Niek Kimmann

10 MIN

“Niek, se perdi starai bene?”

Mi ricordo mia mamma chiedermelo, da piccolo, prima di giocare a qualcosa.

A qualsiasi cosa.
Ero un bambino competitivo in tutto, e se per caso rispondevo di no, allora non giocavamo. Non giocavo io, non giocava la mamma, non giocava nessuno.

Una volta eravamo al bowling con tutta la famiglia per festeggiare il compleanno del nonno, e quando mio zio si è attardato a chiacchierare durante il suo turno, mi è sembrato come se stesse impendo a chi giocava seriamente di competere.

Avevo 14 anni, credo, e quello è il momento in cui ho capito che alcuni giochi si fanno anche per il piacere di stare insieme.

Guardavo le Olimpiadi in tv e pensavo che tutti facessero quello che facevano solo e soltanto per vincere. Che non esistesse nient’altro.

Non pensavo che nello sport ci si potesse anche “soltanto” divertire, perché a me, solo la competizione sapeva dare certi brividi.

Non ne vedevo il senso.

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Da buon olandese ho iniziato con il pattinaggio e con i roller blade, poi, un giorno, un mio compagno si è presentato a scuola in sella ad una BMX, ed io me ne sono innamorato immediatamente.

Cioè, avevo già una bicicletta, ma non una BMX.

Non sapevo neppure che fosse uno sport.

E, a dire il vero, neanche mi importava.

Passavo i pomeriggi con mio fratello, gambe e piedi nel fango, e con una piccola pala ci preparavamo la pista, con i salti e tutto il resto.

Non sognavo certo di andare alle Olimpiadi.

Ai Giochi non c’era posto per la BMX.

Io volevo soltanto divertirmi, e la sola cosa davvero in grado di divertirmi era la competizione.

Niek Kimmann

Tredicesimo su tredici alla prima gara, perché il talento, se c’era, e a quanto pare c’era, non si è fatto trovare facilmente.

Poi, a 9 anni, ho vinto la mia prima competizione locale, e iniziato a dire ai professori, a scuola, che da grande sarei diventato un professionista della BMX.

“Non è un vero lavoro, lo sai?”

No, che non lo sapevo.

E per fortuna non dovrò saperlo mai.

Sognavo in grande, ma non troppo in grande.

Mi sarebbe bastato arrivare lì, in cima, tra quelli bravi.

Non per forza il più bravo.

Non per forza quello che vince.

Ma almeno essere lì, dove la gara si decide, tra coloro che hanno i mezzi per andare fino in fondo, ogni volta.

Niek Kimmann

Ho vinto il mio primo Campionato Mondiale a 19 anni, quando ancora non ero in grado di immaginarlo.

Quando ancora non me lo aspettavo, e non ero capace di capirlo davvero.

La gente mi chiedeva cosa provassi ad aver vinto così giovane, e nel non sapere cosa rispondere, ho iniziato a capire che, forse, avevo dentro qualcosa di diverso.

Avevo sempre pensato che vincere un Mondiale fosse un qualcosa in grado di farti arrivare al settimo cielo, in grado di spedirti su un pianeta lontano.

Come un razzo spaziale.

E invece il giorno dopo ti alzi e devi ancora lavarti i denti, devi ancora allenarti, devi ancora faticare. Devi ancora confrontarti con tutto ciò che ti circonda, esattamente come prima, perché la vita va avanti, e nulla cambia.
Come disse Maris Strombergs, uno dei miei idoli crescendo: “la cima della montagna si può solo visitare, non ci puoi vivere.”

Niek Kimmann

Allora mi sono rintanato in qualcosa di ancora più grande.

Ho iniziato a pensare che forse i Giochi Olimpici erano davvero diversi, che forse lì tutto avrebbe avuto un contorno più netto. Più assoluto.

Impossibile da cancellare, neppure con il passare del tempo.

La BMX era diventato uno sport olimpico, e io mi sono presentato a Rio da campione del Mondo in carica.

Saper di aver già vinto un Mondiale mi faceva sentire come se l’Olimpiade fosse la sola cosa rimasta da raggiungere.
Ho iniziato a focalizzarmi troppo sul risultato.
A pensare che sarebbe stato un fallimento se non avessi vinto.
Ha tolto il piacere dello sport, mi ha fatto dimenticare il senso di libertà che avevo quando ho iniziato ad andare in BMX.

Ho un brutto ricordo, di quelle Olimpiadi.

