Mauro Bergamasco

Mauro Bergamasco

16 MIN

Me ne vado passeggiando tra le diverse sale.

Il pavimento scricchiola ad ogni passo, schiacciato dal mio peso.

Un peso che è rimasto quello di una terza linea, uno da trincea.

Non uso più le scarpe coi tacchetti ma alcune delle maglie che vedo appese sui muri me le rimetterei volentieri addosso e tornerei in campo anche subito.

Cammino da solo, dopo l'orario di chiusura, e questo è uno di quei vantaggi di essere tra i fondatori del museo, e ne approfitto ogni volta che posso.

Il museo del rugby.

Una lunga fila di pezzi di stoffa consumati ma puliti.

Lavati e stirati.

Sono stati sulle spalle larghe di chi ha scritto pagine importanti del nostro sport.

Divise che sono state consegnate sporche, come ci si aspetta dall'armatura di un rugbista, per essere amorevolmente tirate a lucido.

Mi cade l'occhio su una maglia in particolare.

È stata mia.

In prestito ovviamente.

Come accade sempre nel rugby.

Mauro Bergamasco

Nulla ti appartiene:

te la danno,

la difendi,

la conservi

e devi anche cercare di pulire per bene il colletto,

così il prossimo che arriva fa una bella figura anche lui.


Di quelle azzurre ne ho messe addosso parecchie.

Quasi tutte con il numero 7.

Ma questa ha il 9 ricamato dietro: mediano di mischia titolare.

E non che io l'abbia vestita nel torneo della parrocchia, anzi.

È successo a Twickenham, six Nations 2009, contro i sudditi di sua Maestà la Regina.

God save the queen.

Quella fu un'esperienza unica, anche in una carriera lunga come lo è stata la mia, e fu l'incastrarsi inatteso di una serie di fattori a portarmi a vestire proprio il 9.

Ma nessuno di questi fattori aveva un peso maggiore di questo: la mia voglia di essere utile alla causa.

Sempre.

Sempre e comunque.

 

Era stata sempre questa la molla principale della mia carriera, la benzina sul mio fuoco, mischiata con un propellente naturale come il senso di appartenenza.

L'attitudine a voler essere d'aiuto in qualsiasi maniera possibile non la puoi mica imparare dappertutto, anzi, è una pietra preziosa e solo chi ha frequentato miniere profonde e pericolose se la può ritrovare in tasca.

Mauro Bergamasco

Io, per esempio, guardando alle mie origini posso dire di avela appresa già da giovanissimo quando mi sono visto catapultare dentro una delle nazionali italiane più forti di sempre: quella di George Coste.

Avevo solo 18 anni e con la maglia del colore del cielo potevo vantare, per così dire, una sola convocazione con la Nazionale A, quella degli emergenti.

E non è che lì mi sentissi poi tanto sicuro del mio posto.

Mauro io ho scommesso su di te, fammela vincere sta scommessa!

non c'era il minimo tono di sfida nelle parole di Romagnoli, che quella Nazionale A la allenava.

Era il semplice desiderio di dirmi: io ho visto in te delle qualità, ma mica lo so se poi funzionano bene anche in campo per cui vai dentro mentre io resto in panchina a guardarti e spero per te, e spero per me, di aver ragione!

È facile quindi immaginare la mia sorpresa quando, dopo aver perso la nostra sfida con i pari-grado argentini mi chiesero di unirmi alla Nazionale maggiore, che avrebbe sfidato i Pumas poche ore dopo.

Era un'Italia stellare: quella che si era guadagnata, per sè e per tutti noi, l'ingresso al prestigioso, ormai ex, 5 nazioni.

 

Capitan Giovannelli, Bordon, Vaccari, i gemelli Cuttitta.

I due mediani erano Troncon e Dominguez: ho detto tutto.

