoiato. Invece la morbidezza del terreno, il vento di marzo, la corsa e la riscoperta della bellezza di un gesto semplice sono sensazioni che mi porterò dietro per sempre.

Ho ripreso ad allenarmi ad inizio 2017, ripartendo da esercizi elementari in piscina a carico ridottissimo, ho insegnato di nuovo al mio corpo la fatica, l’ho allenato per un obbiettivo e a non accettare compromessi. Ho spinto ogni giorno di più, sia a livello fisico che mentale, affrontando esercizi nuovi che mi hanno stremato e che hanno messo a dura prova la mia forza di volontà. Un giorno il mio preparatore mi ha chiesto di fare 2 mila sit-up per poter andare in doccia.

Duemila addominali! E io li ho fatti, uno a uno, fino all'ultimo.
È
tutto questo che oggi mi fa sentire vivo e pieno di stimoli: la semplice gioia del gesto e la voglia di arrivare, sapendo che non mi fermerò finché non mi spingerò più in su, più in là di quanto non abbia fatto fin ora.

Marco Fassinotti / Contributor

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