Non tanto per il settimo posto, ma perché il desiderio di vincere mi aveva consumato l’animo, aveva prosciugato tutte le mie forze.

Mi sono sentito come se la preparazione fosse stata un dolore insopportabile, come se non volessi essere lì. Tutta la vita ad immaginarlo, e quando arriva non riesci a pensare ad altro che andartene, alla voglia che hai che tutto finisca presto.

Come se avessi buttato un anno della mia vita.

Mi ha davvero aperto gli occhi.

Niek Kimmann

Me ne stavo lì, dentro il Villaggio Olimpico.

Dopo il traguardo ho cercato un posto per nascondermi e piangere.

Ho realizzato che non avevo vinto una medaglia.

E che mi sarebbero serviti altri 4 anni prima di avere un’altra chance.

Ho capito quante cose avessi fatto male nella preparazione, e le volevo aggiustare tutte subito, invece che aspettare.

Quel momento mi ha fatto comprendere che se ero arrivato settimo, nonostante i tanti errori commessi, allora facendo tutto giusto, avrei davvero avuto una chance di vittoria, in futuro.

Me li sarei mangiati, se avessi potuto, quei quattro anni.

Li avrei lasciati volentieri sulla bilancia della vita, pur di teletrasportarmi già avanti, già in Giappone, ancora pienamente consapevole del dolore di Rio.

Ancora dentro il dolore di Rio.

Un dolore che è un po’ dolore della sconfitta e un po’ dispiacere per come sei fatto, per come funziona il tuo cervello.

E soprattuto un dolore che non avrei voluto correre il rischio di dimenticare, col passare degli anni.

Niek Kimmann

© BSR_AGENCY

Tutti perdono, nello sport.

E in spogliatoio, dopo una sconfitta, sei più lucido che mai. Tutto ha un senso.

Le tue piccole mancanze, gli allenamenti un po’ così-così, gli errori fatti nella preparazione, la poca esperienza.

Ti rendi anche conto di quanto sia insensata la pressione che hai sentito sulle spalle per tutta la gara, di come sparisca appena passi il traguardo e di come, probabilmente, sia esistita soltanto nella tua testa.

Ti fai la doccia e te ne vai, umano quanto e più di prima, solo che grazie alla sconfitta, finalmente tutto ha un senso.

E per un istante, diventi la miglior versione di te.

La più consapevole, la più precisa.

La più pronta.

Peccato però che sei anche il più lontano possibile dalla prossima gara, dall’occasione che avrai per dimostrare a te stesso e a tutti gli altri che hai capito, che sei un atleta nuovo. Che non torni indietro.

È un equilibrio sottilissimo, perché devi trovare il modo di tenere viva in te la sensazione di sconfitta, per trovare la motivazione quotidiana di costruire la vittoria.

Se dimentichi la sconfitta, puoi salutare la vittoria.

Niek Kimmann

© BSR_AGENCY

E a Tokyo, poi, ho vinto per davvero, e ne ho amato ogni singolo istante.

Nonostante il COVID e nonostante la mia famiglia fosse lontana.

Mi sono goduto l’avvicinamento come se stessi guardando il mio film preferito, ma non sapessi ancora che era il mio preferito, perché qualcuno lo aveva scritto apposta per me. Neppure l’incidente che ha messo a rischio la partecipazione a pochi giorni dal via, mi ha davvero fatto dubitare del lieto fine.

È stato il mese più felice della mia vita perché, fino a lì, non mi ero concesso il lusso di dimenticare la sensazione di Rio, e quando ho capito che ero arrivato, mi è bastato tornare in me, e godermi le ultime tappe del viaggio.

Ho fatto le prime interviste, e tutto era nuovo ed eccitante, poi si è inserito il pilota automatico, perché anche dopo le Olimpiadi, ho capito, la vita continua.

Però continuo a sentire che c’è dell’altro sotto.

Sento che ci sono altre cose da imparare e emozioni da vivere, del tutto diverse. A partire da Parigi, dove tutta la mia famiglia potrà guardarmi competere.

E dove arriverò da campione in carica, una sensazione che, mi ha raccontato Mariana Pajon, che lo ha potuto fare sia a Rio che a Tokyo, è ancora diversa rispetta a tutto il resto.

Perché forse quello che continuo a chiedere allo sport è soltanto qualcosa di nuovo da scoprire.

Niek Kimmann / Contributor

Niek Kimmann