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Ho passato gli 80 minuti di quella partita fuori, ovviamente, Coste mi fece riscaldare per tutto il tempo ed io mi sentivo così orgoglioso di esserci e di essere di gran lunga il più giovane da sentirmi sveglio ma dentro un sogno.

Un bel giro di giostra, un assaggio di spogliatoio da condividere con le nostre leggende ovali.

Pensavo finisse tutto lì: grazie, arrivederci e buone cose.

E invece no.

Di nuovo tra i convocati per le qualificazioni al Mondiale: due partite, contro l'Olanda e contro l'Inghilterra.

È stato lì, in quei momenti, che ho imparato l'importanza di essere utili sempre.

Non solo quello, certo.

Ho imparato anche a prendermi cura dei più giovani esattamente come quel gruppo seppe fare con me.

Dopo la partita con l'Olanda, che giocai benissimo, ma cavolo era pur sempre l'Olanda, ero convinto che mi sarei goduto Inghilterra-Italia da spettatore.

Fu Troncon durante un allenamento, in rigoroso dialetto veneto a dirmi:

ragazzo, giochi tu!

ma perchè mai mi devi prendere in giro!?

risposi.

Poi Coste mi prese sottobraccio, mi mise in mezzo al cerchio formato da tutti gli altri compagni e disse a voce alta:

domani è importante, perchè faccio giocare lui!

Proteggetelo, questo voleva dire George.

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Quando sono tornato in albergo ho preso i miei gettoni del telefono, (no i cellulari non sono sempre esistiti) e ho chiamato casa:

papà

eh?

domani gioco!

Silenzio.

Altro Silenzio.

Poi altro silenzio ancora.

ma è scemo?

(grazie papà)

spero che sappia quello che fa!

Agganciai la cornetta deciso a trovare l'allenatore e farci quattro parole, ma neppure il tempo di raccogliere gli spicci del resto e mi accorsi che Coste era lì, che mi osservava da dietro una porta.

Da quanto mi ascoltava?

Mi prese sottobraccio, di nuovo, come in campo, e mi chiese:

ci sono dei problemi.

no, no, ho solo chiamato casa...

senti tu non ti preoccupare, se ti metto in campo è perchè so che puoi farlo e se non dovesse andar bene ci penserò io.

L'allenatore si esponeva per l'ultimo arrivato, con naturalezza, questo rese tutto più semplice.

Anche il capitano ci mise sopra un bel carico.

Un carico di fiducia.

Giovanelli era un leader eccezionale ed io cercavo di apprendere il più possibile da lui.

In quella squadra si viveva una sana rivalità interna tra trequarti ed avanti e se volavano gli schiaffi io, alla peggio, mi piazzavo dietro di lui.

Che ogni volta menava per due.

Quella sera venne in camera mia:

lasciateci soli

tono da Conan il Barbaro, e anche a presenza fisica eravamo più o meno lì.

Si piazzò sul letto e mi disse:

fammi una cioccolata!

Io mi avvicinai al vassoio con tutti gli infusi, il latte e quant'altro, che si trova sempre nelle camere inglesi.

Iniziai versando della panna.

La panna! La panna! Bravo ragazzo: lo sapevo che eri quello giusto!

Prese il bicchiere e se ne andò, senza aggiungere altro.

Dettagli che ti fanno sentire parte di un gruppo, accettato, protetto e che ti aiutano anche a costruire il corretto approccio da tenere verso i compagni e verso il mondo esterno.
Scuola di vita.

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Per inciso quella partita andò bene, sfiorammo l'impresa.

Tra i bianchi esordiva Jonny Wilkinson e ai quei tempi ai numeri 7 si affidava il compito di far sentire il fisico al 10 avversario, preferibilmente al limite del regolamento.

E ci provai.

Anche se ciò che ricordo meglio è il momento in cui mi stampai su Leonard, leggendario e gigantesco pilone, a centrocampo.

Il più classico esempio di: barcollo ma non mollo.

Era un altro rugby.

Un rugby fantastico.

 

Con questi esempi davanti agli occhi sono cresciuto dentro il gruppo azzurro, ritagliandomi il mio spazio tecnico ed emotivo, cercando sempre di portare avanti ciò che di migliore mi avevano insegnato.

Proteggi.

Guida.

Sii utile.

Sii presente.

Considera gli altri, anche i più giovani.

 

Per cui quando, 12 anni dopo, lo staff mi chiese di giocare a 9, dopo una carriera da terza linea, non esitai un secondo. Ma non fu esattamente una passeggiata.

Primo pensiero: sì, certo!

Secondo pensiero: perchè?

Volevo capirne davvero il motivo: sarebbe stato funzionale?

L'idea dello staff era quella di giocare con una terza linea aggiunta, che già conosceva i meccanismi della nostra mischia e quindi capace di inserirsi nelle dinamiche di squadra velocemente.

Quando lo staff ha annunciato la scelta al resto del gruppo ho percepito chiaramente la preoccupazione di alcuni di loro.

Ma perchè hai detto sì?

Come perchè?

È l'Italia questa!

E io voglio solo dare una mano.

Come al solito.

Diversamente dal solito.

Nei quindici giorni precedenti alla gara ho fatto oltre 5000 passaggi, mi ricordo che il venerdì, a poche ore dallo scendere in campo, ero ancora dolorante a cosce e glutei per le infinite ripetizioni del gesto.

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Mallett mi aveva già allenato a Parigi e sono convinto che è lì che si deve risalire per cercare l'origine di questa sua intuizione. In quella squadra infatti c'erano decine di fuoriclasse e il lvello stratosferico degli allenamenti ci spingeva quotidianamente ad alzare l'asticella.

Al punto che iniziammo tutti quanti ad arrivare al campo sempre con largo anticipo rispetto all'ora d'inizio per lavorare sui fondamentali. Ogni giorno si vedevano gruppi di professionisti che lavoravano sulle proprie skills prima della seduta di squadra e Nick passeggiava per il campo da semplice osservatore.

Durante una di quelle esercitazioni mi chiamò da parte e si complimento perchè passavo con fluidità sia a destra che a sinistra e questo era molto raro per una terza linea.

Credo che il seme di quell'idea si sia incagliato nella sua testa in quel momento.

 

La stampa britannica ovviamente ci ricamò sopra un bel po', alcuni scrissero per esempio che non sapevano che partita attendersi dagli inglesi proprio perchè non riuscivano a prevedere come io avrei approcciato al nuovo ruolo.

Un ruolo che nel rugby è puro e semplice playmaking, il centro di tutto, il macchinista che deve smistare tutti i treni: locomotive da una parte ed eurostar dall'altra.

 

In campo nulla andò come programmato ed il primo tempo fu disastroso.

Il problema vero fu che 15 giorni non sono sufficienti per cambiare attitudine.

Forse lavorandoci per 5 o 6 mesi sarei stato in grado di mutare completamente il mio gioco, ma in quell'arco di tempo era semplicemente impossibile.

Perchè la testa ed il corpo viaggiano a due velocità differenti.

E se con il cervello pensi ai gesti da fare, il corpo, quando si trova in uno stato di grande stress, se ne frega e si rintana negli schemi già acquisiti.

Di pressione ce n'era a secchiate su quel campo per me, a partire dal peso degli ottantamila che intonavano Sweet Chariot, per finire con i 15 vestiti di bianco che hanno giocato al limite sui punti d'incontro per non lasciarci palloni puliti e veloci.

In quella situazione non c'è il tempo tecnico per pensare, e se lo fai metti mezzo secondo di ritardo in ogni giocata.

Parafrasando il maestro Yoda: "fare o non fare, non c'è pensare" .

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All'intervallo gli inglesi erano già scappati nel punteggio ed io mi sono ritrovato in lacrime per la frustrazione.

Sapevo di poterlo fare.

Potevo esser utile.

Ma non ci ero riuscito.

Mallett mi chiese se volevo tornare in campo, nel mio ruolo.

Probabilmente sarebbe bastato a far dimenticare a molti del primo tempo, ma dissi di no, non ero lucido per giocare, meglio lasciare il posto a qualcuno più pronto in quel momento.

 

Il giorno seguente furono in molti a venirmi a parlare, tanti fecero l'errore, di sicuro in buona fede, di darmi la classica pacca sulla spalla.

A me.

A me che le avrei morse tutte quante quelle mani.

In aereoporto si è avvicinato un giornalista,

ecco! Che palle!

ho pensato.

Mauro, ti rallegro la giornata.

E mi diede in mano una copia del Times.

All'interno, nelle pagelle ai giocatori di Italia ed Inghilterra, vicino al nome mio c'era scritto: non valutabile, perchè fuori ruolo.

Gli inglesi, che il gioco l'hanno inventato e non perdono occasione di ricordarlo al resto del sudditi della terra, mi assolvevano e anzi, da un certo punto di vista, lodavano la mia abnegazione alla causa azzura.

Era vero: mi aveva rallegrato la giornata.

Non mancarono gli attacchi, specie online, dove la gente si fa forza con un nickname e con una connessione remota.

Il diritto di esprimere un parere è sacrosanto, e ci mancherebbe altro.

Ma bisognerebbe anche imparare che per farlo adeguatamente è bene non nascondersi dietro una foglia di fico dopo aver scagliato la prima pietra.

Che con le parole è facile far male perchè il confine tra opinione ed insulto spesso è molto sottile.

Lanciare un giudizio pesante online potrà sembrare gratuito.

Ma non lo è.

Solo che a pagare il conto non è chi lo scrive!

 

Sono tante le cose che ho appreso e che adesso provo a condividere con chi mi ascolta.

Certo averle imparate sbucciandomi le ginocchia sui campi di mezzo mondo con addosso alcune delle maglie che sono appese qui al museo, ha reso queste lezioni più incisive, assolutamente indimenticabili.

Mauro Bergamasco

Ma bisogna sempre fare tutto quanto in nostro potere per trasmettere agli altri i nostri valori e le nostre idee.

È da confronto e dialogo che cresce qualunque cosa, dai movimenti sportivi alla società in generale.

 

Potrei dire di esser stato un cretino ad aver accettato quella sfida, oppure sentirmi gratificato per essere la sola terza linea con un cap a numero 9.

Ciò che a me rimane più di tutto è però lo spirito che mi ha spinto a mettermi in gioco, la voglia di essere d'aiuto al mio gruppo a prescindere dalle cose che già sapevo fare.

Al giorno d'oggi non è facile esporsi così per i nostri giovani.

Perchè sono cresciuti dentro una società dove tutti vivono con il pollice fisso sul tasto "commenta" e dove la perenne espressione di giudizio finisce col diventare pre-giudizio.

E il pregiudizio è una brutta bestia.

Sì che lo è, perchè quando si cristallizza si trasforma in un limite.

Il limite alle scelte delle persone.

Non rischio, perchè verrei giudicato, e se vengo giudicato allora non verrò accettato.

Meglio uniformarmi, non ci provo nemmeno o finirò con essere io quello escluso.

Tutto questo impatta, termine perfetto per un rugbista come me, sulla vita delle persone stravolgendola.


Ma cambiare si può, le risorse sono tante e di grande qualità.

Le trovo sia nei giovani, sotto forma di materia prima grezza e pura, sia nei meno giovani, sotto forma di esperienza.

Fino a quando parleremo la stessa lingua nulla ci sarà precluso.

Ne sono convinto.

Chiudo il museo e vado a casa.

Domani viene in visita una scolaresca, sarà il caso di spolverare alcuni miei ricordi per l'occasione.

Mauro Bergamasco / Contributor


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